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Taroudant, da città antica a una piccola Marrakech
Volubilis, antico splendore sul bordo dell’Oued Khoumane
Volubis è una antica città romana situata sul bordo dell’Oued Khoumane, fiume che attraversa la periferia di Meknès, non lontano dalla città santa di Moulay Idriss, dove riposano le spoglie del fondatore Idriss I°. Il nome Volubilis era probabilmente dovuto all’abbondanza di piantagioni e alla natura prorompente del luogo. Il nome berbero dela città è Walili che designa il fiore dell’oleandro rosa. L’antica città viveva sul commercio dell’olio di oliva e si possono vedere, al suo interno, numerosi torchi per la pressa delle olive. Il sito di Volubilis era abitato già dal Neolitico ma si sviluppo’ nell’epoca dei Mauritani, intorno al III° secolo A.C., ed era gestista da un Consiglio di Suffete, magistrati supremi come a Cartagine. Si installo sull’Oppidium, che formo’ i futuri quartieri del sud e del centro. Venne protetta da una cintura in terra cruda, con delle case dello stesso materiale al suo interno. Poco prima dell’invasione romana un Tumulus venne elevato all’angolo nord-est della cintura ed è certamente un monumento eretto alla memoria di un defunto. Nel 42 D.C. l’Impero romano annesse il reame della Mauritania Tingitane (di Tangeri) dopo l’assassinio del Re mauretano Tolomeo, figlio di Juba II°, voluto da Galigola. Volubis divenne allora la capitale regionale dell’amministrazione romana con lo statuto di Municipio. Un forum, quattro edifici termali pubblici e molte abitazioni vennero costruite. Un acquedotto apportava l’acqua delle sorgenti del Djebel (montagna) vicino sino a due fontane pubbliche, le terme e le abitazioni. Due pozzi e una cisterna completavano questo sistema. Le case si coprirono di tetti costruiti con tegole romane. Un tempio con i suoi luoghi di offerte e di sacrifici vennero costruiti sul Tumulus. Nel 168/169 la costruzione è limitata da una nuova cinta muraria con annesse 8 porte, ciascuna inquadrata da due torri. Molti edifici pubblici vennero ingranditi ed altri abbattuti. Le case riccamente decorate di mosaici si dotarono di bagni privati e numerose installazioni commerciali sono presenti ancora oggi. Un portico borda il “Decumanus Maximus” dalla Porta di Tangeri sino all’Arco di Trionfo dedicato a Caracalla, come ringraziamento per aver donato la cittadinanza romana agli abitanti liberi dell’Impero (editto di Caracalla nel 212). Questo favore garanti’ una grande prosperità per le grandi famiglie dell’epoca e fu anche un periodo di grandi progetti architettonici che segnarono l’apogeo della città. Verso il 285 i funzionari romani lasciarono la Regione per trasferirsi a Tangeri. Questo trasferimento si tradusse con dei cambiamenti di stili di vita e l’acquedotto non ricevette più un adeguata manutenzione e venne fermato; gli abitanti abbandonarono le parti alte per avvicinarsi al fiume.L’invasione dei Vandali, scesi dalla Spagna nel 429, segno’ la fine del periodo romano. Intorno al 600 gli abitanti si spostarono progressivamente verso ovest, all’interno di una cintura muraria ridotta.Le fortificazioni vennero prolungate ai margini del fiume Khoumane. Si costruirono le nuove case e le mura con blocchi di materiale prelevati dagli edifici di altri quartieri oramai in disuso. Nel 681 la conquista islamica si espanse in tutto il Maghreb e gli abassidi si installarono con una guarnigione a Volubilis. Nel 789, Idrisss I°, un discendente di Ali’ (genero di Maometto) si rifugio’ nella città per sfuggire alle persecuzioni abbasidi. Nel 818 Volubilis accolse gli Andalusi cacciati da Cordoba che si installarono ai bordi dell’Oued (fiume). La città romana servi’ per costruire nuove abitazioni e le guide locali raccontano che il sito non fu mai completamente abbandonato sino al sisma di Lisbona nel 1755. DI certo è dato a sapere che Volubilis era stabilmente occupata dai suoi abitanti sino al XII° secolo. La città torno’ parzialmente alla luce verso il 1915, sotto il protettorato, da un team di archeologi francesi e marocchini. Oggi sono 40 gli ettari di vestigia antiche che si estendono intorno a degli oliveti e a campi coltivati. Qualche monumento prestigioso é stato restaurato nel XX° secolo e la qualità della conservazione dei mosaici, con l’eccezionale stato di conservazione del sito, ha fatto si che l’UNESCO proclamasse Volubilis come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Le