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Argania Spinosa, l’olio della vita
In Marocco l’Argana é conosciuto come “l’albero della vita” in ragione delle sue numerose proprietà. L’UNESCO ha classificato una zona di 800.000 ettari nel sud-ovest del Marocco, tra Agadir e Essaouira, riserva della biosfera, perché é il solo sito al mondo dove cresce e si sviluppa l’albero di Argan. L’Argania spinosa cresce in questa regione (Sousse) grazie ad una combinazione unica di suolo, di forte presenza solare e di clima oceanico. Questi alberi possono vivere fino a 250 anni sfidando il calore e l’aridità del suolo roccioso. Tutti i tentativi fatti, volti alla piantumazione di queste specie in altre regioni del mondo, ha dato esiti negativi e la zona del suo habitat estremamente limitata a fatto si che siasconosciuto fuori dal Paese e a molti marocchini che vivono fuori dalla sua regione. Il nome “Argan” proviene probabilmente dal villaggio di Argana dove l’albero é stato identificato per la prima volta. E’ un albero che si attesta intorno agli 8/10 metri di altezza, il tronco é ricurvo e nodoso permettendo alle capre di scalarlo e mangiare le sue foglie e i suoi frutti, simili ad un oliva. Dopo che le capre hanno consumato il frutto verde, succulento, espellono il nocciolo. Il nocciolo dell’Argana contiene un olio molto simile all’olio di oliva, dal colore rossastro con un retrogusto di nocciole tostate. Definito “l’oro liquido” marocchino, questa sostanza é estratta con una tecnica tradizionale, che inizia dalla raccolta dei noccioli espulsi dalle capre. Aprire i noccioli per estrarre l’olio necessità di venti oredi lavoro per un litro d’olio. Questo lavoro é assicurato da alcune cooperative di donne anche se, con la crescente domanda del prodotto, si finirà pe produrlo a livello industriale (!). A livello locale il delicato processo di estrazione dell’olio ha provocato delle conseguenze inaspettate: la comparsa di venditori e distributori pocoscrupolosi. Di fatto il prezzo elevato dell’olio di Argan preclude da parte di questi venditori/distributori poco seril’inserimento di olio meno prezioso che nulla a che fare con l’Argan. Sui numerosi banchi che si trovano ai bordi delle strade tra Essaouira e Agadir, l’autenticità dell’olio non é garantita e i compratori devono essere prudenti. Quest’olio contiene l’80% di acidi grassi insaturi come l’acido oleico e l’acido linoleico e permette di ridurre il tasso di colesterolo rinforzando le difese naturali dell’organismo. Contiene anche una grande quantità di vitamina E ed é utilizzato come prodotto di cura dermatologico. I suoi effetti antivecchiamento sulla pelle e la capacità di ammorbidire enormemente la pelle secca fanno si che questo prodotto sia molto usato sulmercato marocchino. Ma i noccioli dell’Argan non servono solo a fare l’olio. Una pasta di colore bruno, chiamata AMLOU, ricavata dagli scarti della torchiatura, viene consumata con l’aggiunta di zucchero e miele, nelle colazioni delle popolazioni berbere. Un altro importante aiuto é quello dato dalle radici dell’albero che, crescendo molto rapidamente, servono a mantenere il suolo compatto prevenendo le erosioni del territorio. Tante qualità eccezionali per questa pianta dall’aspetto poco appariscente ma con proprietà uniche per il benessere fisico della persona; speriamo che l’incuria, l’inquinamento o la poca organizzazione non crei problemi alla salvaguardia di questo antichissimo albero a giusto titolo chiamato “l’albero della vita“. A Marrakech si puo’ trovare in alcune selezionate erboristerie e ad Essaouria sono presenti alcune cooperative dove é possibile acquistare il prodotto finito. I prezzi si aggirano intorno ai 40 euro al litro per l’olio alimentare e circa 10 euro per l’olio ad uso dermatologico (25 cc). Se trovate dell’olio a prezzi inferiori quasi sicuramente é contraffatto con olio di oliva o di semi.
