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Archive for the ‘Famous’ Category

Pamela Quinzi, stilista di calzature femminili a New York

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Dopo aver studiato a Roma presso l’IPSIA “ARMANDO DIAZ”, grazie al quale ha avuto la possibilità di entrare nel mondo dell’alta moda romana lavorando nell’atelier delle “Sorelle Fontana” e collaborando con prestigiose maison capitoline, nel 2001 si trasferisce a Milano per frequentare l’istituto Marangoni, conseguendo nel 2005 il diploma di Fashion Designer. Inizia così la sua carriera nel mondo della moda, passando dalla scalinata di piazza di Spagna alle passerelle del pret à porter milanese, maturando esperienze nei più grandi marchi del Made in Italy: Fiorucci, Extè,Paolo Ferrari,Cala Di Volpe, Shane, Nijole, collaborazioni con Rossana Buriassi per Armani e Dolce e Gabbana. Nel settembre del 2009 inizia il suo sogno americano: si trasferisce definitivamente a New York. Lavora come fashion designer per una nota azienda americana di accessori e borse e inizia anche a creare le sue prime opere totalmente personali, scarpe, abiti, gioielli. Tutti pezzi unici, tutti completamente ricamati a mano. Facendo ricerche tra il “Garment districts”, “Soho” e i più nascosti negozi vintage della città, ispirandosi alla vita frenetica, alle luci, alla night life e al glamour di New York, e unendo la sua esperienza e la sua passione per la Couture e la storia della moda, Pamela crea il suo mondo e la sua collezione nel suo studio in Chelsea. Recentemente ha potuto mostrare in Italia le sue creazioni grazie ad un esclusiva collaborazione con la cantante Emma Marrone che indossa nel suo ultimo video girato a New York “Io sono per te L’amore” regia di Marco Salom, Abito e Scarpe firmato Pamela Quinzi. Giugno 2011 Pamela partecipa come stilista emergente al concorso Pontemilvio in moda 2011 a Roma, vincendo come miglior designer, ad aprire la sua sfilata danzando e’ la ballerina di Amici Elena D’amario che indossa un body ricamato solo per lei.

Fonte: BlogModa

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Mohamed Reda, un cantante per il Marocco

June 14, 2011 Leave a comment

Si puo’ dire che il giovane cantante Mohamed Reda ha avuto fortuna per integrarsi nel mondo della canzone cosi’ precocemente.  Cosi’ giovane  ha famigliarizzato con i grandi maestri della canzone araba: Oum Kaltoum, Mohamed Abdelwahab, Fairouz, e altri. Suo padre, un grande melomane che canta molto bene, colleziona le canzoni e gli album dei classici in 45 e 33 giri d’epoca. Gli zii di Mohamed Reda, anche loro grandi melomani, lo hanno incoraggiato a cantare sin da bambino nelle ricorrenze e nelle feste di famiglia. Nel corso degli anni, Mohamed , ha studiato al Conservatorio e ha fatto la conoscenza di molti artisti importanti del paese. Ma è al Festival della canzone araba che capirà il tuo talento, vincendo il primo posto davanti a stars arabe di prima grandezza. Oggi, si puo’ considerare Mohamed  Reda come uno degli artisti più in vista della sua generazione con un talento artistico fuori dal comune.  Anche se i soldi mancano e le condizioni sono poco favorevoli per fare carriera in Marocco, lui ha scelto di restarci e di mettercela tutta. Il giovane ha avuto molte possibilità di firmare dei contratti con delle grandi case discografiche straniere ma ha preferito restare libero e non subire diktat dai produttori. Questo ovviamente produce degli sforzi enormi per produrre i suoi albums indipendentemente ma, talentuoso come è, Mohamed passa da successo in successo come testimoniano i  numerosi inviti  ricevuti per prodursi in concerto in Europa, America e in Oriente. Mohamed Reda ci tiene molto al suo Marocco e si mostra determinato ad affrontare le difficoltà; come artista combatte da sempre sulle questioni patriottiche e cerca di apportare il suo contributo nella difesa della integrità marocchina. Ha composto, in compagnia di Mohamed Anouar, una canzone consacrata al Sahara, scritta da Mohamed Idrissi. La canzone è stata presentata in anteprima negli Stati Uniti in una tournée dove ha raccolto miglia di fans e, non pago, ha radunato a fine concerto  2.000  persone per sfilare a Washington reclamando forte e chiaro la sovranità marocchina del Sahara. Il suo cruccio è il non capire perchè gli artisti nazionali si disinteressano a questa causa nazionale che rasenta il patriottismo. I grandi cantanti marocchini e arabi in generale, secondo il giovane artista, hanno sempre e comunque glorificato la loro nazione: Oum Kaltoum e Fairouz sono un esempio per tutti. Cantante di talento, Mohamed Reda non puo’ dormire sugli allori e tutti i giorni studia e affina le sue potenzialità vocali; è difficile prodursi nella canzone araba con i suoi suoni gutturali e nasali rispettando le melodie. Non contento ha approfondito la sua estensione vocale all’estero studiando presso il Conservatorio di Tolosa dove ha appreso le tecniche del canto classico, che gli ha permesso di scoprire altre possibilità sul piano vocale e di interpretazione. Il talento del ragazzo è certo, e tutto questo apprendistato per sviluppare le sue potenzialità gli permetteranno di esprimersi pienamente, con gioia immensa dei suoi migliaia di fans.

