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Wallis Simpson, arti e mestieri della Duchessa di Windsor

November 25, 2019 Leave a comment
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Quando Mohammed Al-Fayed, ricevette in concessione dal comune di Parigi lo “Château” dove avevano vissuto i Duchi di Windsor, la grande dimora con quattordici camere si levava tetra e desolata ai margini del Bois De Boulogne. Il grigio edificio ottocentesco, circondato da un’altissima recinzione e da un giardino oramai inselvatichito, si stagliava lugubre sul cielo autunnale; anche i suoi interni erano gelidi come una camera mortuaria. Nonostante la Duchessa fosse morta solo da pochi mesi, dopo un’infinita agonia, sembravano trascorsi secoli da quando organizzava le sue famose cene a lume di candela, con i domestici in uniforme reale e gli addobbi floreali vaporizzati con Diorissimo per renderne il profumo più inebriante. La malinconia di un passato irrimediabilmente svanito era accentuata dagli oggetti degli ex occupanti rimasti esattamente al loro posto: sui mobili, accanto alle preziose collezioni di porcellane di Meissen, erano posati portaritratti con fotografie dei reali con dedica; sui divani erano abbandonati i cuscini ricamati dalla Duchessa con i musetti dei suoi adorati carlini; sul letto sormontato dallo stemma reale, dove il Duca morì nel 1972, sembrava attenderlo ancora un pupazzo vestito da spazzacamino cui era affezionatissimo. Negli armadi, come angoscianti reliquie, erano riposti altri effetti personali: ecco, nel guardaroba del Duca, i suoi preziosi kilts, i dinner jackets e le calzature sportive (alcuni pezzi risalenti addirittura agli anni ’20); in quello di Wallis i suoi raffinatissimi abiti da sera, le centinaia di paia di scarpe (nutriva un vero e proprio feticismo, in una sola volta ne acquistò cinquantasei paia) e le pellicce – tra cui una di zibellino russo lunga fino a terra – disegnate per lei da Maximilian, il più famoso pellicciaio di New York. In mezzo ai malinconici reperti del passato spuntò persino una piccola scatola bianca, chiusa con un nastro di seta e segnata con una data e una scritta: “3 giugno 1937- A piece of our wedding cake”. Al suo interno un pezzo rinsecchito della torta di nozze della coppia più chiacchierata del secolo: Edoardo VIII d’Inghilterra e Wallis Simpson.
Wallis Simpson fu un personaggio inafferrabile e complesso. Persino dal punto di vista estetico il suo fascino aveva qualcosa di enigmatico. Il fotografo Cecil Beaton, che la ritrasse più volte, la definì “une belle laide “, una “bella brutta”. Il suo aspetto, in effetti, non rientrava nei consueti canoni di bellezza, ma rivelava particolari poco signorili: un fisico un po’ mascolino e ossuto, piedi grandi e piatti che quando camminava sui tacchi non le conferivano esattamente un’aria aggraziata, naso e mento un po’ troppo sporgenti…. Eppure lei sapeva valorizzarsi al massimo con dettagli eccentrici e abiti che esaltavano i suoi punti di forza; era dotata di un talento inimitabile per lo stile, cosa che la rese una delle donne più eleganti del suo tempo e le consentì di lanciare molte mode, come quella dei vestiti da sera a collo alto, perfetti per la sua figura androgina con poco seno. Fu coniata, legata a lei, addirittura una tonalità di colore, detta Blu Wallis. Edoardo VIII fu talmente soggiogato dal fascino di questa americana dall’aria vagamente orientale e dalla battuta pronta da rinunciare per lei al trono d’Inghilterra, con uno scandalo che non ebbe precedenti. La sua passione non scemò neppure con il passare degli anni, quando l’aspetto di Wallis peggiorava.
Nata a Baltimora nel Maryland da una famiglia benestante Wallis era rimasta orfana di padre ancora bambina. Cresciuta in un clima di cupa indigenza, senza mai possedere una vera casa, aveva vissuto dell’ospitalità di parenti che la disprezzavano. Tra questi la nonna paterna, Mrs Warfield, una donna rigida e severissima che passava le giornate leggendo la Bibbia vestita a lutto. La madre Alice, che si era sposata per amore senza considerare gli aspetti economici dell’unione, era terrorizzata che la figlia facesse il suo stesso “errore” e si sforzava in tutti i modi perché la ragazza avesse un’educazione e un portamento che le consentissero di realizzare un buon matrimonio. Nell’educarla rasentò la crudeltà: se Wallis si comportava in modo poco “aristocratico” lei la sculacciava con una spazzola; se pronunciava una frase sbagliata, le lavava la bocca con il sapone; per costringerla a imparare a nuotare l’aveva gettata vestita in piscina. Le cuciva lei stessa abiti ”alla moda” e cercò sempre di inculcarle il gusto per il lusso e la stravaganza. Proprio per staccarsi dalla madre la giovane Wallis contrasse due matrimoni, entrambi sbagliati.
Il primo con Winfield Spencer, comandante di una base navale in Florida: costui si rivelò un alcolizzato e un violento che la picchiava e la chiudeva in bagno o la legava al letto lasciandola lì anche per un’intera giornata per andare a bere. Quando fu di stanza ad Hong Kong, la trascinava nei postriboli locali che frequentava, costringendola ad assistere ai suoi incontri con prostitute. Wallis lo lasciò. Si trasferì a Shangai, poi a Pechino. Molti misteri circondano questo periodo: ma si dice che fu allora che cominciò – forse lavorando, per mantenersi, in qualche casa di piacere – a padroneggiare una tecnica amatoria che negli anni a venire, quelli della sua ascesa sociale, destò non pochi pettegolezzi: era chiamata “il giochetto cinese”. Se ne favoleggiava persino negli ambienti diplomatici inglesi, descrivendola come “la stretta cinese della Duchessa”.