Fonte: My Amazighen
La tenda nomade e la magia del deserto
La Khaima, la tenda dei nomadi berberi, è disposta sopra un armatura formata da due pilastri in legno alti circa 2 mt, che sotengono una barra scolpita, l’Ahammar. Questo portico in legno è poi ancorato con una banda di tessuto a dei picchetti per mezzo di robuste corde. La tenda è realizzata dall’assemblaggio di bande di lana scure (marroni o nere) di 40/60 cm di larghezza per 6/10 mt di lunghezza (eccezionalmente anche 20 mt). Queste bande in pelo di capra o di cammello, le Flijs, sono tessute dalle donne con un telaio orizzontale. Una tenda media, di circa 25 mq necessita di una decina di Flijs, cucite una all’altra dagli uomini. Intorno, dei picchetti tendono la tela a 80 cm dal suolo, lasciando circolare l’aria in estate. In inverno invece si aggiungono tappeti, stuoie e quant’altro per fermare il vento e la sabbia. Il portico centrale divide l’interno in due parti: quella delle donne, sovente nascosta agli sguardi da una tenda, e lo spazio della vita quotidiana, con il focolare e tutti gli utensili. La parte adibita agli uomini è aperta ai visitatori e in inverno il suolo è coperto da spessi tappeti in lana che isolano dal freddo pungente del deserto. L’atmosfera che si respira al loro interno è di grande pace e armonia; un nido dove rifugiarsi nei momenti di fatica, per condividere un tajine o per giocare qualche ora a carte con gli amici. Le donne si raccolgono al loro interno per cucinare e incontrare le amiche. Dormire in una di queste tende, in pieno deserto, tra le dune del Sahara, è una esperienza unica ed irripetibile che vale la pena di provare (non con gruppi organizzati pero’!.. si perde veramente tutta l’atmosfera e la magia del deserto a dormire con altre 30/40 persone intorno). Il silenzio del deserto, il calore della tenda che diventa un rifugio illuminato dalla luna, non lascia spazio a pensieri ma ad un grande benessere interiore ed un totale relax.
Fonte: My Amazighen
Il Tadelakt, rivestimento marocchino
Il Tadelakt, rivestimento murale tipico di Marrakech é tradizionalmente usato negli Hammam e nelle sale da bagno. Questo materiale si ottiene con della calce ventilata di Marrakech e pigmenti naturali, viene poi lisciato con una pietra tonda di fiume o con delle spatole per ottenere un aspetto dolce e vellutato. Il Tadelakt puo’ essere utilizzato sia all’esterno (essendo impermeabile) che all’interno delle abitazioni. Anticamente veniva usato per assicurare la impermeabilizzazione delle riserve d’acqua, prima di diventare il materiale tradizionale degli Hammam e dei bagni nei Riad e nei Palazzi della Medina. Questa tecnica é nata da una calce con una mineralità particolare e dalla bravura delle maestranze dei palazzi imperiali marocchini. Il Tadelakt ha la particolarità che deve essere rifinito con una pietra liscia di fiume e trattato con del sapone nero per ottenere un aspetto definitivo dolce e fine, con ondulazioni in rilievo. Questo rivestimento murale (molto simile nell’aspetto al nostro stucco veneziano) é generalmente realizzato con calce locale in una sola mano. E’ proprio la calce particolare che dona delle proprietà impermeabilizzanti uniche e profondità. E’ usato anche per la costruzione ( a mano) di vasche, docce, lavabi e piscine, sempre pigmentato nella massa per creare un colore profondo e satinato. La sua composizione naturale lo rende un materiale assolutamente ecologico ed é un ottimo isolante termico, possiede inoltre delle proprietà funghicide e battericide importanti, grazie al suo PH elevatissimo. Ma ha anche dei difetti, haime!; é un materiale fragile ai colpi (i ritocchi sono chiaramente visibili in quanto trovare la stessa tonalità di colore é un impresa ardua) e necessità di una manutenzione regolare. Vero é che, personalmente, amo molto le pareti in Tadelakt “antiche“, con piccoli segni del tempo; le rughe di un materiale che vive come noi. Bisogna di fatto pulirlo ogni sei mesi (mai pulirlo con prodotti chimici!) con il sapone nero liquido (stemperato in una ciotola con acqua calda) per preservare il suo aspetto brillante e le sue qualità idrifughe. Le qualità estetiche e la sua impermeabilità non provengono solo dalla calce ma anche dal suo procedimento di posa che é unico. In arabo Tadelakt significa “levigato, liscio“. Questo nome sta a significare che il materiale e pazientemente levigato con una pietra di fiume, prima di essere coperto dal sapone nero a base di olio di oliva per renderlo lucido, rimuovendone poi l’eccesso. La posa é un operazione delicata che richiede molti anni di esperienza da parte dei maestri artigiani o “Maalem“. Per questo motivo il prezzo é elevato e sono nati prodotti “pronti all’uso’ che offrono garanzie in termini di qualità del prodotto. Ovviamente messi a confronto il Tadelakt originale é riconoscibile da occhi esperti e dal tatto, caratteristica tipica e unica di questa rifinitura che decora le più prestigiose abitazione di Marrakech e del Marocco. In Europa i grandi designer di interni hanno scoperto questo materiale vellutato e lo propongono sia per i bagni, pareti di cucine e nelle camere da letto, oltre che per splendide scale e mobili in muratura rivestiti. Il gusto non é ovviamente “orientale” con i colori caldi e brillanti di Marrakech, ma tonalità più minimaliste, pacate, che vanno dal nero al cioccolato, dal grigio perla al verde foncè. Se volete provarlo a casa vostra rivolgetevi esclusivamente a degli artigiani marocchini, che si trovano oramai in quasi tutte le città italiane, e chiedete un campione su tavola. I prezzi possono variare dai 100 ai 150 Euro a mq.