Fonte: My Amazighen

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Paul Bowles, icona beat e gentleman d’antan

May 30, 2011 Leave a comment

Fu nel 1947 che Paul Bowles si stabilì definitivamente a Tangeri dove, nel 1949, lo raggiunge la moglie Jane Auer. La coppia fu rapidamente circondata da buona parte degli europei e americani stabilitisi nella città dello Stretto di Gibilterra e, verso la fine degli anni ‘40, iniziò la lunga processione di figure letterarie iminenti, come Truman Capote, Tennesse William e Gore Vidal, affascinate dal carisma dei coniugi Bowles. In seguito, nel corso degli anni ’50, tutta la Beat Generation, da Allen Ginsberg a William S. Burroughs, passò da quelle parti. Paul Bowles nacque a Long Island nel 1910 ed ebbe un infanzia piuttosto solitaria e si rifugiò ben presto nella musica e nellaletteratura, iniziando a comporre e scrivere a partire dai dieci anni. Dopo un breve passaggio all’università della Virgina, a Charlottesville, dove scoprìl’alcool, l’etere e le esperienze bisessuali partì per Parigi, dove venne in seguito lanciato da Gertrude Stein e Aaron Copland. Fu proprio Gertrude Stein, la Madonna di Montparnasse degli esiliati americani, la dichiarazione che i  poemi di Bowles valevano poco. Iniziò la sua carriera di giovane uomo alla moda, un dandy/compositore di musica per Brodway e Hollywood, lavorando con Visconti, Dalì e Joseph Losey, scrivendo anche qualchenovella. Sposò Jane Aurer nel 1938. Coppia curiosa che venne così giudicata da Stefano Malatesta su La Repubblica del 19 novembre 1999: “Si erano sposati prima della guerra, lui per sbarazzarsi definitivamente delle donne, lei degli uomini”. Cambiarono spesso luogo di residenza e poi, nel ’48 Tangeridivenne la base sia affettiva che pratica della loro vita. Tangeri era in quel periodo una zona franca ed era governata da un gruppo di 7 potenzeeuropeee con USA e URSS, amministrata dalla Spagna. Era realmente unaterra di nessuno, un interzona; contrabbandi, prostituzione, loschi affari,divertimento, sesso a buon mercato per qualsiasi gusto (se si pagava indollari). I due vissero più in maniera autonoma che insieme, ognuno gestendo la propria vita secondo i desideri personali, senza mai insidiarsi, ma profondamente legati. Jane scrisse delle novelle e un romanzo che ovviamente soffrirono dell’ombra data dal marito. A Tangeri Jane conobbe una donna marocchina, Cherifa, venditrice di granaglie nel Soco Chico, di cui si innamorò follemente e che sarebbe diventata negli anni la sua conviventee carnefice, mentre lo scrittore iniziò a frequentare i ragazzi marocchini, intessendo negli anni a venire una relazione duratura con il pittore Ahmed Yacoubi (1929-1985) e in seguito con Mohammed Mrabet, un ragazzo marocchino da lui scoperto e lanciato, con successo, come scrittore. Fu precisamente nel ’47 a Fèz, soggiornando al Palais Jamai Hotel, che Paul Bowles scrisse, ispirandosi alla sua vita e a quella della moglie il libro “The Sheltering sky”, pubblicato l’anno successivo. A Fèz conobbe Ahmed Yacoubi che divenne il suo amante e intraprese nello stesso anno un viaggio avventuroso nel Sahara algerino, a Taghit, Tilmimoun e Adrar. In seguito Ahmed accompagno’ Bowles in America e in Asia, quando lo scrittore decise di acquistare l’isola di Taprobane. In seguito il giovane pittore divenne l’amante di Brion Gysin e negli anni ’70 sposò una giovane americana e si trasferi’ in USA, dove mori’ nel 1985. Il romanzo “The Sheltering Sky” venne tradotto in italiano con il titolo “Un tè nel deserto” e trasformato poi in un film da Bernardo Bertolucci. E’ storia il fatto che il romanzo divenne un libro di grandissimo successo e questo trasformò in parte la vita dello scrittore. Suo malgrado negli anni sessanta il libro divenne un cult, un icona osannato dai ribelli della Beat Generation e il borghese Bowles divenne la bandieradi questa rivolta, precursore del futuro stile di vita “on the road” di Kerouac. A seguire “The delicate prey”, “Let it come down” e “The spider’s house” nel 1955. Per Tennessee William compose la musica di scena per“Summer and Smoke”. Poi seguirono le traduzioni delle storie raccontategli da Mohammed Mrabet, arrivando alle traduzioni di Mohammed Choukri, autore dello splendido libro “Il pane nudo”, autobiografia che racconta la vita di un prostituto, drogato, carcerato e analfabeta che imparò a leggere proprio in carcere all’età di vent’anni. Il regista Kronemberg ne fece un filmche, a mio giudizio, è un capolavoro.