vestigia più spettacolari sono i numerosi mosaici che ornano il suolo di ricche dimore e purtroppo la loro conservazione inizia a creare qualche problema: il sole e il vento in combinazione ai turisti che possono tranquillamente camminarci sopra gli ha resi vulnerabili e a rischio. Nel 1946 gli scavi permisero di ritrovare dei busti in bronzo di cui una figura di Catone di Ustica. Le zone riportate alla luce sono solo la metà di tutto il sito. Alcune case permettono di capire il piano di queste grandi dimore romane con il loro Atrium e l’Impluvium. Sono stati ritrovati anche numerosi stabilimenti termali: quattro terme di epoca romana e un Hammam. Vi consiglio di ammirare con attenzione la casa di Orfeo, la Basilica, il Forum, la Casa dell’Efebo e la casa di Venere, sono spettacolari. Le rovine romane di Volubilis distano 3 km dall’agglomerato urbano di Moulay Idriss e una ventina di Km da Meknès. Sono aperte tutti i giorni dell’anno, dall’alba al tramonto. Il prezzo di ingresso e di circa 2 euro ed è possibile trovare una guida parlante italiano. State attenti alle false guide, agli scrocconi e via dicendo…sono numerosi. Se pensate di visitarla in estate state attenti ai colpi di sole quindi premunitevi di cappello o ombrellino parasole, non troverete ombra da nessuna parte e privilegiate le ore più fresche. Al suo interno è presente un caffé/bar con toilettes.
Fonte: My Amazighen
Ourika, stile di vita autentico
A parte qualche breve temporale notturno, dovuto al caldo decisamente forte di queste giornate, le temperature a Marrakech danno il via alla stagione delle escursione fuori porta. Situata a 30 km dalla città, la valle di Ourika si estende ai piedi dell’Alto Atlante , tra le grandi montagne marocchine. Una natura straordinaria e l’autenticità di uno stile di vita montanaro di un popolo berbero, che ha salvaguardato i suoi antichi costumi e le sue tradizioni. E tra le alte montagne che nasce il suo Oued (fiume) che dona il suo nome alla valle, Ourika appunto, in un percorso a tratti a strapiombo e a tratti dolce e rivierasco. Da queste parti si dice che “c’è tanta acqua ma poca terra“, e la poca si conquista con tanta fatica e mezzi arcaici per lavorarla. Da Marrakech si attraversa la piana fertile di Haouz con le sue piantagioni di agrumi e di olivi. Al km 34 si arriva al douar di Tnine de l’Ourika e questo incantevole borgo si rivela il punto nevralgico della Regione, in ragione del suo importante souk (mercato) che si svolge tutti i lunedi’. Tutti gli abitanti della zona si danno appuntamento qui per negoziare i loro preziosi raccolti, acquistare il necessario e spettegolare sugli ultimi rumors della Regione. Il tutto in un ambiente incredibile che mescola carriole, asini da soma, carretti, tende, kaos e buon umore. Proseguendo la strada lungo la valle si è seguiti costantemente dalle rive del oued e ci si entuasiasma per questo paesaggio multicolore che sposa alla perfezione l’ocra della terra e il verde della natura. Tante piccole case in terra sono incastonate sulle montagne e pare siano incollate a quei bordi ripidi e scoscesi dando l’impressione di collages sapientemente incastrati da un abile artista, collegati alla strada da tanti ponti “tibetani” che danno i brividi. Più avanti si incontra il villaggio di Arhbalou che tenta di sedurre con la sua moltitudine di piccoli ristoranti installati a filo dell’acqua. Situati a 1.500mt di altitudine costituiscono durante la lunga stagione calda di Marrakech l’ambiente ideale per centinaia di famiglie marocchine in cerca di frescura. L’aria è pura e le temperature estive sono sempre 15° inferiori alla Ville Rouge. Al km 68 ecco spuntare il villaggio di Setti-Fatma con le sue sette cascate e la vista imprendibile sulla valle e sul massiccio del Yagour. Questo pittoresco villaggio costituisce una tappa obbligatoria per gli escursionisti che vogliono visitare la zona. Da Setti-Fatma inizia tutta una serie di sentieri più o meno difficili. Quello più battuto è sicuramente il sentiero che porta alle sette cascate e le ultime tre sono consigliate a sportivi allenati al trekking. Molte guide sono a disposizione ed è importante affidarsi alla loro professionalità per evitare problemi contingenti all’escursione. Attraversato il ponte di legno che attraversa il fiume si inizia l’ascensione, accompagnati da un torrente di acqua gelida che in estate è un vero refrigerio. Per i meno sportivi consiglio di fermarsi alla prima cascata e