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Marocco, ripresa del turismo di lusso per il 2013
L’ABTA, l’associazione che raggruppa i principali tours operators britannici, ha predetto una ripresa dell’attività turistica nel segmento lusso anche per il Marocco. Questa considerazione è frutto di un sondaggio mirato al ceto alto e indica che i consumatori dei mercati emettitori sono dotati di budget consistenti, risultati dalla forte tendenza al risparmio nel 2011 e 2012, risparmio generato non per necessità ma dallo stress fortemente presente nel sociale. Il 70% degli intervistati ha ammesso che sono alla ricerca di offerte con qualità molto alta oltre a tutta una serie di richieste in servizidall’alto valore aggiunto che credono indispensabili. Il 68% conta sui Tours Operators per ottenere un massimo di garanzie sulla qualità dei servizi che acquistano. Alla domanda sulle destinazioni preferite hanno risposto con una lista di paesi che hanno nei loro ranghi destinazioni turistiche di lusso:U.S.A., Spagna, Grecia e la Francia formano, secondo gli intervistati, i top 4 mondiali, ma appaiono altri paesi nel pianeta viaggi deluxe dal potenziale di sviluppo alto e sotto osservazione per l’anno 2013: Marocco, Brasile, Birmania, Croazia, Equador, Etiopia, Finlandia/Lapponia, Nuova Zelanda, Russia, Slovacchia e Turchia.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Tangeri, una colomba appollaiata sulla spalla dell’Africa
Qualcuno ha paragonato Tangeri ad una colomba appollaiata sulla spalla dell’Africa. Io la immagino invece come un pavone, superbo e fiero, mentre ruota la sua splendida coda in cerca di consensi, perforando con il suo sguardo di pece i critici, le malelingue che vogliono Tangeri oramai persa nell’oblio della storia, dimenticata, pericolosa e straniera. Tangeri soffre. E’ vero. La città sprofonda sotto la sua stessa leggenda, sotto la sua inappagata nostalgia che la incarta, il mito cosmopolita fatto di intrighi, misteri e traffici è incollato alla sua pelle. Lei è sola davanti allo Stretto di Gibilterra, sola con il suo piccolo braccio di mare tra il Marocco e la Spagna dove si ritrovano gli immigrati d’Africa e il loro sogno di cavalcare l’onda che potrà trasportarli nell’Eldorado europeo. Si dice che Tangeri piange per chi non la conosce e piange quando l’hanno conosciuta. I poeti e gli artisti di tutto il mondo che l’hanno conosciuta l’hanno cantata. La si puo’ toccare, accarezzare i suoi muri polverosi, deflorare le sue porte in legno leccate dal tempo. Si puo’ grattare la sua terra nera, camminare nella sabbia sempre umida. Si respira ancora l’odore del tabacco grigio, di gelsomini e di Kif. Ma Tangeri non è solo poesia, ricordo struggente o mito. E’ la sua periferia con i quartieri dormitorio allineati uno dietro agli altri sulle colline vicine. Beni Makada, Bir Chifa, Saddam Hussein: i viali di cemento dove crescono i due terzi degli 800.000 abitanti ricordano che Tangeri è abbandonata, sommersa di rancori sotto il peso della povertà e l’attivismo dei musulmani integralisti. Tangeri non è più l’Europa ma non ancora il Marocco. Dalla notte dei tempi la sua posizione strategica di “porta d’Africa” ha suscitato l’interesse delle grandi potenze straniere. Quando la regione del Rif era sotto protettorato spagnolo (non francese come si scrive sovente) i suoi dintorni, nel 1923, presero lo statuto di “interzona” o “zona franca internazionale”. La regione era amministrata da funzionari