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Nel 1969 la moglie Jane venne ricoverata in una clinica psichiatrica a Malagadove si spense nel 1973. Gli anni successivi furono un susseguirsi di avvenimenti importanti; il 17 giugno 1989 i Rolling Stones raggiunsero Tangeri per registrare un disco con i Master Musician di Jajouka (musicisti di un piccolo villaggio rurale del Rif scoperti e registrati da Paul Bowles). Ne seguì un documentario della BBC con una intervista/dialogo tra Mick Jaggere Paul Bowles nella sua casa a Tangeri. Poi nell’ agosto del 1989 il party, che passo alla storia, per i 70 anni del miliardario americano Malcom Forbes, che possedeva una residenza spettacolare a Tangeri, il Palais Mendoub. Furono800 gli invitati ospitati in tende berbere e lo scrittore ceno’ in compagnia del miliardario e i suoi due figli, Elisabeth Taylor e il principe ereditario delMarocco. Più di 600 marocchini vennero assunti per la festa e oltre 300 cavalieri berberi si esibirono nelle loro Fantasie, con un finale di fuochi d’artificio che diventò leggendario, come il prezzo del party: 2.500.000 $. Da quel momento Paul Bowles visse quotidianamente a Tangeri, diventando una figura quasi leggendaria della città, trasformandosi in un perfettogentleman di altri tempi. Scrivere della vita di Paul Bowles è estremamentedifficile essendo stata colma di viaggi, di scritture, di rivelazioni, di cose proibite e affascinanti. Un percorso che lasciò un segno indelebile al suopassaggio, anche nella piccola città di Asilah, dove lo scrittore possedeva una casa nella piccola medina affacciata sull’Oceano Atlantico, che ospitò, nel maggio del 1963, Tennesee William, che la prese a modello per creare lacittà di Cabeza de Lobo nel suo lavoro “Suddenly Last Summer” (Improvvisamente l’estate scorsa). La mattina di un ventoso 18 novembre 1999 Paul Bowles si spense in una camera dell’Ospedale Italiano di Tangeri, all’età di 88 anni. La sua salma venne poi imbarcata per Casablancae invita a N.Y per la cremazione al Frank Campell Funeral Home di Manhattan. Il 14 febbraio 2000 il Memorial Paul Bowlesvenne eretto alPalais du Marshan di Tangeri e nel novembre dello stesso anno le sueceneri vennero tumulate nel piccolo cimitero di Lakemont a New York.Finisce così la vità di un uomo che sollevò tempeste e gioie, un intellettualeche conobbe la solitudine profonda, l’amicizia senza schemi, lacontemporaneità di una vita vissutasenza pregiudizi, barriere sociali oipocrisie del sistema. Un individuo che ha fatto della sua realtà un sogno continuo, per i suoi lettori e i suoi detrattori.

