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Yessine Rahmouni, cavallo reale marocchino ai Giochi Olimpici di Londra 2012
Yessine Rahmouni rappresenterà il Marocco ai Giochi Olimpici di Londra 2012. Il giovane olandese di origini marocchine, è il primo cavaliere a partecipare alla competizione ippica delle Olimpiadi per un paese africano. Il cavaliere ha ottenuto il suo tiket d’ingresso per i giochi olimpici con Floresco, cavallo della Principessa Lalla Amina, zia del Re Mohammed VI, che Yessine Rahmouni racconta di averlo incontrato l’estate scorsa. “Ero in vacanza, stavo facendo jet-sky e abbiamo iniziato a parlare spontaneamente. In seguito mi ha contattato con sua zia, Presidente della Federazione Reale degli sports equestri. Tutto questo mi ha permesso di realizzare il mio sogno olimpico e di cavalcare Floresco”, spiega in un intervista Yessine. Il cavallo Floresco è un habitué dei Giochi Olimpici. Il cavaliere svedese Patrik Kittel gareggiò durante i Giochi Olimpici di Pechino nel 2008 in sella appunto al reale cavallo. Buona fortuna a Yessine!
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
SAR Mohammed VI, cavalli reali al Salone Internazionale dell’Agricoltura a Parigi
Due cavalli appartenenti a SAR Mohammed VI parteciperanno al Salone Internazionale dell’Agricoltura a Parigi. Quintus e Rivulus vivono nella residenza del sovrano nell’Oise, a nord, della capitale. Secondo alcune fonti locali, i due cavalli hanno diritto ad un attenzione particolare da parte del loro reale proprietario, che si reca a fargli vista almeno una volta all’anno. “I cavalli vengono curati, montati, e fatti lavorare al tiro”, ha spiegato alla stampa un dipendente della residenza reale nell’Esagono.
Fonte: My Amazighen
Rabat, nuovo parco zoologico immerso nella natura
Il nuovo parco-zoo di Rabat è stato inaugurato da un mese e l’affluenza del pubblico è stata notevole, premiando gli sforzi dell’amministrazione rabatina nel creare una struttura che di zoo ha veramente poco, quasi nulla. Passata la biglietteria automatica si ha la netta impressione di aprire un libro sulla giungla. Finiti i tempi delle gabbie anguste e soffocanti il concetto del nuovo zoo di Rabat è quello di fare coabitare gli animali, come in natura. Scrutando l’orizzonte del parco si intravedono galoppare zebre e antilopi in tutta libertà. L’illusione ottica è talmente ben riuscita che si fa fatica a credere di essere in uno zoo. Con una capacità di 4.000 visitatori al giorno, il parco è andato in sold out qualche ora dopo la sua apertura. Successo totale. Dopo lo smantellamento degli zoo di Casablanca e Témara, Rabat si è dotato di un parco zoologico nazionale degno di quel nome. La superficie totale del progetto è di 50 ettari di cui 27 già finalizzati. Il concept del parco propone al visitatore una full immersion nei luogi naturali della vita animale. L’idea del progetto rimonta al 2007, quando SAR Mohammed VI, in visita a Singapore, soccombe allo charme dello zoo cittadino. Di ritorno in Marocco, il sovrano diede le sue istruzioni per costruire una replica facendo appello al responsabile dello zoo di Singapore, Bernard Harrison, per disegnare il concept generale. Finanziato grazie alla cessione di terreni dell’antico zoo di Témara al Gruppo immobiliare Addoha, questo faraonico progetto è costato la somma di 460 milioni di DH. Grazie alla sua architettura innovatrice, il parco è costituito da un circuito che porta i visitatori attraverso cinque ecosistemi: le montagne dell’Atlas, la regione del deserto, la savana africana, la zona tropicale e la zona paludosa. Per spingere il realismo al suo massimo, i paesaggisti marocchini hanno dotato ogni zona della flora autoctona. Oltre 120 specie animali sono state inserite in queste repliche della natura. Per occuparsi di tutto questo piccolo mondo, 80 persone si curano dello zoo con a capo un centro veterinario dove gli animali possono essere assistiti, senza dimenticare una zona di quarantena per gli animali importati o in degenza. L”equipaggiamento del centro veterinario permette di curare gli animali nella clinica o all’interno del parco stesso, onde evitare choc agli animali. Il parco poi dispone di cinque chioschi e sei ristoranti, di cui uno con vista su di una colonia di leoni.