marocchini, da sei potenze europe, dagli U.S.A. e dall’URSS, situazione unica nella Storia. Questo periodo opulento contribui’ alla reputazione esplosiva di una città fatta di bordelli, di sesso gay a buon mercato, di spionaggio internazionale, di lussuria e divertimenti, di artisti e nullafacenti che si godevano la vita. Nel 1956 torno’ sotto il regno del Marocco ma conserva ancora oggi le sue particolarità e la sua indipendenza. Lo spagnolo soppianta il francese nel parlato quotidiano. Vedere un ritratto di Mohammed VI appeso alle pareti dei locali pubblici non è usuale, come accade in tutte le altri parti del Marocco. Tangeri è il solo luogo del Marocco dove è possibile gustare un thé alla menta in un caffé deco’ deliziosamente retro’!. Ma per conoscere Tangeri bisogna considerare il suo porto. Il 70% delle persone che si recano in Marocco per via marittima passano da qui. Turisti e marocchini che tornano a casa al volante delle loro vetture cariche all’inverosimile. Città di transito, interfaccia tra i due continenti, ultima città importante all’estremità nord dell’Africa, Tangeri, con la sua posizione geografica, offre un terreno fertile per attività illegali e poco raccomandabili. Per comprendere pero’ bisogna spostarsi di qualche Km nella regione nord del Marocco. Il Paese non si è ancora liberato totalmente del suo passato colonialista. Due città dell’antico protettorato spagnolo esistono ancora sulla costa mediterranea del reame. Ceuta e Melilla. Due porti franchi spagnoli che beneficiano di vantaggi economici rilevanti come l’esenzione delle tasse sulle merci, sull’alcool e sugli idrocarburi. La TVA non è ugualmente applicata. Il commercio quindi è fiorente, in specialmodo quello di contrabbando con i vicini marocchini. Ceuta (74.000 abitanti) accoglie ogni giorno 20.000 transfrontalieri che si dedicano al contrabbando di merci che alimentano i souks delle città del nord e del centro del Marocco, Tangeri compresa. Queste due enclavi europee poi sono diventate una porta d’accesso all’immigrazione clandestina. Si sta costruendo un muro, ipertecnologico, intorno a queste due città, dopo che nel settembre 2005 una folla di africani, 1200 si dice, tentarono di entrarci. Risultato: sei morti e centinaia di feriti. Si stima che ogni anno salpino dalle coste dello stretto dai 20.000 ai 100.000 disperati in cerca di una vita dignitosa. E Tangeri accoglie questa massa di persone che vegetano e cercano di guadagnare i soldi necessari per tentare (o ritentare) l’attraversata. I “bruciati” come vengono chiamati qui, perché la prima cosa da fare è bruciare ogni tipo di documento che possa identificarli, per rispedirli al mittente. Le coste di Tangeri sono costellate non solo di ville splendide e di jet-set internazionale ma anche di accampamenti dei clandestini che vivono in condizione igieniche precarie. La mafia regna sovrana e guadagna milioni di dollari in questo sporco “affaire” sulla pelle di migliaia di uomini che devono tenere conto che forse non ce la faranno, che moriranno in acqua e che forse i loro corpi non si troveranno mai più. Ma l’immigrazione e il contrabbando non sono niente vicino al traffico che fa vivere questa regione e arricchire qualche europeo: l’Haschic, o Kif in marocchino. Il Rif è il primo produttore mondiale di cannabis e la quasi totalità di haschic che viene consumato in Europa è di provenienza marocchina. La monocoltura della cannabis è 46 volte più reddittizia delle colture agricole