Il secondo marito, Ernest Simpson, era invece un ometto insignificante, non ricco ma abbastanza cosmopolita. Si stava trasferendo a Londra e per Wallis – che forse in cuor suo già mirava a un incontro con il principe di Galles – questo risultò decisivo. Partì con lui e si sposarono a Chelsea. Fu un matrimonio noioso, costellato di piccole economie, ma potettero permettersi una casa e dei domestici. Wallis fece del suo meglio per sembrare più inglese e per ristrutturare con gusto la loro abitazione. Entrambi subivano il fascino dei reali; per cui quando lei incontrò il principe di Galles a una festa, Ernest fu talmente entusiasta della relazione della moglie con il re d’Inghilterra da incoraggiarla fino a rendersi ridicolo.
Il rapporto del futuro re d’Inghilterra con questa misteriosa divorziata americana scatenò invidie feroci e crudeli maldicenze. Quando, nel 1936, Edoardo VIII salì al trono, resistette solo trecentoventidue giorni: alla fine abdicò per sposarla, spiegando con un discorso alla nazione che “gli era impossibile governare senza il sostegno della donna che amava”. La gente comune odiò ferocemente questa borghesuccia “infiltrata” che, con oscure malie, sottraeva alla Gran Bretagna il suo sovrano; capitava addirittura che qualcuno la avvicinasse per strada per insultarla. Anche nella buona società inglese, coloro che erano diventati semplicemente “i Duchi di Windsor”, furono da quel momento considerati due paria: nonostante il loro stile di vita grandioso era difficile trovare qualcuno che andasse a cena con loro. Cominciarono perciò i frenetici pellegrinaggi della coppia in giro per il mondo: New York, Palm Beach, la Costa Azzurra, le Bahamas (dove il Duca fu governatore per cinque anni). Poi Spagna, Portogallo, infine la Francia. Furono decenni di viaggi continui, in cui si spostavano con un seguito di duecento valigie e un piccolo esercito di servitori, comprese alcune cameriere che si occupavano degli odiosi carlini. Presero a frequentare ossessivamente il jet-set internazionale, di festa in festa, come nel tentativo di colmare una vertigine di vuoto. C’era qualcosa di disperato in questa loro smania mondana. Fotografati ovunque, presi di mira dalla stampa scandalistica, erano sempre nell’occhio del ciclone. Si sparlò a lungo delle loro frequentazioni vicine all’ambiente nazista, dei loro eccessi nel bere, della loro promiscua vita sessuale. Negli Stati Uniti , Scotty Bowers, un ex marine e gigolò, raccontò di come i Duchi lo incaricassero di procacciare loro svariati partners per incontri di sesso; in questi frangenti pare che il Duca prediligesse i maschi, mentre Wallis si scatenava in rapporti lesbici che considerava estremamente appaganti. Nel 1955 la duchessa, già cinquantacinquenne, si infatuò di Jimmy Donahue, un giovane dandy omosessuale, erede dell’immensa fortuna dei Woolworth, e lo frequentò assiduamente. Li si notava far baldoria e flirtare senza remore in tutti i locali di New York. Edoardo ne soffrì moltissimo. Donahue era un personaggio volgare, sadico, drogato, uscito da un pesante scandalo grazie agli appoggi della famiglia (durante un festino gay, ubriaco, aveva evirato con un rasoio un giovane militare addormentato). Amava raccontare in giro che “nessuno fa i pompini come la Duchessa di Windsor.” E aggiungeva: “Ma dormire con lei è come dormire con il vecchio marinaio di Coleridge”. Finì suicida pochi anni dopo. Lei rimase sconvolta dalla sua morte. Wallis era sempre magrissima, costantemente a dieta (forse anoressica) e superbamente elegante. Edoardo la copriva di gioielli incredibili che divennero parte della sua leggenda: memorabili i pezzi unici disegnati per lei da Cartier e da Van Cleef & Arpels, lo splendido diamante giallo (che indossava solitario, per renderne l’effetto ancor più spettacolare), la collezione di rubini birmani e The Doochess’ Big Ice, un brillante incredibile da cinquanta carati. Ma, pur essendo considerati maestri di sfarzo e di stile, i Duchi erano tirchi e fondamentalmente ignoranti; mai fu visto un libro nelle loro mani.
Con il passare degli anni un’aura di tragica malinconia circondò questa coppia di forzati della mondanità: nelle fotografie li si vede barcollare da un night all’altro, sfatti, ubriachi, con il volto cereo e lo sguardo perso, persino grotteschi. Il viso della Duchessa appare innaturalmente stirato dai lifting.
Quando Edoardo muore a 78 anni, rapidamente consumato da un tumore alla gola, la Duchessa precipita nella vecchiaia, nella solitudine, nell’abbandono. Quando perde il Duca, Wallis capisce di aver perso tutto. Vaneggia, mangia sempre meno, tracanna vodka da boccali d’argento…
I suoi ultimi anni furono atroci. Dopo alcuni ricoveri ospedalieri per una frattura all’anca e un’ulcera perforante, viene segregata nella sua enorme dimora parigina. Il suo tutore, l’avvocato Suzanne Blum è una vecchia orribile, tirannica, morbosa, che le preclude qualsiasi contatto con il mondo esterno. Wallis è costretta a letto per dieci anni, in un silenzio tombale: intubata, completamente paralizzata, nutrita attraverso una sonda nasale, abbandonata da tutti.
Alla fine si rattrappì, divenne piccola e scura, probabilmente per una disfunzione epatica. L’ultimo che la vide – un barone austriaco suo carissimo amico che si introdusse in casa di nascosto – rimase impietrito: “Giaceva nel letto priva di conoscenza, sembrava una piccola prugna avvizzita e nera…”
Il 24 aprile 1986, all’età di novant’anni, sfinita, si spense. E fu finalmente libera.
Il suo corpo fu inumato accanto a quello del Duca nel mausoleo reale di Frogmore.
L’anno seguente i suoi leggendari gioielli furono battuti all’asta da Sotheby’s per la cifra straordinaria di oltre cinquanta milioni di dollari.
Nel 1997, con un’ultima asta, sono venduti tutti gli oggetti dei Windsor custoditi nella grande casa parigina: quarantamila pezzi, tra mobili, collezioni, ritratti, abiti, argenti, fotografie… Ogni cosa viene dispersa, anche il più piccolo ricordo.
Foto: Wallis Simpson fotografata da Cecil Beaton- 1937
By. Paolo Schmidlin
Fonte: Amedit