Fonte: My Amazighen
Incensi nel mondo arabo
“Non ho voglia di scrivere versi :
dunque accendo un incensiere,
vi lascio ardere mirra, gelsomino e incenso
e i versi sbocciano nel mio cuore come fiori in un giardino.”
Allievo di Hafiz (XIV Secolo)
Nei Paesi arabi questa resina viene bruciata non solo nellemoschee e nei luoghi sacri come le Zaouie, una sorta di santuari, ma anche nelle case e nelle tende come toccasana edisinfettante o, meglio ancora, contro gli influssi negativi (Baraka). Le donne a completamento delle loro abluzioni e perprofumarsi sono solite esporre il loro corpo e gli indumenti ai fumi dell’incenso. I nomadi del deserto, come segno di benvenuto verso gli ospiti, sono soliti bruciare alcune sfere di incenso nei grandi fuochi allestiti davanti alle loro tende. Un detto arabo afferma che i profumi dolci non solo procurano diletto al cuore ma proteggono anche dal malocchio. Le popolazioni berbere delMarocco ( di origini animiste), riconoscono in questa sostanza uno dei metodi migliori per conquistare i favori delle forze invisibili capaci di influire sulla vita umana e nei riti di possessione sono sette le varietà di incenso che vengono bruciate in favore dei Dijn, gli spiriti evocati durante la cerimonia della Lila. Nella notte delle nozze in Marocco e nel Maghreb é usanza dello sposo bruciare sandalo e benzoino per allietare gli spiriti benigni. In tutte le preghiere é solito associare fumigazioni e, nella 27° notte del Ramadan (la più negativa in assoluto dell’anno) si arde una miscela composta da innumerevoli ingredienti per eliminare tutte le negatività e placare gli spiriti. Maometto, profeta dell’Islam, menziona le tre cose di questo mondo terreno a lui più gradite: le donne, i profumi e la preghiera. Il suo aroma prediletto era il muschio che ai nostri giorni é proibito in quanto é prelevato dalla secrezione delle ghiandole di un cervide simile al capriolo, il moscho. Anche i sufi conoscevano e conoscono bene i poteri mistici degli aromi, degli incensi e degli oli essenziali, che ancora oggi vengono usati per i loro esercizi spirituali. Per i loro riti i sufi usano l’ambra sia di origine animale (secrezione intestinale del capodoglio) che quella fossile, rimasta sepolta milioni di anni e sono soliti bruciarne piccole scaglie (la più pregiata é considerata l’ambra fossile afgana).
La sandaracca é uno degli incensi più usati in Marocco e in Tunisia nell’ambito dell’ostetricia nella convinzione che le sue proprietà rilassanti siano di aiuto nei parti difficili. La varietà prodotta in Marocco é denominata gomma sandaraccaed é ottima anche per legare i diversi incensi durante la bruciatura. Il legno diUd (Oud) è per esperti in essenze rare ed é largamente diffuso nel mondo arabo. Proviene dall’albero Jinkoh (Aquilaria agallocha Roxb) é la sua profumazione é unica ed indescrivibile. Ricorda vagamente il legno di sandalo ma come dicevo, é il plus nel mondo dei legni da profumo. Assaporare e assorbire il suo profumo é un tesoro destinato a pochi eletti e, combinato ad altre essenze, é riservato alle funzioni religiose islamiche come la natività del Profeta. Nella tradizione marocchina il giorno in cui si assegna il nome al bambino (7° giorno dalla nascita) é usanza bruciare questo legno e favorire la fortuna del neonato. I sufi citati in precedenza, per aumentare le loro capacità meditative e per rendere più profondi i loro esercizi spirituali, fanno largo uso di questo pregiato legno, abbinato all’ambra, che riesce a trasportarli ai misteri reconditi della fede. Tante sono le essenze che quotidianamente vengono bruciata e non solo incensi; lozafferano per esempio é considerato dai popoli arabi una potente sostanza magica da associare a particolari riti e tra i nomadi viene offerto alla sposa prime delle nozze, con parti di incenso. O ancora l’assa denominata gomma assa fetida che in Marocco è usata per indurre le entità maligne ad abbandonare il corpo di ”indemoniati” (generalmente persone che soffrono di epilessia), nei casi di shok e contro le tensioni interiori. Pagine e pagine sono state scritte sui profumi delle Mille e una notte; centinaia sono le essenze che possono essere usate nelle fumigazioni e che possono donare momenti intimi di pace interiore nel frenetico mondo di oggi.