tradizionali. Secondo l’Osservatorio delle droghe francese il profitto della cannabis, nel 1997, è stato di 2 milioni di dollari, calcolando che il turismo, nello stesso anno ha portato alle casse del reame “solo” 1 .260 milioni di dollari. Certo è che una politica repressiva avrà conseguenze disastrose come un esodo rurale di massa (1 milione di persone lavorano alla produzione di cannabis nel Rif) verso le grandi città e verso l’Europa e si andrà ad ingrossare le file dei migranti clandestini che l’Europa non vuole sul suo suolo. Ma Tangeri è anche il Grand Soco, piazza centrale, linea di demarcazione tra la Medina e la città nuova. Qui Tangeri è un incrocio dove il rumore e il kaos regnano sovrani. La grande moschea di Arbein, dove si suppone abbia ospitato e favorito i kamikaze degli attentati di Casablanca, nel 2003 e quelli di Madrid, il cinema Rif, storico e carico di fascino, che diventerà un museo del cinema a breve, per non dimenticare. Dietro al parco di Mendoubia, un cimitero abbandonato, reame di gatti e di ortiche. Era all’epoca, il cimitero dove gli europei interravano i “loro“. Oggi i sepolcri sono distrutti da anni di indifferenza e di oblio. Per alcuni mesi gli “harraga“, i bruciati, si installarono nel cimitero poi la polizia, nel 2005, li caccio’. Poco più in là l’Hotel El Minzah, uno dei più belli del Paese. Jean Genet (vedi anche Cat.Portraits) adorava soggiornare in questa città perché amava vedere “l’eleganza nel servire un cane sporco come me“. Il Caffé de France, ritrovo di artisti come Paul Bowles, situato nei pressi del Consolato francese. Un luogo capitale, per gli incontri di ieri e di oggi. Accanto il Lofti dove non è raro vedere un barbone che si avvicina ad un tavolo e si appropria del bicchiere di un cliente prima di andarsene. “Nessuno dice niente, perché non c’é niente da dire“. Rue d’Amerique, il quartiere dei bar, discreto di giorno e incandescente la notte. Il Dean’s aperto nel 1937 che ha visto passare nelle sue due sale minuscole la Beat Generation, generazione maledetta e bohemé del dopo guerra, con William Burroughs e Allen Ginsberg. Sul boulevard Pasteur il Pique-Nique, frequentato da Mick Jagger nei caldi anni 60-70, il bistrot spagnolo Rubis Grill con i suoi camerieri d’antan ingellati, in camicia bianca. Negresco, Regina, Scott’s..da un bar all’altro europei nostalgici, nuovi e anziani ricchi dei quartieri fashion della Montagna o di Marshan, dragano la notte in cerca di emozioni a buon mercato. Che troveranno, come ogni notte, da sempre, a Tangeri. E infine la baia. Spettacolare e unica, un mare ed un oceano che si incontrano, che si uniscono, differenze che si accoppiano. Stradine poco illuminate, pensioni fané per marinai di passaggio e camionisti stanchi. Il porto di notte dorme, eccetto per i contrabbandieri, i trafficanti di droga, i clandestini e i venditori di sesso. Avenue de FAR, i Grands Hotels che si affacciano sul mare. Tutto é calmo. Al Café Associados, ultimo stabilimento della lunga spiaggia di Tangeri, c’é il rifugio dei tangerini “di mondo”. Tutti vogliono credere che la città é sulla rotta del grande cambiamento, che si sta svegliando dal suo lungo letargo. Né é prova i ripetuti soggiorni del Re Mohammed VI, i giganteschi cantieri del nuovo porto commerciale e i lavori di riabilitazione della medina. Davanti al mare un gruppo di giovani, belli di giovinezza, guarda il mare e le luci vicine della Spagna, senza parlare. Notti di sospiri a Tangeri.