Cary Grant, drug therapy e note bisessuate all’ombra di Hollywood

January 5, 2018 Leave a comment

Cary Grant

Chi era Cary Grant? Nessuno lo saprà mai questo è certo, forse nemmeno lui …
Inglese e di umilissimi origini divenne il sex symbol più acclamato del secolo.
Cary Grant fu il vertice assoluto della bellezza e del glamour di Hollywood.

Hitchcock volle descrivere la sua complessità privilegiandone tutto lo splendore con ben quattro film, la figura atletica, lo sguardo intrigante e l’atteggiamento a tratti pigro, a tratti felino. A cinquant’anni nell’immortale Caccia al ladro fa capitolare in sequenza Grace Kelly, la sua ricca madre, e una minorenne spasimante, insieme a qualche milione di spettatrici.

Un bellissimo caccia dote?: Si è sposato e poi ha divorziato velocemente da una delle donne più ricche del mondo Barbara Hutton. Un bisessuale? Ha convissuto per anni con un aitante attore di western di serie B (Randolph Scott) e non per motivi di economia. Una spia messa apposta nel Jet Set? C’è anche chi lo ha insinuato. Un avido senza scrupoli? Alcuni sostengono (in primis un’attrice famosissima) che un suo amante ricchissimo gli donò una azienda di cosmetici che lo rese multimilionario.
Un nevrotico incurabile a tratti sadico? Alcune mogli lo descrissero così. Hitchcock il regista suo mentore ne era affascinato totalmente.

La madre dell’attore, elemento da brivido noir, fu scoperta da Grant stesso dolorosamente viva in manicomio (fatto occultato dal padre che ne inscenò la morte). Lui corteggiatissimo fu sempre segretamente accanto a lei , dicono ad Hollywood, vi erano rapporti di odio-amore a dir poco tempestosi tra i due.
Ma che cosa nascondeva questo bellissimo ed elegantissimo groviglio di misteri e fascino?
Pare molto LSD: la droga degli Hippy. Questa voce è sempre circolata ad Hollywood sull’attore, ma prende piede anche in uno stupendo documentario Becoming Cary Grant. Mark Kidel, l’autore, utilizza filmini della sua famiglia (autorizzato dalla famiglia stessa) e pezzi dell’autobiografia che lui non volle mai pubblicare.
Non è tutto oro quello che luccica sembra dirci quest’opera presentata anche a Cannes.
Scappato di casa a 15 anni da un padre padrone e alcolista, il suo passaporto era solo il suo viso perfetto, il fisico prestante da pugile e la sua sexy fossetta sul mento.
I soldi e la sua carriera non riuscirono a risparmiargli i demoni dell’anima. Dopo lo yoga e l’ipnosi per sedare le tremende inquietudini Grant si affidò ad un medico piuttosto strano: Il dottor Mortimer Hartman.
Hartman lo sottopose a trattamenti a base di Lsd all’istituto psichiatrico di Beverly Hills per un numero di oltre cento tra il 58e il 61. Grant confessò nei documenti di Kidel di essere rinato. Molti artisti degli anni sessanta si spinsero ad usare questa sostanza per amplificare sensazioni e credendo di migliorare le performance: alcuni si suicideranno anche in preda agli effetti. Cary Grant no. Nel documentario, fa un effetto strano, quasi surreale ascoltare la voce di Cary Grant dire, anzi sussurrare “alla fine mi sento vicino alla felicità”. Guardare questa leggenda girarsi e rigirarsi senza fine, sudato e bendato in un lettino d’ospedale dove il dottore sperimentava su di lui i trattamenti di Lsd una volta a settimana per cinque ore.  Anzi è curioso pensare che ai tempi di Intrigo internazionale questo divo facesse uso di Lsd in maniera continuativa.
Un fascino fisico che faticava a gestire, qualche dubbio intrinseco sui suoi gusti, una madre con problematiche psichiatriche e un padre padrone alcolista incisero nella ricerca di serenità di questa Star amatissima. invidiatissima e copiatissima. George Cloney è solo uno di innumerevoli cloni nel tempo di Grant.

Forse Non è tutt’oro quello che luccica soprattutto ad Hollywood.

