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Il Tadelakt, rivestimento marocchino
Il Tadelakt, rivestimento murale tipico di Marrakech é tradizionalmente usato negli Hammam e nelle sale da bagno. Questo materiale si ottiene con della calce ventilata di Marrakech e pigmenti naturali, viene poi lisciato con una pietra tonda di fiume o con delle spatole per ottenere un aspetto dolce e vellutato. Il Tadelakt puo’ essere utilizzato sia all’esterno (essendo impermeabile) che all’interno delle abitazioni. Anticamente veniva usato per assicurare la impermeabilizzazione delle riserve d’acqua, prima di diventare il materiale tradizionale degli Hammam e dei bagni nei Riad e nei Palazzi della Medina. Questa tecnica é nata da una calce con una mineralità particolare e dalla bravura delle maestranze dei palazzi imperiali marocchini. Il Tadelakt ha la particolarità che deve essere rifinito con una pietra liscia di fiume e trattato con del sapone nero per ottenere un aspetto definitivo dolce e fine, con ondulazioni in rilievo. Questo rivestimento murale (molto simile nell’aspetto al nostro stucco veneziano) é generalmente realizzato con calce locale in una sola mano. E’ proprio la calce particolare che dona delle proprietà impermeabilizzanti uniche e profondità. E’ usato anche per la costruzione ( a mano) di vasche, docce, lavabi e piscine, sempre pigmentato nella massa per creare un colore profondo e satinato. La sua composizione naturale lo rende un materiale assolutamente ecologico ed é un ottimo isolante termico, possiede inoltre delle proprietà funghicide e battericide importanti, grazie al suo PH elevatissimo. Ma ha anche dei difetti, haime!; é un materiale fragile ai colpi (i ritocchi sono chiaramente visibili in quanto trovare la stessa tonalità di colore é un impresa ardua) e necessità di una manutenzione regolare. Vero é che, personalmente, amo molto le pareti in Tadelakt “antiche“, con piccoli segni del tempo; le rughe di un materiale che vive come noi. Bisogna di fatto pulirlo ogni sei mesi (mai pulirlo con prodotti chimici!) con il sapone nero liquido (stemperato in una ciotola con acqua calda) per preservare il suo aspetto brillante e le sue qualità idrifughe. Le qualità estetiche e la sua impermeabilità non provengono solo dalla calce ma anche dal suo procedimento di posa che é unico. In arabo Tadelakt significa “levigato, liscio“. Questo nome sta a significare che il materiale e pazientemente levigato con una pietra di fiume, prima di essere coperto dal sapone nero a base di olio di oliva per renderlo lucido, rimuovendone poi l’eccesso. La posa é un operazione delicata che richiede molti anni di esperienza da parte dei maestri artigiani o “Maalem“. Per questo motivo il prezzo é elevato e sono nati prodotti “pronti all’uso’ che offrono garanzie in termini di qualità del prodotto. Ovviamente messi a confronto il Tadelakt originale é riconoscibile da occhi esperti e dal tatto, caratteristica tipica e unica di questa rifinitura che decora le più prestigiose abitazione di Marrakech e del Marocco. In Europa i grandi designer di interni hanno scoperto questo materiale vellutato e lo propongono sia per i bagni, pareti di cucine e nelle camere da letto, oltre che per splendide scale e mobili in muratura rivestiti. Il gusto non é ovviamente “orientale” con i colori caldi e brillanti di Marrakech, ma tonalità più minimaliste, pacate, che vanno dal nero al cioccolato, dal grigio perla al verde foncè. Se volete provarlo a casa vostra rivolgetevi esclusivamente a degli artigiani marocchini, che si trovano oramai in quasi tutte le città italiane, e chiedete un campione su tavola. I prezzi possono variare dai 100 ai 150 Euro a mq.
Fonte: My Amazighen
Incensi nel mondo arabo
“Non ho voglia di scrivere versi :
dunque accendo un incensiere,
vi lascio ardere mirra, gelsomino e incenso
e i versi sbocciano nel mio cuore come fiori in un giardino.”