Font: My Amazighen
Guelmim, interno hammam a luci rosse
Un affaire a pseudo luci rosse sta toccando la piccola città di Bouizakarne (provincia di Guelmim) con una serie di fotografie scattate all’interno di un Hammam per sole donne. Fotografie che hanno dato luogo a quello che è diventato “l’affaire degli Hammam”. I gendarmi, in effetti, hanno arrestato sette persone su 23 ricercate implicate nello scandalo a luci rosse. Le persone arrestate sarranno giudicate a breve davanti alla corte di prima istanza per rispondere delle accuse di attentato alla morale, minaccie di stupro e acquisizione di immagini alle donne presenti nell’hammam, immagini scattate con delgli apparrecchi a forma di stilografiche. L’affaire è partito quando delle ragazze ospiti di un liceo della città hanno denunciato un quarantenne che le aveva minacciate con delle fotografie prese a loro insaputa nell’hammam. Un militare (ufficiale) è stato arrestato con l’accusa di utilizzazione della propria abitazione per la realizzazione di films pornografici. Da due settimane la piccola città di Bouizakarne è in subbuglio e l’affaire hammam è sulla bocca di tutti, anche tra i centinaia di militari che vi abitano, essendo la piccola cittadina una delle più grandi basi militari del reame. Scandali di provincia, tutto il mondo è paese!
Fonte: My Amazighen
Taroudant, da città antica a una piccola Marrakech
Volubilis, antico splendore sul bordo dell’Oued Khoumane
Volubis è una antica città romana situata sul bordo dell’Oued Khoumane, fiume che attraversa la periferia di Meknès, non lontano dalla città santa di Moulay Idriss, dove riposano le spoglie del fondatore Idriss I°. Il nome Volubilis era probabilmente dovuto all’abbondanza di piantagioni e alla natura prorompente del luogo. Il nome berbero dela città è Walili che designa il fiore dell’oleandro rosa. L’antica città viveva sul commercio dell’olio di oliva e si possono vedere, al suo interno, numerosi torchi per la pressa delle olive. Il sito di Volubilis era abitato già dal Neolitico ma si sviluppo’ nell’epoca dei Mauritani, intorno al III° secolo A.C., ed era gestista da un Consiglio di Suffete, magistrati supremi come a Cartagine. Si installo sull’Oppidium, che formo’ i futuri quartieri del sud e del centro. Venne protetta da una cintura in terra cruda, con delle case dello stesso materiale al suo interno. Poco prima dell’invasione romana un Tumulus venne elevato all’angolo nord-est della cintura ed è certamente un monumento eretto alla memoria di un defunto. Nel 42 D.C. l’Impero romano annesse il reame della Mauritania Tingitane (di Tangeri) dopo l’assassinio del Re mauretano Tolomeo, figlio di Juba II°, voluto da Galigola. Volubis divenne allora la capitale regionale dell’amministrazione romana con lo statuto di Municipio. Un forum, quattro edifici termali pubblici e molte abitazioni vennero costruite. Un acquedotto apportava l’acqua delle sorgenti del Djebel (montagna) vicino sino a due fontane pubbliche, le terme e le abitazioni. Due pozzi e una cisterna completavano questo sistema. Le case si coprirono di tetti costruiti con tegole romane. Un tempio con i suoi luoghi di offerte e di sacrifici vennero costruiti sul Tumulus. Nel 168/169 la costruzione è limitata da una nuova cinta muraria con annesse 8 porte, ciascuna inquadrata da due torri. Molti edifici pubblici vennero ingranditi ed altri abbattuti. Le case riccamente decorate di mosaici si dotarono di bagni privati e numerose installazioni commerciali sono presenti ancora oggi. Un portico borda il “Decumanus Maximus” dalla Porta di Tangeri sino all’Arco di Trionfo dedicato a Caracalla, come ringraziamento per aver donato la cittadinanza romana agli abitanti liberi dell’Impero (editto di Caracalla nel 212). Questo favore garanti’ una grande prosperità per le grandi famiglie dell’epoca e fu anche un periodo di grandi progetti architettonici che segnarono l’apogeo della città. Verso il 285 i funzionari romani lasciarono la Regione per trasferirsi a Tangeri. Questo trasferimento si tradusse con dei cambiamenti di stili di vita e l’acquedotto non ricevette più un adeguata manutenzione e venne fermato; gli abitanti abbandonarono le parti alte per avvicinarsi al fiume.L’invasione dei Vandali, scesi dalla Spagna nel 429, segno’ la fine del periodo romano. Intorno al 600 gli abitanti si spostarono progressivamente verso ovest, all’interno di una cintura muraria ridotta.Le fortificazioni vennero prolungate ai margini del fiume Khoumane. Si costruirono le nuove case e le mura con blocchi di materiale prelevati dagli edifici di altri quartieri oramai in disuso. Nel 681 la conquista islamica si espanse in tutto il Maghreb e gli abassidi si installarono con una guarnigione a Volubilis. Nel 789, Idrisss I°, un discendente di Ali’ (genero di Maometto) si rifugio’ nella città per sfuggire alle persecuzioni abbasidi. Nel 818 Volubilis accolse