Il parco propone ai visitatori la fauna selvaggia del Marocco, dell’Africa e quella subsahariana. Ma la star incontestabile dello zoo resta il leone dell’Atlas, con soli 25 esemplari esistenti. Un segno di buon augurio è stata la nascita di tre leoncini, l’undici dicembre 20011, portando così a 28 il numero del rarissimo leone. Tutti gli animali che erano presenti nel vecchio zoo di Témara sono stati trasferiti nel nuovo centro e la collezione del parco è stata rinforzata con nuove specie come le giraffe e i rinoceronti, provenienti dall’Africa del sud. Ovviamente per procurarsi questi animali, i costi sono stati esorbitanti. I tre rinoceronti sono costati la bellezza di 10 milioni di Dh e per il loro trasporto il parco si è affidato ad una ditta russa specializzata in questo genere di operazioni. L’importazione di questi animali è molto complessa a livello giuridico e pratico. Un elefante puo’ costare oltre 500.000 DH se è nato in cattività ed è sufficientemente domestico per essere gestito in uno zoo. L’esposizione invece degli uccelli ha beneficiato di un plus ultra tecnologico. Diverse voliere giganti sono state installate per permettere a molte specie di uccelli di volare in tutta libertà. I fili di queste voliere sono costituiti da un metallo intrecciato a mano per evitare qualsiasi ferita degli animali e facilitarne la loro osservazione. Ciliegina sulla torta, i visitatori potranno ammirare gli uccelli ornamentali come i pavoni e i pappagalli all’interno delle strutture. Osservare un ghepardo a cinque metri di distanza senza panico e in assoluta sicurezza; in effetti nessuna chiusura separa il visitatore dagli animali per dare l’impressione di guardare l’animale nel suo habitat naturale. Per garantire la sicurezza il concetto ha previsto dei fossati e fili elettrici non visibili ad occhio nudo. Le dimensioni dei fossi sono state studiate in funzione dell’animale e alla sua capicità di salto. L’architettura del parco ha poi previsto dei bacini d’acqua che possono fermare tutti gli animali idrofobi.Questo sitema però non ha funzionato con le scimmie che a nuoto hanno raggiunto l’altra sponda disperdendosi poi nel parco. In tutti gli specchi d’acqua sono state aggiunte centinaia di carpe Koi cinesi che si cibano dei batteri che mettono a rischio la vita degli ospiti acquatici, come gli alligatori o gli ippopotami. Il controllo del cibo è affidato a mangiatoie e distributori automatici di alimenti per evitare qualsiasi tipo di problema. Qualche anno fa, nel vecchio zoo di Témara, una giraffa morì inghiottendo una penna stilografica trovata chissà dove. Una fattoria modello è stata approntata per tutte le scolaresche che potranno scoprire come si “fabbrica” il latte o si tosa una pecora per produrre la lana. Infine, entro il 2014, la superficie del parco conoscerà una estensione di oltre 20 ettari dove i visitatori potranno effettuare dei safari notturni e osservare le specie con attività notturne, come i leoni, i fennec o i facoceri. Il sito internet del parco zoologico di Rabat, per chiudere, è estremamente curato ed esaustivo, visitatelo.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Royal Ranches Marrakech, crisi in corso
7,5 miliardi DH d’investimenti, 3 Hôtels di lusso con 770 camere, un complesso equestre su 180 ettari, un ippodromo, un percorso da golf su 187 ettari, 4.000 posti di lavoro creati….cifre da capogiro. Tutto questo doveva essere uno dei più grandi complessi turistici, residenziali ed equestre della regione ma è rimasto, sfortunatamente, allo stadio di semplice progetto da oltre sei anni. Il progetto faraonico doveva essere realizzato a Marrakech da un gruppo di investitori del Golfo, tra cui il celebre Gulf Finance House del Bahrein. Secondo i primi annunci fatti nel 2006 dal gruppo, le prime unità