“Non si considerava un turista, bensì un viaggiatore. E in parte la differenza sta nel tempo, spiegava. Laddove, in capo a qualche settimana o mese, il turista si affretta a far ritorno a casa, il viaggiatore, che dal canto suo non appartiene né a un luogo né all’altro, si sposta più lentamente, per periodi di anni, da un punto all’altro della terra. Un’altra importante differenza tra turista e viaggiatore è che il primo accetta la propria forma di civiltà senza discutere; non così il viaggiatore, che la paragona con le altre, e respinge quegli elementi che non trova di suo gusto.”

“The Sheltering Sky”  – 1949

Fonte: My Amazighen

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Aroma 30, gusto minimal déco

Capi morbidi e drappeggiati che formano volumi e decorazioni modulate attorno al corpo, dove il monocromo risalta le forme dell’ abito. Questa la prima impressione nel vedere gli abiti per la prossima stagione di Aroma 30, il brand di una giovane stilista, Michela Fasanella, selezionata da Vogue come uno dei migliori talenti emergenti.
Nata a Roma, dove ha studiato all’ Accademia di Costume e Moda, ha poi proseguito i suoi studi in Fashion Design e Marketing a Londra presso la prestigiosa Saint Martin. Dopo alcune collaborazioni negli studi di Valentino e Ferragamo ha deciso di fondare un suo marchio e ha anche partecipato alla London Fashion Week. Il nome Aroma 30 sta a significare qualcosa di non finito, come un profumo in fase di lavorazione.

La collezione per A/I 2011/12 è improntata su toni cupi: neri, beje, grigi, sabbia e panna. Abitini sotto al ginocchio o fino alle caviglie, che cadono sul corpo formando drappeggi, plissettature, movimenti che impreziosiscono capi di una sensualità discreta, di una donna mai troppo audace, quasi un po’ sognatrice. Scolli arrotondati per abiti giromanica o con maniche lunghe di jersey, lana o pizzo abbinati a mantelle, giacche maschili e cappotti oversize. I pezzi vengono abbinati tono su tono, o con contrasti mai troppo forti, come fossero chiaroscuri naturali, perfetti per una donna che vive in una grande metropoli, che vuole essere funzionale, ma anche comoda e con un pizzico di romanticismo, dato da dettagli ricercati, piccole rouche o panneggi che ricordano la Grecia. La stilista gioca con le superfici degli abiti con tagli e decorazioni che rimangono però minimali e attenuati dal monocolore.

Per le sue collezioni Michela si ispira alla fotografia, alle scienze naturali e alle immagini sacre cristiane. Un talento da tenere d’ occhio!