Allievo di Hafiz (XIV Secolo)
Nei Paesi arabi questa resina viene bruciata non solo nellemoschee e nei luoghi sacri come le Zaouie, una sorta di santuari, ma anche nelle case e nelle tende come toccasana edisinfettante o, meglio ancora, contro gli influssi negativi (Baraka). Le donne a completamento delle loro abluzioni e perprofumarsi sono solite esporre il loro corpo e gli indumenti ai fumi dell’incenso. I nomadi del deserto, come segno di benvenuto verso gli ospiti, sono soliti bruciare alcune sfere di incenso nei grandi fuochi allestiti davanti alle loro tende. Un detto arabo afferma che i profumi dolci non solo procurano diletto al cuore ma proteggono anche dal malocchio. Le popolazioni berbere delMarocco ( di origini animiste), riconoscono in questa sostanza uno dei metodi migliori per conquistare i favori delle forze invisibili capaci di influire sulla vita umana e nei riti di possessione sono sette le varietà di incenso che vengono bruciate in favore dei Dijn, gli spiriti evocati durante la cerimonia della Lila. Nella notte delle nozze in Marocco e nel Maghreb é usanza dello sposo bruciare sandalo e benzoino per allietare gli spiriti benigni. In tutte le preghiere é solito associare fumigazioni e, nella 27° notte del Ramadan (la più negativa in assoluto dell’anno) si arde una miscela composta da innumerevoli ingredienti per eliminare tutte le negatività e placare gli spiriti. Maometto, profeta dell’Islam, menziona le tre cose di questo mondo terreno a lui più gradite: le donne, i profumi e la preghiera. Il suo aroma prediletto era il muschio che ai nostri giorni é proibito in quanto é prelevato dalla secrezione delle ghiandole di un cervide simile al capriolo, il moscho. Anche i sufi conoscevano e conoscono bene i poteri mistici degli aromi, degli incensi e degli oli essenziali, che ancora oggi vengono usati per i loro esercizi spirituali. Per i loro riti i sufi usano l’ambra sia di origine animale (secrezione intestinale del capodoglio) che quella fossile, rimasta sepolta milioni di anni e sono soliti bruciarne piccole scaglie (la più pregiata é considerata l’ambra fossile afgana).
La sandaracca é uno degli incensi più usati in Marocco e in Tunisia nell’ambito dell’ostetricia nella convinzione che le sue proprietà rilassanti siano di aiuto nei parti difficili. La varietà prodotta in Marocco é denominata gomma sandaraccaed é ottima anche per legare i diversi incensi durante la bruciatura. Il legno diUd (Oud) è per esperti in essenze rare ed é largamente diffuso nel mondo arabo. Proviene dall’albero Jinkoh (Aquilaria agallocha Roxb) é la sua profumazione é unica ed indescrivibile. Ricorda vagamente il legno di sandalo ma come dicevo, é il plus nel mondo dei legni da profumo. Assaporare e assorbire il suo profumo é un tesoro destinato a pochi eletti e, combinato ad altre essenze, é riservato alle funzioni religiose islamiche come la natività del Profeta. Nella tradizione marocchina il giorno in cui si assegna il nome al bambino (7° giorno dalla nascita) é usanza bruciare questo legno e favorire la fortuna del neonato. I sufi citati in precedenza, per aumentare le loro capacità meditative e per rendere più profondi i loro esercizi spirituali, fanno largo uso di questo pregiato legno, abbinato all’ambra, che riesce a trasportarli ai misteri reconditi della fede. Tante sono le essenze che quotidianamente vengono bruciata e non solo incensi; lozafferano per esempio é considerato dai popoli arabi una potente sostanza magica da associare a particolari riti e tra i nomadi viene offerto alla sposa prime delle nozze, con parti di incenso. O ancora l’assa denominata gomma assa fetida che in Marocco è usata per indurre le entità maligne ad abbandonare il corpo di ”indemoniati” (generalmente persone che soffrono di epilessia), nei casi di shok e contro le tensioni interiori. Pagine e pagine sono state scritte sui profumi delle Mille e una notte; centinaia sono le essenze che possono essere usate nelle fumigazioni e che possono donare momenti intimi di pace interiore nel frenetico mondo di oggi.