Fonte: My Amazighen
Fès, sos concerie dei tanneurs
Malgrado i suoi dodici secoli di vita e il suo indiscutibile appeal turistico, i centinaia di operai che la fanno vivere dichiarano che la conceria tradizionale di Fès è in piena crisi economica grazie alla concorrenza di fabbriche moderne e alla concorrenza sleale dei paesi asiatici. Situata nella medina, clasisficata come Patrimonio Mondiale dall’Unesco, la conceria tradizionale di Fès, 4 ettari di storie umane e colori, conosciuta sotto il nome di Chouara, si trova circondata da centinaia di case vetuste, dai terrazzi equipaggiati con gigantesche parabole e panni stesi al sole. Ripartita in quattro zone è dotata di 1.200 bacini, le kassrias. La difficoltà, legata alla sua gestione, non la rende meno fiera agli occhi della città, avendo contribuito in larga parte al successo turistico di Fès. Non esiste un solo turista che passando da Fès, non abbia in agenda una visita alle concerie, famose in tutto il mondo. Purtroppo, senza una adeguata ristrutturazione, i muri esterni e i bacini di tintura sono destinati a cedere sotto le incurie del tempo; gli artigiani sotto sotto-pagati e senza alcun tipo di copertura medica, niente pensione o indennità in caso di malattia. I conciatori (tanneurs) sono vittime di malattie croniche dovute all’uso di prodotti chimici (calce, estratto di corteccia di mimosa, coloranti) che si usano in grande quantità nella preparazione delle pelli. I tanneurs guadagnano mediamente 80 dh al giorno (circa 7 euro) ma a volte tornano a casa con le tasche vuote. Quest’anno poi, a causa della feroce crisi turistica in corso nel paese, le diare giornaliere si sono ridotte notevomente e i prodotti finiti sono in larga parte stoccatti nei magazzini. In Marocco esistono diverse industrie che conciano il cuoio marocchino ma vero è che la conceria tradizionale di Fès è la più antica del mondo, ancestrale e unica nel suo genere. Molti lavoratori lamentano il fatto che materie prime come la corteccia di mimosa (tannino) sono sotto il monopolio di due/tre aziende che detengono il mercato fissando il prezzo a sacco al prezzo inaccettabile di 80 dh. Il ministro dell’Artigianato, Abdessamad Qaiouh, ha affermato all’AFP che la richiesta d’aiuto dei tanneurs non cadrà nel vuoto evocando un piano di sviluppo regionale dal montante di 41 milioni di Dh per la storica conceria e altre due più piccole ma di importanza altrettanto rilevante. Il Marocco è conosciuto mondialmente per la sua esperienza in materia di trasformazione del cuio, grazie al savoir-faire dei suoi artigiani. Questa industria è dotata di filiere diversificate come le concerie appunto, a seguire la maroquinerie (che prende il nome dal paese) che trasforma il cuoio in accessori come scarpe, cinture, pelletteria in genere e abbigliamento. Gioca un ruolo importante nel reame assicurando il 7% di occupazione nazionale e il 4,5 di esportazioni industriali, secondo le statistiche ufficiale. Fondamentale è salvaguardare e preservare la conceria di Fès, unica e irripetibile, un luogo affascinate e carico di phatos, che ammalia e affascina le migliaia di persone che ogni anno si recano a visitarle.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Ferrari, rosso ferrari in Marocco con Univers Motors