contemplare la splendida vista su Ourika e sul massiccio del Yaghour, per gli altri inizia un trekking di circa due ore alla scoperta delle altre cascate o all’ascensione del Jebel Toubkal (vedi anche alla Pag.Marocco) che culmina oltre i 4.150 mt. Da segnalare le bellissime incisioni rupestri visibili sul monte Yaghour. Altre bellezze di questa splendida valle sono le nuove attrazioni “ecoturistiche” che stanno fiorendo in tutta la vallata. Una di queste è la Safranerie dell’Ourika con i suoi splendidi raccolti di zafferano ed è straordinaria durante il raccolto autunnale. Oppure il giardino bio-aromatico dell’Ourika dove, tra percorsi profumati di essenze rare, si possono acquistare prodotti per il benessere e la cura del corpo totalmente naturali a base di estratti naturali. O ancora il giardino di Timalizene con il progetto dell’architetto paesaggista Rémi Aubrée. Alla sera si ritorna a Marrakech con gli occhi annegati di luce, di colore, di serenità. Riscoprire uno stile di vita autentico, basato ancora sulle stagioni, sul ritmo del fiume, sui riti preislamici qui presenti, circondati dall‘armonia delle cose pure, dello scorrere immutabile delle stagioni e da una natura prorompente e a tratti severa che, a volte, si ribella e ridimensiona le brutture e le storpiature che l’uomo produce. Ritagliatevi una giornata di relax, lontano dallo smog e dal kaos colorato di Marrakech e rifugiatevi in questo antico eden per avvicinarvi alla natura, la natura che diventa naturalezza del vivere. Qui sotto un video dedicato a questa splendida valle e alle sue cascate…
Fonte: My Amazighen
Un viaggio sconfinato verso la Mauritania
Partire dal Marocco e avventurarsi in Mauritania, proseguendo per il Mali e purtroppo ritornare, non è impresa facile. Leggo oggi sul sito della Ambasciata francese che è fortemente sconsigliato avventurarsi via terra in Mauritania. In poche settimane due ostaggi sono stati freddati sul colpo e di altri quattro non si sa nulla. Ripercorrendo il mio percorso tracciandolo sulla cartina dell’Ambasciata ho realizzato che sono entrato in pieno nella zona rossa, quella verso il confine con il Mali. Quel disagio che ho percepito in tutta la transmauritanienne si è rivelato giustificato. Una terra splendida la Mauritania, davvero. Tre milioni e mezzo di abitanti in un territorio che è il doppio dell’Italia. Solitudini e silenzi. Avrei voluto partire per l’oasi di Chinguetti (Patrimonio Mondiale UNESCO), nell’Adrar, ma il tempo non era sufficiente per farlo e ho rinunciato. La Mauritania offre tra i più spettacolari paesaggi di tutta l’Africa. L’Adrar è un susseguirsi di dune sabbiose, oasi verdi e il monolito più grande dell’emisfero boreale. Sulla costa si trova lo spettacolare Parco Nazionale du Banc d’Arguin, anch’esso nella lista dei Patrimoni UNESCO, luogo simbolo per il birdwatching. In questa terra il deserto è il vero protagonista assoluto. Paesaggi che ti annegano gli occhi di Bellezza, quella vera, allo stato puro. Frammenti di vita, atmosfere irreali, villaggi spettacolari nella loro decadenza, un orgia di sensazioni. Le dune maestose che incontrano la lingua d’asfalto, dromedari selvaggi, qualche iena in corsa sfrenata, lo squallore di vite annullate, polizia ovunque. Non consiglio la Mauritania ai novizi ma a chi ha già assaporato particelle d’Africa vera, non quella dei depliants turistici all inclusive. Nouakchott, la capitale, stupisce per il numero di capre che pascolano libere per le strade, senza padroni, anarchiche, pronte ad infilarsi ovunque. Ho scoperto poi il perchè: sono i netturbini delle città e dei villaggi. In questi luoghi tutti gettano l’immondizia dove capita, davanti a casa, negli angoli della strade, ovunque. Rifiuti che non sono chiusi in sacchetti ma gettati cosi’ come si trovano, bottiglie con scarti dei cibi, carta, materiale di ogni tipo. E le capre, diligentemente, mangiano quasi tutto, dalla plastica al cartone, passando per gli scarti di cibarie. Raccolta dei rifiuti iperecologica. Quando si esce dalla capitale ti assale un senso di controllo, di “sentirsi osservati“, senza incrociare anima viva. Solo km e km di deserto, un assaggio di bush, dromedari e nomadi. I villaggi sono agglomerati di case e tende con basi di cemento (il nomadismo è nel DNA), a volte un pozzo dove esiste l’acqua, bidoni d’acqua dove l’acqua è introvabile. Nelle tende, aperte sui due lati per far circolare l’aria, ci si siede, si mangia, si discute e si dorme.