Font: My Amazighen
Machinima, film realizzati nei videogames
Se siete appassionati di videogames, sicuramente avrete visto almeno una volta un machinima. Cos’è un machinima? In parole povere, un machinima è un filmato girato interamente usando il motore grafico di un gioco. I machinima più diffusi sono video divertenti, che talvolta prendono in giro gli stessi protagonisti del videogioco, o semplicemente dei veri e propri trailer creati dai videogiocatori. Ma andiamo più nel dettaglio…
Cos’è un machinima?
Secondo la definizione di Wikipedia:
- Machinima è un’abbreviazione di machine cinema o di machine animation, sono entrambe intese come un insieme di tecniche e come un genere di film (film creati da tali tecniche). Come prodotto tecnico, il termine concerne il rendering di “computer-generated imagery” (CGI) usando in tempo reale giochi interattivi con un motore grafico 3D.
Sostanzialmente, i machinima sono dei filmati realizzati utilizzando gli ambienti tridimensionali dei giochi, i cui attori sono gli stessi personaggi giocabili. Solitamente quindi, i machinima sono prodotti usando le risorse disponibili nel gioco, adattandole a nostro piacimento mediante l’uso di particolari strumenti facilmente utilizzabili. Spesso i machinima vengono paragonati ai film, poichè condividono le stesse tecniche cinematografiche, non a caso molti autori di machinima si dedicano a volte alla direzione di cortometraggi cinematografici.
Il primo machinima fu realizzato da un ragazzo americano nel 1996, dedicato al primo Quake: utilizzò il motore grafico del gioco con l’intento di omaggiare l’abbandono di id Software da parte di John Romero, co-fondatore della software house e grande autore di videogiochi.
Come produrre un machinima
In questo paragrafo vi spiegheremo brevemente come realizzare un machinima, seguendo pochi ma fondamentali passaggi.
- Decidi che tipo di machinima realizzare. Potresti realizzare una piccola/grande serie di episodi, un cortometraggio, una parodia o persino un lungometraggio. Ricorda però che la lunghezza del video varia a seconda del genere di machinima prodotto, nel caso della parodia, ad esempio, ti consigliamo di non superare i 7 minuti di durata.Scegli il gioco su cui si baserà il tuo machinima.
- Scegli il tuo videogioco preferito o quello che pensi sia il migliore per il tipo di machinima che vuoi creare.
- Scrivi il “copione” del tuo machinima, dai sfogo alla creatività ideando una trama e scegli il cast dei personaggi.
- Registra le scene per il tuo machinima dal gioco scelto. Per la registrazione ti consigliamo programmi come Fraps, ma il nostro consiglio è quello di utilizzare un PVR, possibilmente in HD, che ti permetterà di registrare in alta definizione su PC.
- Invita amici e parenti e chiedi loro di doppiare i personaggi del machinima. Non solo servirà ai fini della realizzazione, ma sarà anche divertente! Dopo aver registrato le voci per i personaggi, ricorda di sincronizzare l’audio con il movimento dei personaggi del gioco.
- Usa un software di video-editing per montare le scene del tuo machinima. Puoi utilizzare qualsiasi programma per il tuo machinima, andrebbero benissimo software come Final Cut e iMovie per Mac o Premiere Pro e Movie Maker per Windows. Personalmente ti consigliamo di scaricare e utilizzare Machinima Studio, un software creato apposta per il montaggio dei machinima, scaricabile gratuitamente per Windows cliccando qui. Machinima Studio mette a tua disposizione anche i vari strumenti utilizzati solitamente durante i montaggi dei machinima, come la scelta delle angolazioni, uno script editor e altre funzioni molto utili.
Dopo aver seguito correttamente questi pochi passaggi, avrete realizzato il vostro machinima, che potrete pubblicare sui vari social network o su YouTube.