gli Andalusi cacciati da Cordoba che si installarono ai bordi dell’Oued (fiume). La città romana servi’ per costruire nuove abitazioni e le guide locali raccontano che il sito non fu mai completamente abbandonato sino al sisma di Lisbona nel 1755. DI certo è dato a sapere che Volubilis era stabilmente occupata dai suoi abitanti sino al XII° secolo. La città torno’ parzialmente alla luce verso il 1915, sotto il protettorato, da un team di archeologi francesi e marocchini. Oggi sono 40 gli ettari di vestigia antiche che si estendono intorno a degli oliveti e a campi coltivati. Qualche monumento prestigioso é stato restaurato nel XX° secolo e la qualità della conservazione dei mosaici, con l’eccezionale stato di conservazione del sito, ha fatto si che l’UNESCO proclamasse Volubilis come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Le vestigia più spettacolari sono i numerosi mosaici che ornano il suolo di ricche dimore e purtroppo la loro conservazione inizia a creare qualche problema: il sole e il vento in combinazione ai turisti che possono tranquillamente camminarci sopra gli ha resi vulnerabili e a rischio. Nel 1946 gli scavi permisero di ritrovare dei busti in bronzo di cui una figura di Catone di Ustica. Le zone riportate alla luce sono solo la metà di tutto il sito. Alcune case permettono di capire il piano di queste grandi dimore romane con il loro Atrium e l’Impluvium. Sono stati ritrovati anche numerosi stabilimenti termali: quattro terme di epoca romana e un Hammam. Vi consiglio di ammirare con attenzione la casa di Orfeo, la Basilica, il Forum, la Casa dell’Efebo e la casa di Venere, sono spettacolari. Le rovine romane di Volubilis distano 3 km dall’agglomerato urbano di Moulay Idriss e una ventina di Km da Meknès. Sono aperte tutti i giorni dell’anno, dall’alba al tramonto. Il prezzo di ingresso e di circa 2 euro ed è possibile trovare una guida parlante italiano. State attenti alle false guide, agli scrocconi e via dicendo…sono numerosi. Se pensate di visitarla in estate state attenti ai colpi di sole quindi premunitevi di cappello o ombrellino parasole, non troverete ombra da nessuna parte e privilegiate le ore più fresche. Al suo interno è presente un caffé/bar con toilettes.
Fonte: My Amazighen
Ourika, stile di vita autentico
A parte qualche breve temporale notturno, dovuto al caldo decisamente forte di queste giornate, le temperature a Marrakech danno il via alla stagione delle escursione fuori porta. Situata a 30 km dalla città, la valle di Ourika si estende ai piedi dell’Alto Atlante , tra le grandi montagne marocchine. Una natura straordinaria e l’autenticità di uno stile di vita montanaro di un popolo berbero, che ha salvaguardato i suoi antichi costumi e le sue tradizioni. E tra le alte montagne che nasce il suo Oued (fiume) che dona il suo nome alla valle, Ourika appunto, in un percorso a tratti a strapiombo e a tratti dolce e rivierasco. Da queste parti si dice che “c’è tanta acqua ma poca terra“, e la poca si conquista con tanta fatica e mezzi arcaici per lavorarla. Da Marrakech si attraversa la piana fertile di Haouz con le sue piantagioni di agrumi e di olivi. Al km 34 si arriva al douar di Tnine de l’Ourika e questo incantevole borgo si rivela il punto nevralgico della Regione, in ragione del suo importante souk (mercato) che si svolge tutti i lunedi’. Tutti gli abitanti della zona si danno appuntamento qui per negoziare i loro preziosi raccolti, acquistare il necessario e spettegolare sugli ultimi rumors della Regione. Il tutto in un ambiente incredibile che mescola carriole, asini da soma, carretti, tende, kaos e buon umore. Proseguendo la strada lungo la valle si è seguiti costantemente dalle rive del oued e ci si entuasiasma per questo paesaggio multicolore che sposa alla perfezione l’ocra della terra e il verde della natura. Tante piccole case in terra sono incastonate sulle montagne e pare siano incollate a quei bordi ripidi e scoscesi dando l’impressione di collages sapientemente incastrati da un abile artista, collegati alla strada da tanti ponti “tibetani” che danno i brividi. Più avanti si incontra il villaggio di Arhbalou che tenta di sedurre con la sua moltitudine di piccoli ristoranti installati a filo dell’acqua. Situati a 1.500mt di altitudine costituiscono durante la lunga stagione calda di Marrakech l’ambiente ideale per centinaia di famiglie marocchine in cerca di frescura. L’aria è pura e le temperature estive sono sempre 15° inferiori alla Ville Rouge. Al km 68 ecco spuntare il villaggio di Setti-Fatma con le sue sette cascate e la vista imprendibile sulla valle e sul massiccio del Yagour. Questo pittoresco villaggio costituisce una tappa obbligatoria per gli escursionisti che vogliono visitare la zona. Da Setti-Fatma inizia tutta una serie di sentieri più o meno difficili. Quello più battuto è sicuramente il sentiero che porta alle sette cascate