Appese nella parte centrale pezzi di carne di montone o cammello che, senza spostarsi, vengono cucinate sulle braci posizionate ai lati della tenda. E’ un ingranaggio collaudato, non si sprecano energie che nelle giornate torride sono preziose. A volte la sottile striscia d’asfalto diventa invisibile, il deserto avanza e copre ogni cosa, ti spiazza, rende le cose vanescenti e senza un moto continuo. I tramonti abbagliano, girandole di luci e di pensieri, intimi e coinvolgenti. La luce calda della sera avvolge ogni cosa, e tutto diventa ancor più bello, poetico. Ma quell’ansia di controllo ti segue ovunque, come un macigno sul torace, come un peso sulla nuca. La polizia, a volto coperto con spessi occhiali scuri, mitra alla mano, aggiunge peso al controllo. Documenti, fiches, informazioni, domande, risposte, chiarimenti, richieste di denaro e di regali. Un rosario di parole dette e ripetute all’infinito, sino al prossimo posto di blocco. Ma una natura cosi’ spettacolare a volte riesce a farti dimenticare certe brutture, certi squallori. I primi monumentali baobab e gli accenni di una savana li incontri verso il confine con il Mali, assapori un gusto d’Africa che non trovi in Marocco. Pensi che dietro a quell’albero, nascosto tra la bassa vegetazione, potrebbe uscire un leone, un ghepardo o un antilope, e non sarebbe fuori posto. Simbolo di questo paese la Draa (tunica azzurra o bianca che tutti gli uomini indossano), esibita con orgoglio e una punta di civetteria; in una piccola città, Néma, ho visto un ragazzo che lavava e poi stirava centinaia di questi capi (non si lavano in casa, non c’è acqua) usando semplicemente un antico ferro a brace, vaporizzando sul tessuto sorsate d’acqua direttamente dalla bocca.
Purtroppo la mutilazione genitale femminile e l’alimentazione forzata delle giovani spose è pratica comune ancora oggi nelle comunità rurali. In Mauritania vivono in stato di schiavitù circa 100.000 persone, arcaica e delinquenziale pratica che ancora oggi è diffusa sul territorio. Il colore della pelle è un importante fattore discriminante, dividendo la popolazione in Bidan e Haratin, mauri bianchi e neri, e sul gradino più basso si trovano gli schiavi e gli ex-schiavi neri.
Fonte: My Amazighen
Dogon, tra mistero e leggende
I territori Dogon si estendono oltre 30.000 kmq e sono situati nella parte orientale del Mali, a sud-ovest della bocca del Niger e lambiscono il Burkina Faso. Occupano un sito spettacolare : un plateaux di grès primordiale che si innalza oltre i 3.000 mt, eroso dal vento, a strapiombo sulla piana di Gondo-Séno, su di una falesia ocra lunga oltre 260 km chiamata la falesia di Bandiagara (iscritta nel Patrimonio dell’UNESCO dal 1989). Questa natura ostile ospita oggi più di 500.000 Dogon che vivono essenzialmente di agricoltura. La storia del popolo Dogon è costellata di miti e leggende che hanno attratto numerosi archeologi e ricercatori storici da tutto il mondo. Attraverso i secoli, delle popolazioni di orizzonti diversi si sono succedute e hanno condiviso questi spettacolari e bruschi territori. Oggi rimane una diversità etnica, culturale e linguistica stupefacente. Recentemente alcuni studi hanno rivelato che differenti popolazioni si installarono e si incrociarono in questa regione, in diverse epoche e in tre ondate di popolamento. La prima ondata rimonta al II°-III° secolo A.C., scoperta fatta da alcuni ricercatori olandesi, che hanno ritrovato le tracce in trenta grotte nel regione del Sangha, nel 1964. Scoprirono una quarantina di granai e battezzarono questa civiltà Toloy (nome del luogo dove avvenne la scoperta). La seconda popolazione apparve molto tempo dopo, verso il XI-XII° secolo e si chiamava Tellem. La parola Tellem è un termine utilizzato dai Dogon per designare una popolazione che gli aveva preceduti e significa ”quelli che erano prima“. I Tellem sono un popolo che ha conservato numerosi misteri. Le costruzioni troglodite che punteggiano la falesia di Bandiagara servi’ ai Tellem in primis come granai e poi come cimiteri ma anche come rifugi in caso d’assalto da parte di gruppi ostili. Di questa popolazione sono stati ritrovati numerose suppellettili e oggetti tra i più antichi e conosciuti di tutta l’Africa subsahariana (tessuti, perle, ceramiche). Ben conservati, grazie all’atmosfera secca delle grotte, rappresentano un popolo di agricoltori e di cacciatori dalla civiltà evoluta. L’estinzione dei Tellem intorno al XVI° secolo resta un enigma. Alcuni ricercatori affermano che furono cacciati dai Dogon e migrarono verso il sud-est e verso lo Yatênga (Burkina Faso) dove si incrociarono con i Kurumba. Le tradizioni orali Dogon lasciano supporre che una parte dei Tellem non fuggirono da questi territori ma si amalgamarono ai nuovi occupanti ; una versione contraddetta da alcuni studi antropometrici che suggeriscono invece che i Tellem non sono simili a nessuna popolazione conosciuta nell’Africa occidentale.