Fonte: Skimbu
Peace – Happy World – Happy Easter 2011 – Happy World – Peace
Rocksmith, la nuova frontiera dei giochi musicali
Ubisoft ha recentemente annunciato l’arrivo del suo nuovo gioco musicale, chiamato Rocksmith. A differenza dei due colossi del genere, Guitar Hero e Rock Band, Rocksmith è stato ideato per i veri chitarristi, infatti non sfrutterà una nuova periferica per interagire col videogioco, bensì ci permetterà di usare la nostra chitarra elettrica! Scopriamolo insieme…
Play means play, giochiamo con la nostra chitarra!
potremo collegare grazie a un adattatore alla nostra console. Così come gli altri giochi musicali, Rocksmith include tanti brani di diversi generi, da suonare da soli o in compagnia. Il livello di difficoltà del gioco si adatterà alle nostre abilità di chitarrista.
Il nostro obiettivo sarà dunque quello di riuscire a suonare al meglio il brano proposto dal gioco, premendo i tasti della chitarra che compaiono sullo schermo del nostro televisore e, semplicemente, pizzicare le corde.
Per chiarirvi meglio le idee, ecco un filmato girato all’evento South by Southwest di Austin (TX) dove era possibile provare Rocksmith all’interno di un grande autobus allestito da Ubisoft. Nel video possiamo intravedere le prime scene di gameplay del nuovissimo gioco.
Playlist, data di rilascio, piattaforme
Ubisoft ha rilasciato le prime informazioni sulla playlist di Rocksmith: il gioco conterrà canzoni di band come gli Interpol, The Rolling Stones, The Black Keys, Nirvana, The XX e The Animals. Tuttavia, al momento i brani confermati sono solo 6.
Rocksmith uscirà questo Settembre 2011, per PlayStation3, Xbox360 e PC, il gioco è sviluppato e pubblicato da Ubisoft. Vi lasciamo al fantastico trailer di lancio del gioco.
Fonte: Skimbu
L’Arabish, la scrittura araba del Web
Per scansare la sorveglianza della polizia, i giovani internauti arabi comunicano a volte per mezzo di un linguaggio composto dalettere latine e da cifre. Ingegnoso. Sabah al-khayr (Buongiorno) si scrive ”9aba7 2l5air“. Con questo linguaggio codificatomigliaia di giovani arabi trasmettono i loro messaggi e parole d’ordine con il telefono portatile, blogs e altri canali sociali. Ribatezzato “arabizi”, “arabish”, “aralish” o ancora “canto arabo”, secondo gli usi e i dialetti, o ancora “franco-arabo”, se sono francofoni, questa scrittura è composta da una serie di lettere latine e da cifre, ed è stata creta spontaneamente dallagenerazione digitale rivelandosi poi molto efficace per deviare i controlli delle autorità. I numeri sono usati per trascrivere dei fenomeni arabi con o senza equivalenti nell’alfabeto latino (il “ayn”, senza equivalenti, è trascritto con un 3, che assomiglia morfologicamente allo scritto in arabo di ayn). Alla base di questo fenomeno, una ragione pratica: la maggioranza dei telefoni cellulari e degli ordinatori utilizzano l’alfabeto latino e siti come Facebook o Twitter non riconoscono che da poco i caratteri arabi. Questo metodo di espressione deve il suo successo anche alla sua adattazione alla conversazione scritta. Molti internauti sono dell’idea che tutto cio’ permette di chattare come si parla, esprimere le proprie emozioni con delle esclamazioni, che non potrebbero essere trascritte in arabo classico. Da qui l’arabish (contrazione di arab e di english), che in linea di massima si usa percorti messagi (twitter), qualche frase al massimo, mentre i testi più importanti si redigono in arabo, in francese e inglese. Traspare in questolinguaggio codificato un simbolo di resistenza: l’arabo tradizionale è assimilato dai giovani alla lingua del potere. L’arabish è anche un dialetto sociale, lo slang di una generazione che condivide un orizzonte globalizzato e la volontà di emanciparsi dai codici tradizionali. I pubblicitari, sempre pronti a recepire le nuove tendenze, stanno impiegando sempre di più questa scrittura per fidelizzare la gioventù araba. Recentemente,la compagnia telefonica saudita Mobily, ha lanciato una campagna pubblicitaria per promuovere una linea prepagata chiamandola 7ala ( per hala “piacevole al gusto, zuccherato, dolce). Pero’ questa pratica purtroppo non è appannagio solo dei giovani branchée: il forum djiadista Al-Qal3ah (La Cittadella), ospita la propaganda dell’anziano capo di Al-Qaïda in Irak, Abou Moussab al-Zarqaoui. Trasversalità politica, moda, fenomeno di massa o semplicemente un nuovo modo di comunicare, che riduce i tempi di scrittura e riformula nuovi bisogni, tecnologici e estetico-sociali.