Fonte: Noisymag

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Una leggenda chiamata Swarovski

Nel 1895 Daniel Swarovski I – un inventore boemo dotato di spirito visionario – si trasferì nel paesino di Wattens, nel Tirolo austriaco, con la sua recente invenzione: una macchina per tagliare e lucidare le pietre in cristallo per gioielleria. Da quest’esordio rivoluzionario per il mondo della moda, Swarovski è diventato il principale produttore al mondo di cristallo tagliato per i settori della moda, della gioielleria e – più recentemente – dell’illuminazione, dell’architettura e dell’interior design. Oggi il gruppo Swarovski, che appartiene ed è gestito dai componenti della quarta e quinta generazione della famiglia, vanta un’estensione globale con circa 24.800 dipendenti, opera in oltre 120 paesi e, nel 2009, ha totalizzato un fatturato di 2,25 miliardi di euro. Swarovski riunisce due attività principali: la prima produce e commercializza componenti in cristallo per le industrie e la seconda crea prodotti finiti improntati al design.

I cristalli Swarovski sono diventati un ingrediente essenziale del design internazionale. Dal 1965, la società si rivolge anche al settore gioielleria con gemme autentiche e artificiali con taglio di precisione. A testimoniare la creatività che anima l’azienda, le sue linee di accessori, gioielli e oggetti per la casa sono vendute in più di 1.800 negozi nel mondo. La Swarovski Crystal Society vanta quasi 350.000 iscritti in tutto il mondo, appassionati collezionisti delle famose creazioni figurative. A Wattens, “Swarovski Kristallwelten” – il museo multimediale del cristallo – è stato inaugurato nel 1995 in omaggio all’universo Swarovski di innovazione e ispirazione. Il gruppo Swarovski comprende anche Tyrolit®, che produce strumenti per la molatura, Swareflex, che si occupa di catarifrangenti per la sicurezza stradale e Swarovski Optik, che produce strumenti ottici di precisione.

Fonte: InsideLife – MondoRaro

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Eliza Doolittle, tra l’ironico e l’indecente

Eliza Doolittle sta scalando le classifiche di mezzo mondo con i suoi singoli “Pack Up” e “Skinny Genes” primi estratti dall’album “Eliza Doolittle”.
Questa giovane fa parlare ma anche discutere, è stata soprannominata l’anti-Winehouse per la sua voce calda e un po’ soul e il suo carattere gioioso ed estroverso; i suoi outfit sono puntualmente presi di mira su ogni sito che parli di stile e glamour e il suo taglio di capelli è spesso paragonato a quello di una giovane che ha appena fatto voto di castità.
Eliza però si differenzia dalle varie reginette del pop che fanno a gara a chi mostra più pelle nuda e che nascondono difetti del viso sotto a strati e strati di trucco.
Si presenta ad eventi importanti e mondani con la stessa leggerezza con cui va a fare shopping, con abiti che sembrano presi dall’armadio della nonna e rivisitati con un taglio moderno e sbarazzino, mischiando i colori come sulla tavolozza di un pittore con la conseguenza di creare abbinamenti che fanno male agli occhi, indossa collant di pizzo nero e ai piedi calza sneakers dalle tonalità fluo.
Per quanto riguarda il trucco non c’è molto da dire in quanto il più delle volte si fa vedere con una leggera linea di eyeliner e nient’altro.
La Doolittle sembra appena uscita da un manicomio, come dicono alcuni, ma io la trovo estremamente divertente ed autoironica.
Lo stile migliore si puo’ ammirare nel video di “skinny Genes” in cui canta e balla indossando shorts a vita alta, magliette morbide e leggere che svolazzano ad ogni suo movimento, body aderenti con fantasie anni Ottanta, vestitini e top aderenti che risaltano la sua figura longilinea e minuta.
Nel videoclip Eliza è circondata da giovani vestiti tutti con abiti vintage colorati e leggeri che rendono l’atmosfera festosa e spensierata.
Lo stile peggiore è stato sicuramente quello sfoggiato in occasione della sua partecipazione come ospite al nostrano Festival di Sanremo: si è presentata sul palco con una maxi t-shirt stampata e shorts che non si vedevano nemmeno, ai piedi sneaker e calzini azzurri fluo. Davvero improbabile.
Eliza Doolittle non è certo un esempio glamour e fashion da seguire ma la sua femminilità traspare anche sotto ad abbinamenti improbabili e capigliature sempici. Insomma la sua voce le fa perdonare ogni peccato di stile.

Valentina Leporati

Fonte: Luuk Magazine

 

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