e le ultime tre sono consigliate a sportivi allenati al trekking. Molte guide sono a disposizione ed è importante affidarsi alla loro professionalità per evitare problemi contingenti all’escursione. Attraversato il ponte di legno che attraversa il fiume si inizia l’ascensione, accompagnati da un torrente di acqua gelida che in estate è un vero refrigerio. Per i meno sportivi consiglio di fermarsi alla prima cascata e contemplare la splendida vista su Ourika e sul massiccio del Yaghour, per gli altri inizia un trekking di circa due ore alla scoperta delle altre cascate o all’ascensione del Jebel Toubkal (vedi anche alla Pag.Marocco) che culmina oltre i 4.150 mt. Da segnalare le bellissime incisioni rupestri visibili sul monte Yaghour. Altre bellezze di questa splendida valle sono le nuove attrazioni “ecoturistiche” che stanno fiorendo in tutta la vallata. Una di queste è la Safranerie dell’Ourika con i suoi splendidi raccolti di zafferano ed è straordinaria durante il raccolto autunnale. Oppure il giardino bio-aromatico dell’Ourika dove, tra percorsi profumati di essenze rare, si possono acquistare prodotti per il benessere e la cura del corpo totalmente naturali a base di estratti naturali. O ancora il giardino di Timalizene con il progetto dell’architetto paesaggista Rémi Aubrée. Alla sera si ritorna a Marrakech con gli occhi annegati di luce, di colore, di serenità. Riscoprire uno stile di vita autentico, basato ancora sulle stagioni, sul ritmo del fiume, sui riti preislamici qui presenti, circondati dall‘armonia delle cose pure, dello scorrere immutabile delle stagioni e da una natura prorompente e a tratti severa che, a volte, si ribella e ridimensiona le brutture e le storpiature che l’uomo produce. Ritagliatevi una giornata di relax, lontano dallo smog e dal kaos colorato di Marrakech e rifugiatevi in questo antico eden per avvicinarvi alla natura, la natura che diventa naturalezza del vivere. Qui sotto un video dedicato a questa splendida valle e alle sue cascate…
Fonte: My Amazighen
Un viaggio sconfinato verso la Mauritania
Partire dal Marocco e avventurarsi in Mauritania, proseguendo per il Mali e purtroppo ritornare, non è impresa facile. Leggo oggi sul sito della Ambasciata francese che è fortemente sconsigliato avventurarsi via terra in Mauritania. In poche settimane due ostaggi sono stati freddati sul colpo e di altri quattro non si sa nulla. Ripercorrendo il mio percorso tracciandolo sulla cartina dell’Ambasciata ho realizzato che sono entrato in pieno nella zona rossa, quella verso il confine con il Mali. Quel disagio che ho percepito in tutta la transmauritanienne si è rivelato giustificato. Una terra splendida la Mauritania, davvero. Tre milioni e mezzo di abitanti in un territorio che è il doppio dell’Italia. Solitudini e silenzi. Avrei voluto partire per l’oasi di Chinguetti (Patrimonio Mondiale UNESCO), nell’Adrar, ma il tempo non era sufficiente per farlo e ho rinunciato. La Mauritania offre tra i più spettacolari paesaggi di tutta l’Africa. L’Adrar è un susseguirsi di dune sabbiose, oasi verdi e il monolito più grande dell’emisfero boreale. Sulla costa si trova lo spettacolare Parco Nazionale du Banc d’Arguin, anch’esso nella lista dei Patrimoni UNESCO, luogo simbolo per il birdwatching. In questa terra il deserto è il vero protagonista assoluto. Paesaggi che ti annegano gli occhi di Bellezza, quella vera, allo stato puro. Frammenti di vita, atmosfere irreali, villaggi spettacolari nella loro decadenza, un orgia di sensazioni. Le dune maestose che incontrano la lingua d’asfalto, dromedari selvaggi, qualche iena in corsa sfrenata, lo squallore di vite annullate, polizia ovunque. Non consiglio la Mauritania ai novizi ma a chi ha già assaporato particelle d’Africa vera, non quella dei depliants turistici all inclusive. Nouakchott, la capitale, stupisce per il numero di capre che pascolano libere per le strade, senza padroni, anarchiche, pronte ad infilarsi ovunque. Ho scoperto poi il perchè: sono i netturbini delle città e dei villaggi. In questi luoghi tutti gettano l’immondizia dove capita, davanti a casa, negli angoli della strade, ovunque. Rifiuti che non sono chiusi in sacchetti ma gettati cosi’ come si trovano, bottiglie con scarti dei cibi, carta, materiale di ogni tipo. E le capre, diligentemente, mangiano quasi tutto, dalla plastica al cartone, passando per gli scarti di cibarie. Raccolta dei rifiuti iperecologica. Quando si esce dalla capitale ti assale un senso di controllo, di “sentirsi osservati“, senza incrociare anima viva. Solo km e km di deserto, un assaggio di bush, dromedari e nomadi. I villaggi sono agglomerati di case e tende con basi di cemento (il nomadismo è nel DNA), a volte un pozzo dove esiste l’acqua, bidoni d’acqua dove l’acqua è introvabile. Nelle tende, aperte sui due lati per far circolare l’aria, ci si siede, si mangia, si discute e si dorme.