Fonte: My Amazighen
Maratona delle Sabbie 2011
Oltre 900 concorrenti di cui 138 donne, con un età che varia tra i 17 e i 79 anni, in rappresentanza di 42 nazionalità, parteciperanno alla 26° edizione della Maratona delle Sabbie, prevista dal 1 al 11 aprile prossimo, nel magico paesaggio del deserto marocchino. Sette giorni durante i quali i maratoneti dovranno essere autosufficienti, gestire al meglio gli sforzi, la fatica e riposo, affrontando a volte delle temperature che si avvicinano ai 48° con tempeste di sabbia che rendono la visibilità nulla. Questa affascinante maratona venne creata nel 1986 ed ha riunito, in 25 edizioni, oltre 11.000 concorrenti. Un appuntamento imperdibile per i nuovi Indiana Jones, per i patiti della resistenza e dei fautori della conoscenza dei propri limiti. Questa prova sportiva di altissimi livello, anno dopo anno, grazie anche all’Alto Patrocinio di SAR Mohammed VI, sta conoscendo un successo unico in tutto il pianeta. I partecipanti dovranno percorrere 250 km in stile libero, ripartiti in sei tappe da 20 a 80 km, tra cui una no-stop da percorrere di notte. Questo periplo sarà seguito da 400 persone di cui 50 medici, 30 specialisti in logistica e 28 controllori e i test antidoping saranno effettuati conformemente alle norme della Federazione internazionale di atletica (AAF). Questa edizione avrà una copertura mediatica in oltre 200 paesi ed avrà una forte componente solidale e sociale nelle città di Tinghir e a Zagora. Secondo gli organizzatori, la competizione vedrà contendersi il titolo tra il marocchino Lahcen Ahnsai, autore di 10 vittorie, e numerosi pretendenti che arriveranno dalla Spagna, dalla Francia, dall’Italia e dalla Giordania. Il Marocco sarà rappresentato da 24 concorrenti. Un dispositivo di trasmissione satellitare sarà messo a disposizione per i giudici che potranno cosi’ avere la posizione esatta dei partecipanti che sarà visulizzata su di una piattaforma web online. L’itinerario di questa maratona, una delle più difficili al mondo, vedrà situazioni differenti come piste, palmeti, montagne, fiumi e deserto.
Fonte: My Amazighen
HOMEFRONT™ THQ, l’invasione ha inizio
Gallarate, 15 marzo 2011 – THQ annuncia che a partire da oggi è disponibile sul mercato Homefront™, l’emozionante videogioco sparatutto in prima persona sviluppato in collaborazione con Kaos Studios, per Xbox 360®, PLAYSTATION® 3 e PC Windows.
“Homefront è un titolo che assicura un gameplay unico, incredibile ed emozionante sia per il giocatore singolo che in modalità multiplayer” afferma Danny Bilson, EVP Core Games, di THQ. “Kaos Studios ha ricreato su console e PC una ben definita esperienza di guerra su larga scala, apportando innovazioni come Battle Points e Battle Commander che offrono una nuova completa inversione sul genere rendendo così il gioco accessibile e gratificante sia per i nuovi arrivati che per i veterani dello sparatutto”.
“Siamo entusiasti della risposta dei giocatori e dei media di settore” aggiunge Dave Votypka, Studios General Manager e Creative Director di Kaos Studio. “Non possiamo non unirci ai giocatori di tutto il mondo grazie alla nostra flotta internazionale di server dedicati che può supportare fino a 32 giocatori in modalità multiplayer”.