residenziali dovevano essere consegnate nel 2011. Ma è lampante constatare che la crisi è passata da queste parti. Inoltre, quasi nulla è uscito dai terreni. Un ritado enorme che non comprometterà soltanto gli investitori ma anche altri patners, vedi le banche. Per questo progetto gli investitori del Bahrein hanno chiesto un prestito di oltre 850 milioni DH; credito accordato dal consorzio di tre banche marocchine che sono la BMCE Bank per 500 miliardi DH, il Crédit Agricole del Marocco per 206 miliardi DH e il Crédit du Maroc per 90 milioni DH. Secondo fonti bancarie della BMCE, sugli 850 milioni DH accordati oltre 400 milioni sono stati consumati dagli investitori che hanno inoltre apportato oltre 500 milioni DH di propri fondi. Questi soldi sarebbero serviti a finalizzare, tra le altre cose, l’acquisto delle parcelle di terreno che ospiteranno il progetto. Secondo un banchiere che ha accompagnato il progetto, i responsabili del GFH sono in buona fede e sono sempre dell’idea di realizzare il loro progetto, che non è il solo in Marocco, fatto salvo che dovranno rivedere i loro bussines plan a causa della crisi iniziata nel 2008 e che ha toccato anche i paesi del Golfo. Ma altri particolari restano inquietanti. Il problema si pone anche con lo Stato che cedette alla società Royal Ranches Marrakech un fondo terriero statale. La parcella ceduta totalizza una superficie di 310 ettari che la società ha acquistato nel 2006 al prezzo irrisorio di 40 dh al mq (3 euro 80 centesimi). Questo prezzo rappresenta una partecipazione dello Stato al progetto, a condizione che fossero rispettati i tempi. Infine, gli investitori sono visibilmente in difficoltà vis-à-vis alle prestazione marocchine. Per i primi lavori realizzati sul sito, due imprese erano state selezionate; queste imprese realizzarono alcuni lavori ma, ad oggi,non sono state ancora pagate. Oggi reclamano il loro credito davanti alla giustizia. Una chiede circa 40 milioni DH, è ha dato mandato ad un gabinetto di avvocati francesi, mentre la seconda ha chiesto ugualmente giustizia con sanzioni precise verso la società come l’interdizione di uscita dal territorio marocchino. Il Royal Ranches Marrakech non è l’unico progetto del Gulf Finance House. A Tangeri, GFH ha realizzato un progetto denominato Royal Cap Malabata. Secono le banche che hanno partecipato al finanziamento, il progetto di Tangeri è stato finalizzato e si è sviluppato molto meglio del progetto su Marrakech. Il progetto di Cap Malabata ha richiesto un investimento di 600 milioni di dollari e si estende su 127 ettari comprendendo diverse unità hôteliers totalizzando una capacità di 2.500 posti letto, oltre ad una componente residenziale, campi da golf, centri di shopping, talassoterapia e molto altro. Vi ricordo che il gruppo firmò un accordo, nel 2006, in presenza di SAR Mohammed VI, accordo che prese il nome di Gateway Morocco, con un montante globale di oltre 1,4 miliardi di dollari.
Fonte: My Amazighen
“I tesori di Ibn Battouta”, a Marrakech nuovo Caftan 2012
L’avvenimento molto fashion ”Caftan 2012“, previsto per il 12 maggio, si terrà quest’anno ancora a Marrakech, al Palais des Congrès. Il tema per quest’anno è “I tesori di Ibn Battouta”, e tredici stilisti presenteranno le loro creazioni. Sono stati scelti anche due giovani talenti dagli organizzatori di Caftan, che presenteranno le loro collezioni durante lo stesso défilé. Gli stilisti sono: Kacem Sahl pour Dar Oum Al Ghaït, Siham El Habti, Amina Bousayri, Romeo, Meryem Boussikouk, Meriem Benamor, Abdelhanine Raouh, El Batoul Cain Allah, Meriem Belkhayat, Lahoucine Aït Lmahdi, Simohamed Lakhder e i nuovo due talenti Safae Ibrahimi e Kenza Benaboud. Jais Zinoun, coreagrafo e regista, sostituirà Said Mahrouf come direttore artistico della XVIa edizione di Caftan.