Appese nella parte centrale pezzi di carne di montone o cammello che, senza spostarsi, vengono cucinate sulle braci posizionate ai lati della tenda. E’ un ingranaggio collaudato, non si sprecano energie che nelle giornate torride sono preziose. A volte la sottile striscia d’asfalto diventa invisibile, il deserto avanza e copre ogni cosa, ti spiazza, rende le cose vanescenti e senza un moto continuo. I tramonti abbagliano, girandole di luci e di pensieri, intimi e coinvolgenti. La luce calda della sera avvolge ogni cosa, e tutto diventa ancor più bello, poetico. Ma quell’ansia di controllo ti segue ovunque, come un macigno sul torace, come un peso sulla nuca. La polizia, a volto coperto con spessi occhiali scuri, mitra alla mano, aggiunge peso al controllo. Documenti, fiches, informazioni, domande, risposte, chiarimenti, richieste di denaro e di regali. Un rosario di parole dette e ripetute all’infinito, sino al prossimo posto di blocco. Ma una natura cosi’ spettacolare a volte riesce a farti dimenticare certe brutture, certi squallori. I primi monumentali baobab e gli accenni di una savana li incontri verso il confine con il Mali, assapori un gusto d’Africa che non trovi in Marocco. Pensi che dietro a quell’albero, nascosto tra la bassa vegetazione, potrebbe uscire un leone, un ghepardo o un antilope, e non sarebbe fuori posto. Simbolo di questo paese la Draa (tunica azzurra o bianca che tutti gli uomini indossano), esibita con orgoglio e una punta di civetteria; in una piccola città, Néma, ho visto un ragazzo che lavava e poi stirava centinaia di questi capi (non si lavano in casa, non c’è acqua) usando semplicemente un antico ferro a brace, vaporizzando sul tessuto sorsate d’acqua direttamente dalla bocca.
Purtroppo la mutilazione genitale femminile e l’alimentazione forzata delle giovani spose è pratica comune ancora oggi nelle comunità rurali. In Mauritania vivono in stato di schiavitù circa 100.000 persone, arcaica e delinquenziale pratica che ancora oggi è diffusa sul territorio. Il colore della pelle è un importante fattore discriminante, dividendo la popolazione in Bidan e Haratin, mauri bianchi e neri, e sul gradino più basso si trovano gli schiavi e gli ex-schiavi neri.
Fonte: My Amazighen
Dogon, tra mistero e leggende
I territori Dogon si estendono oltre 30.000 kmq e sono situati nella parte orientale del Mali, a sud-ovest della bocca del Niger e lambiscono il Burkina Faso. Occupano un sito spettacolare : un plateaux di grès primordiale che si innalza oltre i 3.000 mt, eroso dal vento, a strapiombo sulla piana di Gondo-Séno, su di una falesia ocra lunga oltre 260 km chiamata la falesia di Bandiagara (iscritta nel Patrimonio dell’UNESCO dal 1989). Questa natura ostile ospita oggi più di 500.000 Dogon che vivono essenzialmente di agricoltura. La storia del popolo Dogon è costellata di miti e leggende che hanno attratto numerosi archeologi e ricercatori storici da tutto il mondo. Attraverso i secoli, delle popolazioni di orizzonti diversi si sono succedute e hanno condiviso questi spettacolari e bruschi territori. Oggi rimane una diversità etnica, culturale e linguistica stupefacente. Recentemente alcuni studi hanno rivelato che differenti popolazioni si installarono e si incrociarono in questa regione, in diverse epoche e in tre ondate di popolamento. La prima ondata rimonta al II°-III° secolo A.C., scoperta fatta da alcuni ricercatori olandesi, che hanno ritrovato le tracce in trenta grotte nel regione del Sangha, nel 1964. Scoprirono una quarantina di granai e battezzarono questa civiltà Toloy (nome del luogo dove avvenne la scoperta). La seconda popolazione apparve molto tempo dopo, verso il XI-XII° secolo e si chiamava Tellem. La parola Tellem è un termine utilizzato dai Dogon per designare una popolazione che gli aveva preceduti e significa ”quelli che erano prima“. I Tellem sono un popolo che ha conservato numerosi misteri. Le costruzioni troglodite che punteggiano la falesia di Bandiagara servi’ ai Tellem in primis come granai e poi come cimiteri ma anche come rifugi in caso d’assalto da parte di gruppi ostili. Di questa popolazione sono stati ritrovati numerose suppellettili e oggetti tra i più antichi e conosciuti di tutta l’Africa subsahariana (tessuti, perle, ceramiche). Ben conservati, grazie all’atmosfera secca delle grotte, rappresentano un popolo di agricoltori e di cacciatori dalla civiltà evoluta. L’estinzione dei Tellem intorno al XVI° secolo resta un enigma. Alcuni ricercatori affermano che furono cacciati dai Dogon e migrarono verso il sud-est e verso lo Yatênga (Burkina Faso) dove si incrociarono con i Kurumba. Le tradizioni orali Dogon lasciano supporre che una parte dei Tellem non fuggirono da questi territori ma si amalgamarono ai nuovi occupanti ; una versione contraddetta da alcuni studi antropometrici che suggeriscono invece che i Tellem non sono simili a nessuna popolazione conosciuta nell’Africa occidentale.