Infine, i Dogon, rappresentano la terza ondata di popolazione e la data del loro arrivo e insediamento nei territori e ancora oggi contestata. L’antropologo francese Marcel Griaule (famoso per i suoi studi sui Dogon) data al 1931 l’arrivo di questo popolo nella falesia, data confermata dopo numerose analisi sui reperti ritrovati nelle grotte L’origine dei Dogon sembra oggi multipla. Il principale gruppo arrivava da Mandé (regione del sud-ovest di Bamako), principalmente da un villaggio chiamato Dogoro, nella regione dei monti Koroula, villaggio che probabilmente è all’origine del nome Dogon. Cacciati dall’Islam al quale si rifiutarono di convertirsi (sono animisti, credenza che stabilisce che ogni cosa possiede un anima), questi uomini guadagnarono la falesia dal sud-est, altri arrivarono dal sud, nell’attuale Burkina Faso e altri ancora da Sonikés,nei dintorni di Tombouctou, al di là del Niger. I Dogon costituiscono quindi un mosaico unico di popoli arrivati in epoche diverse. Il termine Dogon apparve verso gli anni trenta, nei testi di Marcel Griaule. Da questo mosaico si rileva una profonda unità. Al di là delle loro origini, le differenti componenti della cultura Dogon sembrano condividere la stessa visione dell’universo e dei suoi comandamenti. I miti cosmogonici Dogon (scienza o sistema della formazione dell’universo) sono complessi. Oggi, i miti Dogon della Creazione del mondo e comune a diversi popoli del Mali ma anche popoli del Senegal, del Niger, della Costa d’Avorio, del Ghana o del Togo. Sembra quasi che lontano dall’ aver vissuto nell’isolamento della loro falesia, i Dogon avessero condiviso la loro storia dell’universo con altri popoli, cosa che spiegherebbe oggi la loro permanenza attraverso i secoli. Popolo affascinante, con rituali antichi, ancestrali, che si ripetono da secoli immutati. Per i Dogon l’Universo fu creato da Amma, il Verbo di Dio, che genero’ due gemelli: Nommo, il Dio dell’acqua, maestro di vita e la Volpe Pallida, incarnazione della rivolta, dell’incesto e del disordine, ma anche della emancipazione individuale fuori dalle norme sociali. Questi due principi complementari e le relative opposizioni (vita/morte, giorno/notte, uomo/donna, aridità/umidità) si ritrovano nelle loro maschere che sono lo specchio di questi principi : ogni maschera determina una funziona sociale. I guerrieri che lanciano le loro frecce verso il cielo o brandiscono i loro fucili prendendo parte alle gesta degli spiriti (geni) sono simbologie regolate come un orologio, destinate a facilitare l’ingresso dei defunti nell’universo degli ancestri, alle volte paralle e complementari a quelle degli esseri viventi. Il culto dei morti è un elemento essenziale della religione Dogon. Durante le cerimonie funebri, e nel momento del lutto, le maschere scolpite dai danzatori iniziano a vivere, trasmettendo di generazione in generazione i miti essenziali. Per tutti quelli che hanno la fortuna di assistervi, queste danze costituiscono uno superbo spettacolo, ma al di là dell’aspetto folk, è un avvenimento che stordisce perchè tocca l’essenza stessa di un popolo. La più grande cerimonia Dogon è il Sigui. Maschere alte più di sette metri che danzano, il corpo stesso animato dalla respirazione come il primo soffio della Creazione. Per poter ammirare questa spettacolare e spirituale tradizione bisogna armarsi di pazienza perchè si svolge ogni 60 anni e l’ultima si è svolta nel 1974. Popolo fiero i Dogon, che lavora le sue minuscole particelle di terra strappate alla falesia ma anche un popolo che veglia sulle sue tradizioni, sapendo che rappresentano il loro tesoro più prezioso. I Dogon non capiscono perchè i loro villaggi sono diventati dei musei viventi e che la loro civilizzazione suscita negli occidentali un attrazione primordiale; non capiscono ma sono tolleranti, benevoli e fieri di spiegare al mondo le loro radici, la loro affascinante civiltà e le loro tradizioni.