A cura di Antonello Altamura

Fonte: MondoRaro

Jayne Mansfield, corsa folle nella Hollywood maledetta

November 13, 2017 Leave a comment

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La corsa folle di una bellissima contro il tempo e il dolore della vita può apparirci come misterica. Questa bionda incredibilmente Hollywoodiana morì completamente sfigurata. Da allora, i camionisti americani hanno l’obbligo di collocare sotto il telaio una sbarra d’acciaio antincastro, che chiamano Mansfield Bar. La morte di Jayne Mansfield è servita a salvare altre persone sicuramente. Della Mansfied Bar beneficiano altri, forse meno vistosi o meno intelligenti, meno intraprendenti e sicuramente meno sovraesposti che si accontentano di una villetta e di un pomeriggio al centro commerciale ma che sognano Hollywood. L’infernale e divertente insieme Valle delle bambole dove Jayne la conoscevano e oggi la ricordano tutti.

In un afoso giugno del 1967, un trattore stava viaggiando per le campagne intorno a New Orleans spruzzando pesticida. Il vapore derivato dal pesticida che irrorava avvolse la strada con una fuoriuscita di fumo. Il fumo nero avvolse tutto nel suo senso più simbolico. Un camion con rimorchio, che spuntò oltre la curva, e sprofondò in quella nebbia scura e dovette inchiodare violentemente per fermarsi. Sopraggiungeva ad alta velocità un’auto, che non potè frenare. L’urto violento della macchina, una Buick blu, fece si che il veicolo si infilò sotto il rimorchio e si aprì come una scatola.

Nella autovettura erano stipati tre adulti e tre bambini. I bambini sopravvissero, anche se feriti. I grandi perirono. Morì l’autista, morì un avvocato e morì una giovane donna molto vistosa e ossigenata. Aveva 34 anni. E il suo nome era: Jayne… Jayne Mansfield. Un’icona. Una sex bomb incontrollabile.

Jayne era bionda platino, labbra carnose , grandi occhi da cerbiatta, naso cesellato. Aveva un corpo invitante e paradossale , con un giropetto di oltre 100 centimetri e un vitino incredibilmente sottile. Forse poteva aver dato fastidio alla carriera alla più minuta collega Marilyn negli anni Cinquanta, ma la rivale leggenda la Monroe, era morta nel 1962 a 36 anni. Jayne ormai era solo una fotocopia involgarita e inquietante. La carriera partì promettente con delle partecipazioni cinematografica di tutto rilievo, accanto a Dean Martin, Cary Grant ,Tony Randall per poi passare rapidamente alla serie B persino accanto a Franchi e Ingrassia in Italia. Jayne era ribelle con i produttori: aveva una personalità supponente, beveva, forse si drogava, collezionava uomini(ebbe cinque figli da tre uomini diversi). All’epoca del vedo e non vedo si spogliava in pubblico e sui giornali. Era una mina vagante, ma il mondo Hollywood era un mondo estremamente puritano almeno di facciata. La emarginarono. Era famosissima per il nudo, per la somiglianza con Marilyn e per gli scandali dunque finì per girare film solo serie B o perfino a esibirsi nei night di provincia ,in stato confusionale.
Jayne fin da piccola voleva fare l’attrice, diventare qualcuno, come milioni di americane della sua epoca e non. Era intelligente, colta, suonava il violino, il pianoforte e parlava cinque lingue, ma puntò unicamente e prepotentemente sulle doti esteriori. La finta bionda platino svampita e osè, poté comprarsi una villa rosa super kistch con 40 stanze e una piscina a forma di cuore a Beverly Hills. La sua vita fu un girotondo di uomini e di chihuahua che teneva sempre nel suo prosperoso grembo.
L’oca giuliva platino che pareva un fumetto aveva un quoziente di intelligenza di 162. Il boccone amaro da trangugiare insieme all’alcool era accettare l’emarginazione a Hollywood e forse che gli uomini la apprezzassero solo per le sue avvolgenti curve. Cadde sempre più in basso. Jayne negli ultimi tempi viveva con Sam Brody, l’avvocato che per lei aveva lasciato una moglie due figli, per loro fu l’ultima spiaggia. Ubriachi e sotto Lsd, avevano un rapporto violento tanto che lei era piena di lividi sotto strati spessi di cerone. Lui aveva il problema del gioco e voleva i soldi che lei guadagnava. Jayne veniva considerata persona sgradita ai festival del cinema, e nelle feste Hollywoodiane era troppo sexy e ormai spudorata, e beveva troppo, oltre a far uso di LSD. I due amanti sbandati, per macabra ironia della sorte iniziarono addirittura a frequentare un guru satanista del giro di Charles Manson (arrestato e condannato autore della strage che costò la vita nel 1969 Sharon Tate, giovane e bellissima moglie di Roman Polanski).

La bionda platino è l’America stessa , è la luce di un faro
valorizza una chioma ossigenata; non importa cosa si stia
costruendo o decostruendo sotto, la luce delle stelle porta
denaro ai botteghini, è un prodotto.