Infine, i Dogon, rappresentano la terza ondata di popolazione e la data del loro arrivo e insediamento nei territori e ancora oggi contestata. L’antropologo francese Marcel Griaule (famoso per i suoi studi sui Dogon) data al 1931 l’arrivo di questo popolo nella falesia, data confermata dopo numerose analisi sui reperti ritrovati nelle grotte L’origine dei Dogon sembra oggi multipla. Il principale gruppo arrivava da Mandé (regione del sud-ovest di Bamako), principalmente da un villaggio chiamato Dogoro, nella regione dei monti Koroula, villaggio che probabilmente è all’origine del nome Dogon. Cacciati dall’Islam al quale si rifiutarono di convertirsi (sono animisti, credenza che stabilisce che ogni cosa possiede un anima), questi uomini guadagnarono la falesia dal sud-est, altri arrivarono dal sud, nell’attuale Burkina Faso e altri ancora da Sonikés,nei dintorni di Tombouctou, al di là del Niger. I Dogon costituiscono quindi un mosaico unico di popoli arrivati in epoche diverse. Il termine Dogon apparve verso gli anni trenta, nei testi di Marcel Griaule. Da questo mosaico si rileva una profonda unità. Al di là delle loro origini, le differenti componenti della cultura Dogon sembrano condividere la stessa visione dell’universo e dei suoi comandamenti. I miti cosmogonici Dogon (scienza o sistema della formazione dell’universo) sono complessi. Oggi, i miti Dogon della Creazione del mondo e comune a diversi popoli del Mali ma anche popoli del Senegal, del Niger, della Costa d’Avorio, del Ghana o del Togo. Sembra quasi che lontano dall’ aver vissuto nell’isolamento della loro falesia, i Dogon avessero condiviso la loro storia dell’universo con altri popoli, cosa che spiegherebbe oggi la loro permanenza attraverso i secoli. Popolo affascinante, con rituali antichi, ancestrali, che si ripetono da secoli immutati. Per i Dogon l’Universo fu creato da Amma, il Verbo di Dio, che genero’ due gemelli: Nommo, il Dio dell’acqua, maestro di vita e la Volpe Pallida, incarnazione della rivolta, dell’incesto e del disordine, ma anche della emancipazione individuale fuori dalle norme sociali. Questi due principi complementari e le relative opposizioni (vita/morte, giorno/notte, uomo/donna, aridità/umidità) si ritrovano nelle loro maschere che sono lo specchio di questi principi : ogni maschera determina una funziona sociale. I guerrieri che lanciano le loro frecce verso il cielo o brandiscono i loro fucili prendendo parte alle gesta degli spiriti (geni) sono simbologie regolate come un orologio, destinate a facilitare l’ingresso dei defunti nell’universo degli ancestri, alle volte paralle e complementari a quelle degli esseri viventi. Il culto dei morti è un elemento essenziale della religione Dogon. Durante le cerimonie funebri, e nel momento del lutto, le maschere scolpite dai danzatori iniziano a vivere, trasmettendo di generazione in generazione i miti essenziali. Per tutti quelli che hanno la fortuna di assistervi, queste danze costituiscono uno superbo spettacolo, ma al di là dell’aspetto folk, è un avvenimento che stordisce perchè tocca l’essenza stessa di un popolo. La più grande cerimonia Dogon è il Sigui. Maschere alte più di sette metri che danzano, il corpo stesso animato dalla respirazione come il primo soffio della Creazione. Per poter ammirare questa spettacolare e spirituale tradizione bisogna armarsi di pazienza perchè si svolge ogni 60 anni e l’ultima si è svolta nel 1974. Popolo fiero i Dogon, che lavora le sue minuscole particelle di terra strappate alla falesia ma anche un popolo che veglia sulle sue tradizioni, sapendo che rappresentano il loro tesoro più prezioso. I Dogon non capiscono perchè i loro villaggi sono diventati dei musei viventi e che la loro civilizzazione suscita negli occidentali un attrazione primordiale; non capiscono ma sono tolleranti, benevoli e fieri di spiegare al mondo le loro radici, la loro affascinante civiltà e le loro tradizioni.
Fonte: My Amazighen





