Fonte: My Amazighen
Hamad Jalal Abualrub, un berbero nella Top-Fashion
Un ragazzo nato in America da padre marocchino e madre libanese, questo è Hamad, che ha compiuto da poco 23 anni ed è al top della sua carriera come modello. Il ranking Model Top 50 lo vede 2° a livello mondiale. Quindi non scherza. Ha scelto bene le sue Agenzie, a partire dalla Ford newyorkese, che lo ha lanciato a livello internazionale, poi la Success parigina, la Nevs di Londra, D’management nella nostra Milano e alla Viva Berlin nella capitale tedesca. Hamad a 18 anni lascia la casa di famiglia nell’Erlanger e inizia a lavorare come parcheggiatore, subito dopo in alcuni locali alla moda come il Tropicana, il Jeff Ruby’s e l’Exchange. In quel periodo esce con gli amici e frequenta la notte di King Island, come tutti i ragazzi della sua età, a caccia di ragazze. In una di queste di notti viene eletto Hot Guy dalla discoteca che frequenta regolarmente e da qui inizia la sua scalata. L’Agenzia WING Management, nella figura di Jake Lang, intravede nel ragazzo un potenziale enorme e quindi viene immediatamente messo sotto contratto in esclusiva. Nel maggio 2008 un prestigioso concorso sponsorizzato da Ford e da VMan Magazine lo vede tra i tre finalisti del Contest, su 3.000 partecipanti. Due mesi dopo, luglio 2008, è a Milano per la presentazione di Calvin Klein che lo vuole in esclusiva sino alla p/e 2010. Gli addetti ai lavori bisbigliano che è stato un terno al lotto scommettere su di lui. Ed è vero, Jake Lang è stato lungimirante. Da quella sfilata un crescendo: Frankie Morello, Vogue Uomo, GQ, Levi’s, Roberto Cavalli, Clavin Klein, Perry Ellis, Arena, Dolce e Gabbana, ecc… Il giovane arabo, classe da vendere, sulle passerelle si muove come un elegante felino, è entrato dalla porta principale nel circuito fashion mondiale, scavalcando una concorrenza aguerritissima e sterminata .Oggi il suo cachet si aggira tra i 250 e 500 euro all’ora, niente male per un giovane 23enne. Il suo sogno nel cassetto: aprire un ristorante nella dowtown di Cincinnati e diventare attore per interpretare il prossimo James Bond. Idee chiare e lungimiranti per Ahmad che, dopo uno shooting nel deserto dell’Erg Chebbi per una griffe americana, ne è rimasto folgorato, colpito dalle sue radici arabe che stanno qui, in Marocco. E’ evidente che i caratteri somatici di questo ragazzo sono più che arabi sicuramente berberi: non di rado si incontrano berberi in Marocco con occhi azzurri o verdi con una carnagione chiara, come quella appunto di Hamad Jalal Abualrub. Tra i giovani marocchini Hamad è una icona da imitare ovviamente: giovane di successo, ricco, viaggiatore in ogni angolo del mondo e tante ragazze ai suoi piedi.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Dar Si Said, museo da scoprire in Marocco
Il Museo Dar Si Said ha per vocazione primaria la messa in valore del legno, materiale nobile usato da secoli nelle arti decorative e religiose marocchine. Questo potente sguardo su una delle filiere dell’artigiano sud-marocchino rende la visita di questo luogo appassionante e avvincente. Ovviamente per tutte quelle persone che non hanno grande interesse per la falegnameria, potranno apprezzare l’architettura e la decorazione ispano-moresca del palazzo, che non puo’ lasciare indifferenti. Ci si potrà concentrare sulla raffinatezza dei lavori realizzati su porte e finestre esposte e, a seguire, l’interminabile decorazione della grande sala al piano alto del grande riad, spettacolare e impressionante. Il Museo è strutturato in funzione della destinazione dei suoi pezzi; la collezione declina in diverse sale specializzate sui mobili liturgici, pezzi di architettura con le loro decorazioni, gli utensili e ovviamente i mobili. Se alcuni pezzi della collezione esposti richiamano l’attenzione per via dei loro colori accesi, la finezza delle loro sculture e la loro creatività, numerosi altri sembrano essere amalgamati con l’unico scopo di costituire degli argomenti visivi sulla diversità dell’utilizzazione tradizionale del legno in Marocco. Queste emozioni non sono ad uso e consumo dei soli esperti, al contrario, ogni pezzo apporta un indice nuovo sulla capacità e la creatività degli artigiani ebanisti, falegnami e artisti marocchini. Il Dar Si Said è una grande dimora , un palazzo costruito nella seconda metà del XIX° secolo su iniziativa di Si Said B. Moussa. Questo signore esercitava la funzione di ministro della guerra sotto la reggenza del fratello Ba Hmad, gran vizir di Moulay Abdelaziz (1894-1908). Dal 1957, soltanto una metà dell’edificio è aperto al pubblico e utilizzato come museo. Malgrado questa restrizione, il museo si estende su oltre 2.000 mq attorno a due riad e restituisce oggi una parte del suo splendore passato di palazzo in una sconcertante austerità. Il palazzo Dar Si Said ha trovato la sua nuova idendità nel 1930. In quella data, i luoghi accolsero la loro prima esposizione e divenne il museo d’arte antica di Marrakech. L’amministrazione coloniale francese inserì al suo interno gli uffici del servizio di Arti Indigene e dei laborator artigianali.