Si dice che alla Kim Novak in una delle tanti liti alla Columbia dissero “sei solo un pezzo di carne, devi solo sostituire quell’altra, che tra pillole e alcool tirerà le cuoia presto”.

a cura di Antonello Altamura

Fonte: MondoRaro

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Yves Saint Laurent, maestro indiscusso della moda internazionale

August 7, 2016 Leave a comment

ysl

Il 1 agosto 1936 nasceva Yves Saint Laurent, maestro indiscusso della moda internazionale. Tre lettere sovrapposte: Y S L. La griffe leggendaria dell’Haute Couture prosegue il suo viaggio inarrestabile anche dopo la scomparsa del suo creatore, Yves Saint Laurent.  Marrakech ha onorato il maestro qualche anno orsono, con una restrospettiva dedicata ai lavori ispirati dal Marocco (una quarantina, oltre ad audiovisivi, immagini e oggetti). Un omaggio dovuto; qui lo stilista ha vissuto dal 1967 sino alla sua morte nel 2008 e le sue ceneri sono state sparse nel giardino Marjorelle che tanto ha amato. Un viaggio straordinario quello di YSL che dalla natia Orano, Algeria, lo porta a Parigi nel 1954, dove inizierà il suo viaggio immaginario e immaginato intorno al mondo. Nel 1967 la Maison festeggiò i suoi primi cinque anni di esistenza, coronati di successi e di importanti riconoscimenti alle collezioni definite allora “geniali”. Flirtando con le arie di quei tempi sotto forma di New Look (1962), abiti Mondrian (1965) o cappotti Pop Art (1966), Yves Saint Laurent moltiplicava i suoi sguardi meravigliati sull’arte e sulla cultura del mondo. Nel gelido inverno parigino del 1967 la svolta che lo impose come “ineguagliabile“: primo viaggio con abiti per principesse nubiane dei tempi moderni, chiamati “Bambara“, lavorati quasi al microscopio sulle indossatrici con audaci trasparenze realizzate con finissimi fili di perle. Era l’epoca swinging sixties e la crescita di una nuova cultura, quella della gioventù. L’Haute Couture con i suoi taillleurs, i suoi twin-set, rispondeva a delle convenzioni che stavano sparendo, tea timecocktail time, ecc.. In quei tempi di grandi cambiamenti la collezione africana di Yves Saint Laurent soffiava come un vento di passione sui cuori ingordi di novità, a colpi di frange in rafia bluette e batiks coloratissimi. Proponeva in primis un’altra idea del lusso, meno ostentato e più vicino al soffio di libertà dell’epoca, la ricchezza del “mondo è nostro“. In questo gli abiti Bambara furono degli autentici fuochi, l’incarnazione di una bellezza senza regole, fatta di spirito e sostanza provocatoria . L’impronta dei costumi tradizionali africani non era solo un flash, una piega alle tentazioni esotiche primarie, ma un appello aperto al metissaggio dei sensi, un gesto estetico perfettamente incarnato dalle modelle nere che possedevano quello che di più magico puo’ avere una donna: il mistero. Non il vecchio mistero incarnato dalle femmes fatales, ma il mistero dinamico delle donne attuali (1).

L’anno seguente la collezione Safari Look dove nacque la mitica “sahariana”. Nel 1976 la collezione “Balletti russi“, considerata dal suo creatore come una delle più belle in assoluto. Poi la superba “Collezione cinese” che rivisitava i classici imperiali in salsa Paris chic, ad immagine del profumo Opium lanciato nel 1977. Seguirono delle collezioni spagnoleggianti che potremo sottotilolare “Corrida d’Amore”, come nel film di Nagisa Oshima, e ancora collezioni marocchineindiane, un tourbillon sontuoso di colori e di citazioni che riapparsero periodicamente sino al ritiro dell’Haute Couture dalla Maison. Il matrimonio era consumato: Yves Saint Laurent amava il mondo e il mondo amava Yves Saint Laurent. Dal 1983 le retrospettive si sono moltiplicate, 83 in Usa, 85 in Cina e in Russia ben 87. Ma il periodo più fecondo e spirituale prese vita nel 1967 quando avvenne l’incontro decisivo: il suo coup de foudre per il Marocco. Se Orano aveva donato allo stilista un apertura di paradiso perduto, con Marrakech Yves Saint Laurent ritrovò l’eden, la luce. Fu in quel momento che prese piena coscienza del potere dei colori, delle loro potenzialità violente e infinite. Marrakech divenne il suo eremo, un luogo di incontri, la sua fonte di ispirazione. Pierre Bergé dichiarò che “quando scoprirono il Marocco, compresero che il suo cromatismo era quello degli zellijges e degli zouacs, dei hjellaba e dei burnos“. (2) Dopo aver vissuto per una decina di anni nel Dar el Hach, la casa dei serpenti, Yves Saint Laurent e Pierre Bergé acquistarono nel 1980 la villa Majorelle, appartenuta al pittore omonimo. Il blu presente all’interno della proprietà sarà l’anticamera dei “viaggi immobili” dello stilista. Le luci, i colori, le piante, i giardini, la frutta e le spezie saranno una fonte di interpretazione cromatica, sempre più ricca e sorprendente, tradotta in tessuti esclusivi forniti da un complice fedele della Maison, lo svizzero Zumsteg, che attraverso una serie di collezioni superbe offrirà a YSL tutte le tecnologie esistenti in campionature di tessuto con stampe uniche e inimitabili. Il caftano, vestito folk marocchino, trovò una dimensione universale quando venne presentato accompagnato da una preziosa cappa in passamaneria, con broccati lamés, graffiato con tessuti da sera, stampato a disegni floreali animalier. Lontano dall’essere pretestuoso svincolante, si proponevano comunque strutture classiche dando diverse alternative agli stereotipi, con l’aiuto di colori proibiti o tagli irregolari. Yves Saint Laurent amava profondamente le donne e le voleva libere nel senso più spirituale e intimo del termine, giocando con l’ambiguità dei sensi e delle forme in un bluff gioioso e alternativo. Fu pioniere nella materia, democratizzando il costume maschile in tutta femminilità, osando le vere trasparenze senza mai pero’ entrare nella volgarità provocatoria di una sessualità esplicita. La maggiorparte dei suo pezzi immaginati per quel “viaggio straordinario” sono dotati di una sensualità animale emanata dalle macchie del leopardo, dal calore della seta e del velours, una eccezione colorata della lotta tra Eros e Thanatos. Margherite Duras disse di Yves Saint Laurent che non faceva “della differenza tra le cose che creava per gli uomini e quelle che creava per gli dei“. (3)