Per celebrare il lancio di Homefront, THQ ha pubblicato un documentario che ricorda la gloriosa ascesa della Grande Repubblica di Corea, l’invasione e l’occupazione degli Stati Uniti in parte supportata dallo sviluppo di successo nucleari del dispositivo nucleare EMP. Il video intitolato “‘Future History – Uncut” è disponibile sul canale ufficiale Homefront YouTube al link YouTube.com/Homefrontgame.
Per ulteriori informazioni su Homefront e per disattivare le opzioni censura sul tuo browser internet visita Homefront-Game.com o segui la resistenza su Facebook.com/Homeforntgame oppure su Twitter.com/Homefrontgame.
HOMEFRONT
Anno domini 2027. L’America orgogliosa di un tempo è caduta, le sue infrastrutture si sono frantumate e il suo corpo militare è in scompiglio. Resi inefficienti da un’incursione aerea della EMP, gli Stati Uniti sono impotenti di fronte all’occupazione sempre più estesa di una crudele e nucleare avanzata della Grande Repubblica di Corea.
Abbandonati dai propri fedeli alleati, gli Stati Uniti sono ridotti a uno squallido paesaggio composto da città murate e da sobborghi disabitati. È uno stato di polizia dove scuole e stadi sono diventati centri detentivi e i grandi centri commerciali si sono trasformati in ripari per veicoli d‘attacco corazzati. Il popolo libero di una volta è ora composto da prigionieri, collaboratori o rivoluzionari.
Partecipa alla resistenza, resta unito e combatti per la libertà contro la travolgente forza militare di Homefront, l’avvincente campagna single player realizzata da John Milius (Apocalypse Now, Red Dawn). Entra a far parte di un cast memorabile e di una trama emozionante che si svolge in un possibile e terrificante mondo futuro. In Homefront puoi vivere intense esperienze, azioni cinematografiche di sparatutto in prima persona come se si combattesse per la strada lungo i territori occupati degli Usa utilizzando tecniche di guerriglia, veicoli militari e la più avanzata tecnologia per sconfiggere il nemico.
Il multiplayer è animato da conflitti epici nelle arene online con l’intervento della fanteria, dei carri armati, degli elicotteri d’attacco e degli aeroplani radiocomandati disseminati negli ampi campi aperti di battaglia. Homefront offre una ricca serie di funzionalità con livelli di profondità tattica combinati con innovazioni di gioco interscambiabili come Battle Points e Battle Commander, che rappresentano i nuovi punti di riferimento della guerra online.
Giappone, l’arte di rimanere flemmatici
In questo articolo riflessivo vorrei parlare del più grande problema dell’uomo: la paura. Questo terremoto avvenuto in Giappone ci ha scosso molto di più rispetto ai terremoti a Sumatra nel 2004 e ad Haiti nel 2010 (e tutti gli altri tanti terremoti avvenuti in questi anni). Questo perchè la cultura giapponese è molto più vicina a noi, inoltre è stato un terremoto avvenuto anche in città affollate come Tokyo, senza poi dimenticare l’incubo nucleare che non ha fatto altro che aumentare le preoccupazioni. Da tutto questo è emerso un problema che i Giapponesi hanno dimostrato di saper affrontare: mantenere la calma.
Una curiosa statistica
Una piccola ma banale statistica può farci dedurre molto cose. Il 10° articolo più visto su Skimbu in questa settimana pubblicato mesi fà (precisamente il 31 ottobre 2010) riguardante la fine del mondo 2013, essendo ormai vecchio, riceveva poche visite ma dopo il terremoto in Giappone le visite a quell’articolo sono aumentate notevolmente. Questo significa che la gente, presa dalla paura e dalla preoccupazione ha cercato su Google “la fine del mondo”. Questo credo sia l’ennesima prova di come la popolazione italiana (e quella europea) sia stata presa dalla paura di un fatto avvenuto altrove, e dalla paura che il terremoto sia collegato anche alla fine del mondo.