Tra il 1978 e il 1980, il museo è stato oggetto di una importante campagna di restauri e di rinnovamenti. Oggi, i pezzi esposti testimoniano la fecondità dell’artigianato sul legno nel Marocco meridionale. L’essenziale delle collezioni esposte proviene in toto da Marrakech e dalle provincie del sud, dal Tensif, dal Sous, dall’Alto Atlas e Anti Atlas, dal Bani, e ancora dal Tafilalet in particolare. Si tratta di oggetti essenziali di legno ma si trovano anche oggetti di gioielleria, di ceramica oltre ad armi, tappeti e tessuti. Sono presenti inoltre alcuni pezzi archeologici. Buona visita al Dar Si Said.
Tariffe: 20 dh – aperto il lunedi’, mercoledi’, giovedi’, venerdii’, sabato e domenica. Orari: dalle 09.00 alle 12.15 – pomeriggio dalle 15.00 alle 18.15.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Marrakech, fattoria collettiva di Kilo Architectures
Cinque progetti sperimentali per una fattoria comunitaria a Marrakech. Designed di Kilo Architectures, il progetto offre un modo alternativo di co-abitazione tra le diverse case. Il progetto è terminato nel 2011 con 2.000 mq di costruzione e ogni casa possiede una camera di 16 mq. I due estremi della linea (160 mt lineari) offrono spazi per la riflessione, un studio di architettura per una casa e uno studio di yoga per l’altra casa. Nel centro lo spazio sociale e la zona ospiti. In ogni abitazione, tutti gli spazi beneficiano di una doppia orientazione nelle due diverse zone e all’esterno lo spazio giardino è intercomunicante.
5 abitazioni e una fattoria collettiva
Architects: Kilo Architectures
Location: Marrakech, Morocco
Cliente: Privato
Superficie: 2000 sqm
Completamento: 2011
Office: Kilo Architectures
Photographs: Luc Boegly
Fonte: My Amazighen
Sexy-toy e affini… piaceri (quasi) proibiti in Marocco
Vagine artificiali a 150 dh (14 euro), vibromassaggiatori a 2.000 dh (180 euro) e bambole a grandezza naturale al costo di 20.000 dh (1.800 euro) o ancora peni artificiali e prodotti erotici degni dei più grandi sex-shops del mondo, commercializzati clandestinamente in Marocco! E grazie ai cinesi che i marocchini possono accedere oggi agli oggetti erotici più insoliti per calmare gli appetiti sessuali segreti. Questi prodotti, proibitissimi in Marocco, sono introdotti nel reame di contrabbando e sono disponibili a Derb Omar, quartiere di Casablanca, ma anche a Marrakech o ancora nella capitale Rabat. La vagina artificiale è il best-seller, si apprende dal quotidiano arabofono Al Ahdat Al Maghribia, autore di un inchiesta sui sexy-shops clandestini. I sexy-shops marocchini sono infatti dei normali negozi di abbigliamento o di giochi per bimbi che propongono queste mercanzie, in funzione della richiesta del cliente. Questi negozi, che non fanno altro che aiutare le persone ad avere una buona armonia sessuale con se stessi, propongono veramente di tutto, compresa la lingerie più provocante, impossibile da trovare nei negozi “normali”. Anche le bambole gonfiabili hanno un forte riscontro in Marocco. Queste bambole, che si muovono e gemono, sono vendute a partire da 20.000 dh, quasi una follia da queste parti! Il top della categoria sono le bambole di silicone che “riconoscono” il loro proprietario dalla voce (o dalla forma del di lui pene!) e possono costare anche 35.000 dh (3.400 euro). Il bussiness dei sexy-toys va a gonfie vele e gli oggetti sono richiestissimi negli ambienti “huppe’s” marocchini, per intenderci i personaggi che sfilano il sabato sera con giganteschi fuoristrada e SUV nel triangolo della moda di Casablanca, meta incontrastata delle serate infuocate della jeunesse dorée del Marocco.