(1) David Teboul, Yves Saint Laurent, 5 avenue Marceau, Edizioni de la Martinière, Parigi 2002

(2) Catalogo dell’Esposizione Yves Saint Laurent: exotisme. Insieme dei Musei Nazionali, Parigi 1993

(3) Yves Saint Laurent e la fotografia di moda, Albin Michel, Parigi 1998

Fonte: My Amazighen

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Principe di Montenevoso, blasone conferito al poeta condottiero Gabriele d’Annunzio

October 6, 2015 Leave a comment

Principe di Montenevoso, dall’omonimo Monte Nevoso, è un titolo nobiliare, creato motu proprio da Vittorio Emanuele III Re d’Italia, su proposta del primo ministro Benito Mussolini per il poeta e condottiero della prima guerra mondiale e dell’Impresa di Fiume Gabriele d’Annunzio.
Il titolo non corrisponde ad un vero e proprio feudo principesco, ma come anche altri titoli conferiti in relazione alla vittoria sull’esercito Austriaco della prima guerra mondiale, fa riferimento a imprese militari nelle quali la persona cui furono conferiti si distinse sul campo, come ad esempio il Maresciallo Armando Diaz, firmatario dell’armistizio, che fu creato Duca della Vittoria, l’Ammiraglio Thaon di Revel, artefice della vittoria marittima che fu creato Duca del Mare, il Maresciallo Pietro Badoglio che ebbe il titolo di Marchese del Monte Sabotino (poi Duca di Addis Abeba), e gli Ammiragli Costanzo Ciano (padre di Galeazzo Ciano) e Luigi Rizzo, che ricevettero rispettivamente quello di Conte di Cortellazzo e Buccari e quello di Conte di Grado e Premuda.
Il titolo, trasmissibile ai maschi primogeniti e con trattamento di Don e Donna, concesso a Gabriele d’Annunzio venne creato con Regio Decreto del 15 marzo 1924, nel giorno delle celebrazioni per l’annessione della città di Fiume all’Italia e fa riferimento all’allora estremo confine italiano verso est, conferito a colui che aveva con l’impresa appunto dell’occupazione di Fiume, così strenuamente combattuto per l’unione della città al Regno d’Italia.
Il motto annesso allo stemma, il grido di guerra “Immotus nec iners” (Fermo ma non inerte), è un verso del poeta latino Orazio ed il blasone, concesso con R.D. del 29 aprile 1926 e RR.LL.PP. del 9 maggio 1926, descritto come ” d’azzurro al Monte Nevoso d’argento accompagnato in capo dalla Costellazione dell’Orsa Maggiore d’argento ( ossia 7 stelle di 7 punte)”, con una spada rivolta verso il basso e da un elmetto Adrian, fu dipinto da Guido Marussig. Come ornamento dello scudo il cordiglio francescano, ed elmo e corona da principe; spesso lo scudo si presenta alato per sottolineare la passione di Gabriele D’Annunzio per il volo. Il padiglione con il colmo di ermellino e frangia d’oro; con la cortina formata dalla bandiera della Reggenza Italiana del Carnaro (campo rosso con il serpe di verde-dell’eternità-mordentesi con la coda e con il nastro con lettere in oro “Quis contra nos?” (Chi contro noi?), racchiudente la Costellazione dell’Orsa Maggiore in argento. La cortina è fermata con i piuoli. Dietro il padiglione sorgono a trofeo le bandiere di Fiume (viola, oro, azzurro) e della Dalmazia (d’azzurro a tre teste di leopardo coronate d’oro).

Fonte: Wikipedia

Dan Bilzerian, l’uomo che ogni uomo vorrebbe imitare

August 10, 2014 Leave a comment

Dan Bilzerian

Milionario, pieno di ragazze e per lavoro gioca a poker. Ecco in poche parole chi è Dan Bilzerian, l’uomo che farebbe addirittura invidia a Tony Stark.

Attore, astronauta, cazzone. E talvolta gioco a poker.” E poi dicono che i biglietti da visita degli imprenditori sono banali e piatti. Sarà che non eravate ancora inciampati in Dan Bilzerian, che si presenta così su Instagram. E che non è un wannabe tutto chiacchiere e ancor più fumo. Ma per capirlo dovreste conoscere la sua storia. Anzi, prima ancora, guardare le sue foto sulla sua pagina Facebook, dove ha milioni di fans e ammiratori. Poi lo invidierete! Ma durerà poco perché alla fine, prima o poi, vorreste essere lui almeno per un giorno.

Ma chi è Dan Bilzerian? Per capirlo bisogna partire dal padre, reduce del Vietnam, laureato alla Standford University con master ad Harvard. Un tipo geniale che, nel giro di pochi anni, era diventato uno dei boss di Wall Street. Certo, le vicende familiari oscillano tra scandali e condanne, ma l’ambiente forma anche il giovane Dan. Tale padre, tale figlio. E Dan, così, cresce in una villa megagalattica in Florida, a Tampa Bay. E poi decide di darsi al poker. Non che gli manchi da vivere, lo fa per puro diletto.