Fonte: My Amazighen
Oualidia, alla ricerca dei luoghi dimenticati
Questo ex villaggio di pescatori è diventato la meta prediletta di agiati marocchini e occidentali che vogliono riscoprire la quiete di certi antichi villaggi di pescatori. Ovviamente i mesi peggiori per passarci qualche splendida giornata sono a luglio e agosto, ma in primavera o in autunno é fantastico. A Oualidia ci sono delle dune di sabbia, a semiluna, con una roccia al centro, che al tramonto riflette gli ultimo raggi del sole ed è affascinante passeggiare nella zona, fare jogging o semplicemnte parlare con i pescatori al termine della loro dura giornata. La sua spiaggia è sicura, riparata, restate pero’ nella splendida laguna, e comprende alcuni Hotels e ristoranti e ville per i vacanzieri. La piccola città è conosciuta anche, oltre alla sua bellezza, per i suoi crostacei che si possono gustare direttamente nel parco delle ostriche della laguna, affittando una piccola barca e i servizi del suo proprietario (le informazioni presso gli Hotels). La parte bassa della città ospita le rovine del Palazzo Reale costruito dal Re Mohammed V ma non sono visitabili. Chi pratica invece il birdwatching potrà osservare fenicotteri, gabbiani di Audoin, trampolieri e starne. Nelle vicinanze, presso le saline che partono da Sisi Moussa sono avvistabili cormorani, anatre e trampolieri. A sud di Oualidia si trova Cap Beddouza, altro habitat di specie acquatiche. Oualidia é una città sicuramente poco festaiola, adatta a chi cerca pace e relax in una atmosfera semplice e un po’ bohémienne, senza troppi fronzoli ma con la forza di chi sa di essere vero, senza false illusioni e miti. E’ adatta sicuramente ai romantici, alle persone che non cercano stress e chiasso, a chi ama passeggiare in un ambiente incontaminato e a tratti selvaggio. Per mangiare del buon pesce andate al ristorante dell’Hotel A l’Araignée Gourmande: é rinomato per il suo ottimo pesce e provate i ricci di mare oppure le ostriche ovviamente (12 ostriche vi costeranno circa 80/90 dh, circa 8 euro). O ancora l’Initiale, dove, come nel caso del Gourmande é presente una lista di vini e alcolici vari. Oualidia dista da Marrakech circa 210 Km ma calcolate 3 ore di auto.
Fonte: My Amazighen
Mali, i cacciatori dell’Impero Keita
A volte le immagini riescono a metterci in comunicazione con un mondo completamente inaccessibile e che, pertanto, è reale. L’armata resuscitata dei cacciatori del Mali arriva da lontano: questi uomini coperti di amuleti, di talismani e armati, sembrano arrivare a noi da mondi lontani e vivono da sette secoli. Sono l’eredità dei corpi d’élite dell’impero del Mali. Si vestono allo stesso modo e obbediscono alle stesse leggi dei cavalieri e dei soldati del re Soundjakata Keita (1190-1255), quando l’impero si estendeva dal Sahara sino alla foresta equatoriale, dall’Atlantico alla bocca del fiume Niger. Questi cacciatori sono usciti dall’ombra dopo sette secoli, costituendo una sorta di fiume sotterraneo e transnazionale che ha irrigato con i suoi valori una grande parte dell’Africa attuale. Uomini atavici, primitivi, sanguigni, che con le loro iene ci trasmettono una forza palpabile, violenta, che ci viene lanciata a forza con delle immagini. Si rimane assolutamente affascinati da questi visi, da questi corpi, che ci osservano dalla penombra delle loro capanne e ci parlano silenziosamente.