Fonte: My Amazighen
Chellah, monumento storico
2300 anni fa, una città venne eressa, occupando le colline che dominano la valle del Bouregreg. Fenici e Cartaginesi vi fecero scalo prima che Romani si installassero al tempo di Tolomeo, nei primi secoli A.C., chiamandola Sala (Chellah) e che Antonino poi trasformò in Sala Colonia. Dopo la conquista araba nel VIII° secolo, Chellah conobbe un lungo declino. Tuttavia, il Sultano merinide Abou Al-Hassan, decise di fondare (XIV° secolo) una Ribat che chiamò “Al-Ribat Al Moubarak”. Oggi, questo sito storico è diventato un luogo prediletto per i turisti e i R’batis (abitanti di Rabat) e si trasforma in luogo di cultura ospitando mostre e convegni. Protetta da una cinta muraria con grandi torri e tre porte monumentali che riflettono l‘arte merinide, Chellah ospita nei suoi spazi dentro le mura numerosi monumenti arabo-islamici oltre a diverse vestigia romane come il forum, le strade, i resti dei magazzini e delle case, la necropoli, dove si trova attualmente il Mausoleo di Abou Al-Hassan, gli Hammam, il Fondouk, la Madrassa (scuola coranica) e la Moschea merinide, oltre ad altri resti islamici anteriori e posteriori all’epoca merinide. Inoltre, il sito di Chellah ospita una vegetazione lussureggiante, una sorta di parco lasciato in parte allo stato naturale, rifugio prediletto per le cicogne e diversi altri uccelli durante tutto l’anno.
Storicamente , il nome (Salé, la nuova) che venne donato a Rabat dai Mariscani non figura nelle fonti arabe della Storia del Marocco; per contro, l’espressione romana Salad Colonia Romand di Chellah divenne in seguito abbreviata con Salé la vecchia, capitale dei principi znatis nel IV° secolo dell’Hegira. Situata sulla collina dominante il Bouregreb a sud-est di Rabat, il sito di Chellah o l’antica Sala Colonia, rinvia a più lontane presenze umane della vallata, lasciando intravedere una presenza fenicia e cartaginese, seguita poi dai Romani che costruirono una città e un porto fluviale. L’atmosfera interna della cinta muraria testimonia l’usura del tempo del conflitto perpetuo tra la pietra e la vegetazione: le rovine si degradano sempre più velocemente ingoiando le vestigia di una civilizzazione millenaria. Questo sito minacciato partecipa alla sacralizzazione della natura che ingobla le sue mura, le sue porte monumentali e infine il suo sito archeologico, prezioso e unico. Nella Chellah si trovano tre tombe: quella di Sidi Amer Al-Mesnaoui (a destra), quella di Sidi Yahya (in centro) e infine quella di Sidi Lahen Al Imam (a destra). Per quanto riguarda i minareti di Chellah, si intravedono attraverso una vegetazione impressionante ed ospitano i nidi delle cicogne. L’architettura merinide, molto ricercata, mette in risalto delle torri decorate, tenendo conto che i merinidi introdussero all’epoca gli zellij e le piastrelle. Con il minareto di Hassan II, la Kasbah Oudays a Rabat, Chellah figura come uno dei monumenti più carichi di storia: Chellah segna il passaggio di diverse civiltà che giocarono un ruolo preponderante: Fenici, Cartaginesi, Romani e infine gli Arabi, che hanno lasciato delle testimonianze fondamentali dell’architettura occidentale e islamica.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen

