Così, tra un parco auto impressionante e decine di donne bellissime con cui organizzare festini a tema, Dan vive la vita che ogni uomo vorrebbe vivere almeno per un giorno. E la protegge gelosamente a suon di armi, visto che tra la dotazione di serie ha persino un arsenale da paura. Per il resto, la cura per la bella vita è la stessa che ripone nel proprio corpo, che tra barba e addominali custodisce come un tempio.

Fonte: GoLook.it

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Maria Antonietta

October 19, 2012 Leave a comment

Chi è l’icona più spregiudicata e ribelle della storia? Maria Antonietta…
La bellissima Maria Antonietta in realtà tanto bella non era. Possiamo trovarne le prove negli scritti del tempo. Per questo motivo prima di andare in Francia al cospetto di Luigi XVI si sottopose a un restyling totale!!!
Sentite cosa scrive:
“Quando il dentista ebbe completato il suo lavoro… Le fascette dorate affondavane le mie tenere gengive, le viti su ogni denti mi ferivano l’interno delle labbra… Mi osservi nello specchio- ma io non vedevo riflessa la futura regina di Francia- vedevo un mostro”.
…. “Ormai l’apparecchio dei denti era stato tolto, finalmente! La mia dentatura somigliava a una fila di piccole perle”….
.”Sieur Larsenneur- il friseur più famoso d’Europa- impiegò più di cinque ore per acconciarmi i capelli per la cerimonia… ciocche della mia stessa tonalità di biondo, probabilmente di qualche novizia che le aveva tagliate, venivano acconciate in grossi boccoli ritorti con un paio di ferri caldi, e sistemate tra le mie trecce fincheè non fu più possibile distinguere dove finissero i miei capelli e iniziassero quelli posticci”
Toniette era terribilmente affascinante, molto snella e vestita secondo le ultime mode, stava divinamente in tutti quegli abiti con gonne larghissime e ricchi di decorazioni. La regina era famosa anche per la sua morbida carnagione di porcellana. Il suo segreto? Una preziosa crema che Jean-Louis Fargeon, maestro profumiere, arricchiva con un’assoluta di Rose Souveraine, una rosa rosso scuro, dalle proprietà altamente nutritive, estratta con un processo artigianale chiamato Enfleurage.
A 15 anni lascia la corte imperiale di Vienna per andare in sposa al delfino di Francia. Ma il matrimonio è un matrimonio di interesse strategico-politico, non certo un matrimonio d’amore. Per di più il principe aveva un piccolo “problemino”, ehm ehm… che durò ben sette anni.
Dal “Diario proibito di Maria Antonietta” di Juliet Grey ecco le prime impressioni della delfina di Francia su Luigi XVI e su Versailles. Buona lettura!!!!
… Ne scesero due uomini, entrambi più alti della media. Il più anziano era ovviamente era il re… Era meno facile identificare il suo compagno di viaggio…. Inizialmente pensai che quel giovane gentiluomo piuttosto tarchiato fosse un lacché……
… Luigi Augusto sebbene avesse solo 15 anni, si avvicinava al 1,80 di altezza ed era robusto come un contadino…”
“…Santo cielo Versailles sembrava un porcile rispetto a Schonbrunn!…”
“… mi rifiutai di indossare il corsetto. Ero snella come un giunco e non avevo nulla da costringere… Adoravo passeggiare nei giardini e tra i sentieri di ghiaia, ma naturalmente i miei lunghi strascichi si trascinavano dietro di me nella polvere, rovinandosi a ogni passo. Raso, seta e broccato erano tessuti delicati, che non si potevano lavare, nè era così piacevole indossare nelle torride settimane estive…”
… “Diverse donne imbellettate secondo gli usi di corte, con il volto coperto da uno strato di biacca e grandi cerchi rossi sulle guance, le labbra altrettanto rosse e finti nei neri, mi passarono accanto…, chiacchierando tra loro dietro ai ventagli…”
Se vi ho incuriosito, continuate a leggere la vita di una donna affascinante come una diva, ma che è stata anche una grande vittima della storia. Se trovate notizie e curiosità su di lei, postatele…

Fonte: My Vanity Blog

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Forbes, aneddoti segreti sulla vita di Steve Jobs