Mantenere la calma
Come è stato detto in televisione e nei giornali, ciò che ha sorpreso dei giapponesi è stato il modo in cui hanno affrontato la situazione. Il giorno dopo il terremoto infatti sembra che la vita sia tornata alla normalità, la borsa ha riaperto e la gente non ha dormito per strada (cosa che accade di solito dopo un forte terremoto, così come è accaduto in Abruzzo). Hanno mantenuto la calma ed affrontato la situazione nel miglior modo possibile. Sembra a momenti che si siano preoccupati di più gli Europei. D’altronde, se fosse capitato qualcosa di simile in Europa (o più precisamente in Italia) non avremmo gestito la situazione ugualmente. Ma perchè sono riusciti a stare calmi e a non generare il caos? Io penso per svariati motivi..
Come è stato detto in televisione e nei giornali, ciò che ha sorpreso dei giapponesi è stato il modo in cui hanno affrontato la situazione. Il giorno dopo il terremoto infatti sembra che la vita sia tornata alla normalità, la borsa ha riaperto e la gente non ha dormito per strada (cosa che accade di solito dopo un forte terremoto, così come è accaduto in Abruzzo). Hanno mantenuto la calma ed affrontato la situazione nel miglior modo possibile. Sembra a momenti che si siano preoccupati di più gli Europei. D’altronde, se fosse capitato qualcosa di simile in Europa (o più precisamente in Italia) non avremmo gestito la situazione ugualmente. Ma perchè sono riusciti a stare calmi e a non generare il caos? Io penso per svariati motivi..In Giappone sono ben abituati ai terremoti, e il Giappone si può considerare il paese più avanzato nell’edilizia anti-sismica. Come è stato detto dal CT della nazionale di calcio Giapponese Zaccheroni durante il terremoto la casa sembrava di gomma. Proprio per questo i danni agli edifici sono stati minimi, perchè tutti gli edifici giapponesi sono costruiti con materiali e tecniche che rendono la costruzione elastica, proprio come se fosse di gomma. Tecniche di costruzione che io dubito (e si è visto ad Aquila) abbiamo in Italia. I giapponesi sono consapevoli di tutto questo, sapevano e sanno bene che le loro case sono sicure, per questo sono tornati subito a casa dopo il terremoto e non hanno avuto paura nemmeno delle scosse di assestamento. L’insicurezza è la maggior causa della paura.In Giappone hanno tantissime prevenzioni per i terremoti. Ad esempio in certe città i bambini vanno a scuola sempre con l’elmetto di protezione. Inoltre vengono spesso organizzate esercitazioni anti-sismiche (nelle scuole, nel lavoro, dappertutto!).Un terremoto in Giappone è un po’ come un rito, come scrive Gerevini del Corriere, quando avviene un terremoto i Giapponesi sanno esattamente cosa fare, come se fosse una routine. Dopo il terremoto hanno un punto preciso da raggiungere, con zainetto e elmetto indossati.Un’altro fattore che conta è la cultura generale Giapponese, e riguardo questo vorrei riportare le esatte parole sempre dell’articolo sul Corriere della Sera:
La preparazione psicologica, però, è quella che gioca il ruolo più importante, quella che forse caratterizza principalmente il popolo giapponese. Vivendo in questa parte del mondo, volenti o nolenti, ci si abitua presto a esorcizzare lo jishin (il grande terremoto) anche attraverso battute di spirito, un modo tutto sommato efficace per imparare a familiarizzare con il proprio destino, per diventare fatalisti.
L’autore dell’articolo apparso sul Corriere della Sera è Alessandro Gerevini, Professore italiano di letteratura Giapponese all’Università di Waseda, a Tokyo.
Conclusioni
Questo articolo prevalentemente riflessivo vuole contrapporre la calma e serenità dei Giapponesi contro la paura degli Europei, che tra l’altro non sono stati nemmeno colpiti da questo fatto in modo diretto. Il Giappone è cresciuto tantissimo ultimamente sul piano non solo economico ma anche culturale. Per questo dobbiamo imparare da loro, incominciando a migliorare il nostro sistema anti-sismico e imparando da loro ad affrontare i problemi.