La Ferrari ha deciso di investire nel mercato marocchino, firmando un contratto di esclusiva con il distributore marocchino Univers Motors. Il gruppo, già distributore dei marchi Seat, Honda e Cherry, ha negoziato il contratto per oltre 18 mesi con la Ferrari per ottenere infine l’esclusiva nel reame marocchino. Acquistato da due anni da Mutandis, gruppo di investimento appartenente all’ex ministro del Turismo Adil Douiri, Univers Motors ha già intrapreso le relazioni con i trenta clienti marocchiniproprietari di Ferrari (tra cui SAR Mohammed VI, fan del marchio e collezionista da sempre). Ferrari spera di vendere una ventina di auto per anno in Marocco, ad un prezzo base di 2 milioni di Dh e uno show-room Ferrari aprirà le sue porte nei primi mesi del 2014 a Casablanca.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Taj Palace Marrakech, nuovo emblema dell’hôtellerie di lusso in Marocco
Una manciata di settimane ancora e aprirà nella Ville Rouge un nuovo emblema dell’hôtellerie di lusso, il Taj Palace Marrakech. Questo palazzo si estende su oltre 53 ettari nella Palmeraie e aprirà le sue porte il 15 gennaio 2013 dalla società Taj Hôtel Resort & Palace. La IHMS Marrakech Limited, filiale marocchina di questo operatore indiano specializzato nella hôtellerie di alto standing, sta dando le ultime direttive per la buona riuscita del lancio di questo palazzo dalle dimensione fuori dell’ordinario con un fasto degno delle Mille e una notte o dei palazzi opulenti dei Maharadjash. Un fasto incarnato, tra le altre cose, da una cupola di 25 metri di altezza decorata contre km di foglia d’oro che sormonta l’hall principale. Fusione architettonica di due culture, quella indiana e quella araba, il Taj Palace Marrakech è un sogno diventato realtà grazie a due milionari, il marocchino Jawad Kadiri e l’indiano Priti Paul. Un sogno che accarezzarono l’indomani dalla loro firma societaria nel 2004, a cui hanno consacrato sei anni della loro vita, la durata della costruzione di questo meraviglioso palazzo. Nel 2010, in piena fase di realizzo degli arredamenti, vennero girate diverse scene del film Sex & City. Questa è la terza apertura della società indiana in Africa dopo il Taj Cape Town in Sud Africa e il Taj Pamozi di Lusaka nello Zambie. Queste ultime aperture, compresa Marrakech, porteranno a livello mondiale con il marchio Taj ben 94 realtà disseminate in 12 paesi (India, Africa, Zambie, Stati Uniti, Inghilterra, Maldive, Australia, Malesia, Emirati Arabi, Sri Lanka, Bhoutan e il Marocco). Con le sue 161 camere di cui 27 suite, i suoi diversi ristoranti e la S.P.A. di 3.800 m2, il Taj Palace Marrakech sarà un temibile rivale per gli altri prestigiosi resorts situati in città come il Mamounia, il Four Seasons e il Palais Namaskar. Una bella scommessa in questi tempi dove la crisi economica morde significativamente anche il Marocco.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Boukhari Bou Dmia, l’ultimo custode del sapere
Si chiama Boukhari Bou Dmia e in una Kasbah/fortezza non lontano da Tiznit, nell’Anti-Atlas, custodisce i segreti dei suoi antenati, che controllavano le rotte carovaniere del Sahara. “C’era una volta…”, potrebbe iniziare cosi’ la storia del Regno di Illigh che ha come protagonista principale un sant’uomo che rispondeva al nome di Sidi Ahmed Moussa, osannato dalle folle che per ascoltarlo percorrevano lunghi viaggiestenuanti da luoghi lontani. Mori’ nel 1549 e uno dei suoi innumerevoli nipoti, lungimirante, penso’ di trasformare questa eredità ”sovranaturale” in un Principato che per ben tre secoli rivaleggio le sue enormi ricchezze con i sultani di Marrakech. Tutto questo potere e tutte queste ricchezze nascevano da un unica, lunga, desertica pista che si perdeva tra i picchi dell’Atlas e che attraversando il Sahara raggiungeva il sogno: Timbuctù. Nella Kasbah, fatta di terra, paglia e sudore, un lungo porticato che rompeva i raggi ardenti e voraci del sole; colori sgargianti come il giallo dello zafferano, bene prezioso, e l’ocra delle montagne. Sotto queste arcate sedevano i notai, che registravano i preziosi carichi delle lunghe carovane di cammelli che qui trovavano rifugio, accoglienza e commercianti pronti a mercanteggiare i rari e preziosi carichi d’oro, di spezie e di schiavi, dopo lunghi mesi di deserto che brucia e arde l’anima. Illigh era uno Stato potente che all’inizio del XIX°secolo possedeva un capitale pari a 10 tonnellate d’oro puro, oltre ad un esercitocombattivo e temerario, composto da migliaia di cavalieri berberi amazighe israeliti, oltre ad una guardia nera africana, feroce e senza scrupoli, simile a quella dei sultani. A partire da questo Stato si controllavano tutti gli spostamenti di merci e persone sino a Mogador, l’attuale Essaouira, dove grandi navi attendevano le merci per partire verso l’Europa, avida di spezie e tessuti pregiati. Nella fortezza di Illigh uno scrigno di sapere, di documenti, di pergamene rare, provenienti da tutta l’Africa. Contratti commerciali, discendenze dei signori di queste terre aride, cataste di bauli che cercano di proteggere manoscritti vergati su pergamene in pelle di leone. Alberi genealogici che risalgono a famiglie israelite e amazigh e leggerli, toccarli delicatamente, aprirli con un soffio d’alito, significa entrare nella storia magica, irreale, antica e struggente di tanto tempo fa, quando esisteva un Principato leggendario, oggi quasi sconosciuto e degno di essere valorizzato e tramandato alle future generazioni. Pareti di fango, chiaroscuri che si stendono pigri sulle volte di questi magazzini preziosi e unici, 5.000 esistenze passate che hanno lasciato traccie indelebili sul nostro futuro. Come in un film, nel silenzio assordante di un pomeriggio d’estate, ai lati del cortile, il rumore ovattato di centinaia di schiavi neri affatticati, legati a catene che mai saranno spezzate, merci accatastate che brillano al loro futuro lontano, jellaba azzurri orlati di nero, perle e coralli di mari lontani, e la voce profonda del muezzin che si staglia nell’orizzonte a rivendicare il momento di Dio. Alzi gli occhi, e su di un altipiano accecato dalle nubi, sul Jebel Agouti, 1,5 km da Illigh, si staglia il cimitero israelita, testimonianza di una comunità che da queste parti ha lasciato segni di ricchezza, laboriosità e ingegnio. Grandi studi su questa comunità sono fatti effettuati da Paul Pascon, conoscitore profondo della zona, deceduto poi in Mauritania nel 1985 a causa di un incidente stradale.
Il Douar d’Illigh si trova a 10 km dalla pista di Tachtakt. Da Tiznit sono presenti alcune indicazioni. L’insieme della costruzione è composta da una mellah (quartiere ebreo) e da un granaio collettivo in pisé (terra e paglia) con camere e magazzini. Il tutto circodato da mura di protezioni con quattro porte d’acceso. E’ visitabile, chiedete di Boukhari Bou Dmia, custode del Museo.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
I granai, fortezze dell’Atlas
Se in tutte le piane del Marocco la conservazione del grano avveniva neisilos, nell’Anti Atlas e sul versante sud dell’Alto Atlas i cereali, insieme ad armi e munizioni, avevano un posto d’onore in architetture monumentali a picco su degli strabiombi: i granai collettivi fortificati, un istituzione fondante nella vita comunitaria della montagna. La storia di questiimportanti monumenti minacciati dal tempo.