Fonte: My Amazighen
La Plage Rouge… sound of summer in Marrakech
L’estate qui è arrivata. Marrakech si offre nella sua luce più splendida e, se volete pensare di essere in una località marina assolutamente europe-trendy, andate alla Plage Rouge. Entrando si ha la sensazione di trovarsi in qualche spiaggia “IN” di Cannes, S.Tropez o Miami. 3.200 m2 di piscina (avete letto bene, non è un errore!) circondata da sabbia finissima, palmeti lussureggianti, arredamenti da Architectural Digest. Boutiques per acquistare all’ultimo minuto il bikini piu trendy, il foulard griffattissimo o meglio ancora, una seduta dal massaggiatore più in voga della Ville Rouge. Ovviamente la fauna presente è di alto livello locale che si mixa con molti turisti europei spendaccioni. Spendaccioni perchè, udite udite, per una giornata dovete calcolare all’incirca 70/80 euro a persona. A questo prezzo avrete un buffet open con alcolici per il dejeneur, letti oversize con baldacchino e se volete sono disponibili 50 posti a sedere vicino al bancone del bar..nell’acqua. Musica gestita dal DJ onnipresente, tanto Chill Out, un pizzico di House (fastidiosa) e non vi parlo del Privè perché qui i prezzi cambiano ancora. Insomma… un Billionere a Marrakech. Personale da casting di moda che vi farà sentire un vero re/regina e dunque resta il fatto che il posto è incredibile e sicuramente una giornata “ordinary” puo’ diventare “extraordinary“. Per gli intellettuali sono sempre allestite mostre delle due più importanti Gallerie d’arte della città, Florence Arnold e Abderraham Latrache. Alla sera poi si scatena la fantasia dei gestori con serate a tema, ristorante con specialità di Jérôme Verrière, feste in acqua e quant’altro. Io che non me la tiro più preferisco altri luoghi ma se siete modaioli uptodate vedi anche fashion-victim, vi consiglio vivamente di andarci e divertirvi alla grande. Due piccoli nei: non esiste una carta delle acque minerali quindi solo Sidi Ali’ indigena (ma come!?) e uno sponsor invadente: Coca Cola forever, probabilmente per via dei colori che si intonano all’ambiente. Se siete appiedati una navetta passa tutte le mattine davanti al Palazzo dei Congressi, nel prestigioso boulevard Mohammed VI, dalle 09.25 e vi riporterà alla sera, a partire dalle 17.00 a Marrakech centro. Divertitevi e siate felici!
Fonte: My Amazighen
Enfin!… Hallo Taxi Koutoubia…
Prima centrale del genere a Marrakech, i Taxis Koutoubia propongono di inviare direttamente un autista a domicilio con, alleluia alleluia, un semplice colpo di telefono, e un plus di 10 dh (meno di un euro)sul tassametro. Se qualcuno di voi è già stato a Casablanca, puo’ essere che abbia richiesto un taxi alla centrale di Taxis Verts,unica società del genere in Marocco (avete letto bene!) ad oggi, che invia direttamente all’indirizzo richiesto un taxi. Dopo tre anni di “rodaggio”, il concetto viene ora delocalizzato e arriva a Marrakech e proseguirà su Agadir. L’apertura del servizio, altamente richiesto dalla maggiorparte dei turisti e operatori del settore turistico della città, avverrà all’inizio dell’estate, nel momento di maggior affluenza dei turisti nella Ville Rouge. Abdellah Challal, il patron della società Taxi Verts, lavora nel settore trasporti dal 1989. Dopo aver iniziato la sua carriera come autista, ha diretto delle grandi centrali di taxis in Belgio, per ritornare poi in Marocco con l’intento di sviluppare un call center per taxi. Il concetto rimane invariato anche per Marrakech: un numero unico per la richiesta del servizio taxi con la garanzia che entro 5 mn l’autista sarà alla porta. All’arrivo il tassametro sarà azzerato e al fine corsa saranno addebitati 10 dh di plus per la chiamata sul prezzo del tassametro. Molte sono le incognite, in primis lacorrettezza che distingue i taxisti casablanchesi: saranno all’altezza i loro colleghi marriakchi? La spina nel fianco dei tanti turisti e residenti presenti in città è da sempre quella relativa ai trasporti eall’affidabilità dei conducenti. Tassametri inesistenti o fuori uso, appuntamenti mancati in aereoporto o all’uscita del ristorante, tariffe a dir poco improponibili e interni delle vetture a prova fuga anche per i meno schizzinosi. Ho dei seri dubbi sulla riuscita ma lo spero vivamente in quanto è arrivato il momento che anche una città come Marrakech offra un servizio che è nella “norma” in tutti i paesi civili nel mondo.