October 5, 2012 Leave a comment

Nelle ultime ore, Forbes ha condiviso pubblicamente in rete alcune storie e citazioni, tenute nascoste sino ad oggi, sul grande Steve Jobs, il genio fondatore di Apple che ci ha lasciato il 5 ottobre dell’anno scorso.
L’articolo pubblicato da Forbes, intitolato “Untold Stories About Steve Jobs: Friends and Colliges Share Their Memories.”, racchiude una serie di storie e frasi messe insieme grazie ai racconti di tutti gli amici e colleghi dello stesso Steve; da questo, possiamo capire che si tratta di aneddoti forniti da persone che hanno avuto la fortuna di lavorare o vivere in contatto diretto con lui.
La prima storia rivelata, da Randy Adams, riguarda l’ossessione di Steve Jobs per i dettagli all’interno del primo Apple Store. Eccola di seguito:
”Il design dello store che sembrava così ottimo su carta non riuscì a reggere il confronto con l’uso del mondo reale. I muri mostravano ogni impronta ed i pavimenti erano segnati da macchie nere causate dalle persone impegnate a preparare il negozio per l’inaugurazione.”
In seguito alla grande rabbia per questo dettaglio, Steve decise di non uscire a parlare con i giornalisti, e così, ecco una seconda rivelazione:
”Riuscirono a convincere Jobs ad uscire e la tenda venne fatta cadere davanti al piccolo gruppo di reporters. Quando vidi il pavimento, mi girai immediatamente verso Jobs, in piedi vicino a me, e gli chiesi se fosse stato coinvolto in ogni aspetto del design.
Rispose di sì. “E’ ovvio che chiunque avesse progettato il negozio non avesse mai pulito un pavimento nella sua vita,” gli dissi. Mi fisso e uscì.”
In seguito, Steve ordino a tutti i suoi designer di passare tutta la notte con le proprie mani e ginocchia a ripulire il pavimento dell’Apple Store, fino a che l’azienda non ordino di cambiare questo dettaglio.
Un’altra storia, rivelata sempre dallo stesso Randy, riguarda la passione per le auto da corsa di Steve Jobs. A quanto pare, infatti, Steve non amava affatto mostrare alle persone, e soprattutto ai suoi investitori, la sua disponibilità economica, e di questo ve ne accorgerete leggendo di seguito:
”Randy, dobbiamo nascondere le Porsche. Ross Perot sta arrivando e pensa di investire nella compagnia, e non vogliamo che creda che abbiamo tanti soldi.”
Successivamente, l’uomo d’affari Ross Perot, del Texas, investì 20 milioni di dollari in Apple, prendendo posto nel consiglio dell’azienda nel 1987.
Passando ora a quanto rivelato da Marc Andreessen, che fu invitato a cena da Jobs prima del lancio dell’iPhone, possiamo capire come Jobs seguisse il suo istinto più di ogni altro fattore. A quanto pare, infatti, dopo che Andreessen mostrò il suo disaccordo sulla mancanza della tastiera fisica sul dispositivo, Steve rispose con decisione ”Ci si abitueranno”.
Ovviamente, quanto scritto sopra non riguarda gli unici fatti tenuti segreti sulla vita di Steve Jobs, e per questo speriamo che presto venga fatta molta più luce sulla sua vita da chi ha avuto la fortuna di stargli vicino.

Fonte: GoLook-Technology.it

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Anna Piaggi, eccentrica visionaria dello stile

August 7, 2012 Leave a comment

Eccentrica, scrittrice, giornalista, visionaria, diva, divina, musa, mito.
Si potrebbero trovare migliaia di aggettivi per descriverla, ma la verità è che lei era semplicemente Anna Piaggi.
Colei che ha lanciato diverse mode o, meglio, ha creato le mode, la moda stessa, quel sistema che ci è tanto familiare più per le cifre da capogiro e la frenesia, che per i romantici albori.
Anna Piaggi ha creato il vintage, prima ancora che esistesse il termine o che qualcuno pensasse di indossare abiti usati.
La sua penna ha firmato centinaia di articoli per diverse riviste e periodici: Arianna, Espresso, Panorama, Vanity Fair e, ovviamente Vogue, dove con la sua rubrica “D.P. Doppie Pagine di Anna Piaggi” ha dettato le regole della moda, così come la conosciamo oggi.
Anna era così divina da essere stata musa ispiratrice per tanti: Karl Lagerfeld le ha dedicato un libro nel 1986, Anna-cronique, Manolo Blahnik ha affermato che è stata “L’ultima grande autorità internazionale in fatto di abiti”, quegli stessi abiti a cui il prestigioso Victoria & Albert Museum di Londra ha dedicato una mostra nel 2006.
Ma non era per gli abiti che Anna si era guadagnata la fama e un posto fisso in prima fila a tutte le sfilate. Anna incarnava il significato più puro e alto del termine moda. Anna era la moda stessa.
Non credeva nelle rughe, nel passare del tempo o delle mode. Per lei contavano i dettagli, gli attimi che rendono tutto speciale. Gli abiti, i cappelli estrosi, il trucco pesante e i capelli colorati erano solo alcuni dei modi con cui Anna Piaggi ha portato all’esterno la sua anima, la sua essenza.
I più vedevano solo una figura bassa e rotonda dai tratti pazzi ed eccentrici. Solo chi sapeva guardare al di là delle maschere e della facciata, era in grado di capire fino a fondo che la moda era la forma artistica con cui Anna esprimeva se stessa.
Il resto lo ha lasciato fare alle parole, parole che come un flusso irrefrenabile scriveva una dopo l’altra sulla sua Olivetti Valentine, inseparabile compagna dal 1969.
Quelle stesse parole rimarranno per sempre, anche adesso che Anna non c’è più.
Con lei non se ne va solo una grande scrittrice e una grande donna, ma anche un pezzo importante di storia della moda che non tornerà più. Arrivederci Anna.

Greta Miliani

Fonte: In Moda Veritas

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Cate ♥, perfezione e unicità

July 16, 2012 Leave a comment

Buongiorno a tutti!! Come penso molte di voi, ritengo che gli accessori siano il dettaglio che conferisce personalità al look, quel quid capace di trasformare un outfit noioso in uno interessante.
Nelle prossime settimane vi mostrerò le creazioni di alcune giovani designer di accessori, impegnate quotidianamente a realizzare piccoli splendori per renderci più belle.
Oggi voglio parlarvi di Caterina, la designer dietro al brand Cate ♥, che oltre ad essere molto brava nel suo lavoro, è anche una persona disponibile e attenta alle necessità delle sue clienti.
Cate ♥ è un marchio 100% italiano, che vuole unire la perfezione e l’unicità dell’handmade alla voglia di impreziosire lo stile, la vita e la bellezza di tante donne.
La missione di Caterina è quella di aiutare le donne a sentirsi femminili e alla moda in qualunque momento della loro vita, nella quotidianità, come nelle situazioni più chic e glamour!

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