Fonte: Skimbu
Le Mederse nel mondo arabo
Insieme alle Moschee e agli Hammam, le Mederse (da madrassa che significa scuola) sono gli edifici più caratteristici delle città musulmane. Centri di insegnamento islamico questi collegi segnalano, in primis, l’importanza intellettuale e spirituale delle città che le ospitano. Le prime Mederse apparvero verso la fine del XI° secolo nel Medio Oriente musulmano. La loro vocazione era, in origine, promuovere l’ortodossia sunnita per contrastare “l’eresia” sciita che si era radicata nella Oumma (comunità di credenti), sotto la forte influenza dei fatimidi d’Egitto e ad alcune sette mistiche ismaelite. Si insegnava il Diritto, secondo le quattro scuole sunnite: hanafita, chafiita, malékite e hanbalite. Il Diritto musulmano (Fiqh) definisce gli obblighi culturali e le relazioni sociali dei membri della Comunità. Tutte le leggi, sia civili che penali, partono dall’insegnamento del Corano e dallo studio della Tradizione (Sunna) che raccoglie gli atti e le parole del profeta Maometto. La scuola malékite, la sola riconosciuta in Marocco e nella più parte dell’Africa apporta ugualmente un posto speciale ai costumi locali introducendo delle pratiche popolari e superstizioni, sconosciute alla più parte dell’Islam ufficiale. Le Medersa erano anche dei centri di insegnamento delle scienze, della matematica, dell’astronomia e a volte anche della medicina. Monumenti emblematici delle città musulmane le Mederse adottano un piano architetturale che si ritrova generalizzato in tutto il mondo arabo, eccetto alcune specificità locali. La Medersa è composta da una struttura che ruota intorno ad una corte o patio, ornata generalmente da una fontana. Sui due o tre lati della costruzione si aprono gli Iwans, portici monumentali ereditati dall’architettura iraniana, dove i professori dispensano i loro insegnamenti. L’ultimo angolo è generalmente occupato dall’oratorio, dotato di un “Mirhab“, dove si riuniscono professori e studenti per le cinque preghiere quotidiane. Ogni anno i “Tolba” (studenti) dell’Università di Karaouiyine a Fès eleggono il re degli studenti. Questa festività, che dura all’incirca una settimana, ricorda per certi aspetti le feste delle città universitarie europee del Medio Evo. Vestito con esclusivi abiti, drappeggiati ad arte, dell’Università, il sultano dei Tolba indirizza alle autorità della città delle missive dove denuncia, in termini molto diretti, le difficoltà degli studenti, le loro miserie e le poche certezze della loro vita. Nel corso della settimana di inversione dei codici e dei valori, gli studenti si recano in corteo al cimitero di Bab Ftouh per venerare sopra il suo cenotafio, la memoria di Sidi Ali ben Harazem, il loro santo patrono.
Questo saggio, morto a Fès nel 1164, era dotato di una tale eloquenza che i djinns (spiriti) accorrevano, invisibili, ad assistere ai suoi corsi alla Karaouiyine. In queste scuole si raccoglievano migliaia di ragazzi che provenivano generalmente dalle zone rurali del Paese. Vivevano con poco, pane e acqua era il sostentamento, e con piccoli lavori come la presenza ai funerali e in occasioni religiose importanti, dove recitavano versi del Corano, traevano i pochi denari che servivano per acquistare il minimo necessario. A Marrakech è possibile visitare la spettacolare Medersa ben Youssef, uno dei monumenti in assoluto, con la Necropoli saadita, più interessanti della Ville Rouge. Venne fondata nel nella metà del XIV° secolo dal sultano merinide Abou el Hassan, ricostruita poi nel 1564-1565 dal saadita Moulay Abdallah, come attestano le iscrizioni incise sui capitelli della sala delle preghiere e sul portale dell’ingresso principale.
Fonte: My Amazighen


