Fonte: My Amazighen
La Moschea di Tinmel, luogo magico sulla via per Asni
Pochi conoscono questo luogo magico. Dista 100 km da Marrakech, la strada e quella per Asni, poi verso il Tizi N’ Test, proseguendo verso Taroudant. Si entra in una valle stretta, rocciosa e, bruscamente, si puo pensare di essere in un territorio ostile. Su di un primo promontorio, una Kasbah, arroccata sul fianco della montagna, e sulla piana, mimetizzata con la roccia, la moschea di Tinmel. Questo sito è stato dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO e costituisce uno dei siti più importanti della storia medioevale del Marocco. È da questa borgata berbera della valle di Neffis, sconosciuta sino alla fine dell’XI° secolo, che partirono i conquistatori almohadi, condotti dalla guida spirituale Mahdi Ibn Toumert prima, e in seguito dal grande conquistatore Abd Al-Moumen Ibn Ali, che formò il più grande impero del Mediterraneo occidentale, dopo quello di Roma. Il tutto durò circa 20 anni e terminò con la caduta della dinastia almoravide e la presa della loro capitale, Marrakech, nel 1147. Questa ascesa politica permise a Tinmel di affermarsi nella seconda metà del XII° secolo, come una vera capitale spirituale e centro di cultura dottrinale dell’impero. A quel punto Tinmel ebbe una crescita anche sul piano architetturale e numerosi edifici furono costruiti, tra cui la moschea. A questa si aggiunse poi la costruzione del Palazzo reale dove risiedettero i sovrani almohadi durante le loro tradizionali visite, pie e solenni, al mausoleo del venerato Mahdi Ibn Tumart. Una fervente adorazione per la città si fece largo tra le popolazioni e letterati, studenti e pellegrini accorsero in viaggi di studio o semplicemente per pregare. Bisogna precisare, a questo punto, che l’importanza di Tinmel come polo almohade non era dovuta unicamente al suo ruolo “storico” nell’emergenza del definire il nuovo Stato, ma anche per il fatto che un ruolo importante e di rilievo era sostenuto dagli sceicchi di Tinmel e della valle di Neffis, nella struttura dello Stato almohade.
Dopo il declino della dinastia “degli unitari”, Tinmel torno’ ad essere quello che fu prima di quel periodo storico: una semplice borgata nel mezzo dell’Alto Atlas. Soltanto le sue vestigie e i suoi monumenti ci ricordano del suo passato glorioso. Uno di questi è appunto la grande moschea di Tinmel. Questa moschea si sviluppa su di una superficie, quasi quadrata, di 48,10 mt di lunghezza per 43,60 di profondità. Si accede da sei porte laterali disposte di fronte, di cui quattro affacciate sulla sala della preghiera e due sul cortile. La sala della preghiera è distribuita su nove navate longitudinali che trovano lo sbocco su di un transetto. In questo dispositivo la navata mediana e il transetto si distinguono per una certa preponderanza visiva, data dalle loro dimensioni importanti in rapporto alle altre navate. L’articolazione tra queste due matrici, della stessa portata, da luogo ad una proiezione planimetrica a forma di T. Questo ordine innovatore cercò di rendere percettibile l’interesse e la dignità accordati al muro della qibla che supporta il mihrab, punto focale che governa lo spazio interiore della moschea. Situata nel quadro generale dell’architettura religiosa islamica, la moschea di Tinmel costituisce con quella di Taza e le due Koutobie di Marrakech, la sintesi dell’evoluzione di un modulo planimetrico apparso in primis nell’Oriente arabo, e la sua genesi in Africa e in Andalusia. La moschea di Tinmel è visitabile tutti i giorni, al suo interno troverete Mohammed, custode/appassionato di questa luogo, che vi racconterà tutta la storia e gli sforzi che un gruppo di persone stanno sopportando per terminare i lavori di restauro (manca una parte importante del tetto) che, per mancanza di fondi ad oggi sono fermi.
Fonte: My Amazighen




