Il cuore pulsante dell’Atlas conosce da secoli delle impervie condizioni atmosferiche, specialmente durante i suoi lunghi inverni: la terra sparisce sotto la coltre di neve, il ghiaccio paralizza gli scambi, i souks settimanali sono inesistenti. La tradizione vuole che per salvaguardare dalle intemperie i raccolti si costruissero dei vasti edifici divisi in loggette individuali, messi sotto la tutela di un guardiano. Ma dopo gli anni ’70, con le mutazioni che conobbe il mondo rurale, l’istituzione di questi granai-fortezze venne a mancare. L’Atlas marocchino, particolarmente vasto e con picchi di oltre4.000 mt, è da secoli impenetrabile ai più. Queste popolazioni non si sottomisero ai sultani e ai colonizzatori e soltanto le guerre interne mettevano a repentaglio la stabilità di queste terre difficili. Convenne quindi organizzarsi contro l’insicurezza degli attacchi e cercare di proteggere le ricchezze progettando architetture difensive. Trecentododici siti di granai-fortezze sono stati censiti oggi in Marocco, dalle frange presahariane dell’Anti Atlas sino ai contrafforti settentrionali dell’Alto Atlas centrale. In armonia con il paesaggio circostante questi edifici furono costruiti in pietra rozzamente prelevata dai fianchi delle falesie ed erano predisposti alla difesa contro il nemico e contro l’umidità, restando quasi invisibili dalle vallate. Integrati ai villaggi dietro a delle cinte murarie comuni erano di difficile accesso e presentavano dei volumi che variavano secondo le regioni di appartenenza. I granai dell’Anti-Atlas occidentale, chiamati “Agadir” con una forma allungata e provvisti di torri per la guardia, si erigevano sino a venti metri d’altezza e loro mura, fortificate, erano provviste di una sola porta d’accesso, a volte rinforzata da un arco di pietra e terra secca. All’interno potevano custodire sino a 600 loggette per il grano, unite tra loro da lunghi corridoi a cui si accedeva da scale in legno grezzo e pietra. I granai dell’Anti-Atlas, chiamati “Ighrem“, erano ugualmente di forma quadrangolare, ma il piano interiore era organizzato attorno ad una corte centrale. Gli angoli erano muniti di torri difensive o garritte e sui muri della cinta erano esposti i cadaveri dei nemici. Il massiccio del Siroua e il versante nord dell’Alto Atlas orientale conta ugualmente di diversi granai circolari, sorta di bastiglie con un piano architettonico impreciso, e alcuni importanti granai/falesia che sono il prototipo arcaico di questi granai collettivi.
L’acceso era arduo e semplicemente si doveva camminare su dei tronchi intagliati che formavano una sorta di minuscolo marciapiede. Aggrappati alla roccia donano l’impressione di essere un tutt’uno con la montagna, lungimirante e non cosciente esempio di costruzioni ecofriendly, rispettoso dell’ambiente (in realtà dovevano mimetizzarsi per non essere visti). Molte di queste fortezze possedevano una cisterna per la raccolta di acqua piovana e le più grandi anche una piccola fonderia e la moschea. Tutte queste strutture erano guardate a vista da un responsabile che alloggiava nei pressi del muro di cinta e che veniva retribuito con una percentuale di ricavo dello stock presente nella fortezza. I granai-fortezza non sono stati solo un modello di ingegneria architetturale formidabile, studiati per la montagna, ma costituivano l’assise dei principi d’ordine, di stabilità e di coesionedell’organizzazione tribale delle epoche passate. Gestiti da una comunità di associati dai diversi strati sociali, che avevano ognuno la loro proprietà individuale di una o più parcelle, secondo il bisogno, furono per lungo tempo il simbolo di una sorta di repubblica ugualitaria. Un consiglio di notabili formato il più delle volte da sei membri, amministrava la comunita e dovevano attenersi ad una rigida carta interna, a volte scritta in arabo, a cui dovevano aderire tutte le tribù dell’Anti Atlas occidentale e centrale. Era di fatto una istituzione esclusivamente maschile essendo la gestione di un granaio extra-domestica, che dava luogo a diverse riunioni comunitarie e dove, ovviamente, le donne erano bandite. Contrariamente al Sahara, dove le chiavi delle loggette per il grano, erano date in esclusiva alle donne, qui gli uomini detenevano le chiavi e solamente loro avevano il diritto di accesso. In generale i granai non servivano da abitazione ma in alcuni casi gli “Ighrem” fortificati, più piccoli di uno “Ksar” comprendevano una decina di abitazioni destinate ai famigliari dei montanari poco fortunati che, in inverno, si separavano dalla famiglia in cerca di lavoro altrove. La decadenza dei granai-fortezza collettivi iniziò con la pacificazione francese degli anni ’30. Il movimento di scomparsa accellerò negli anni ’70, nello stesso momento che la società si evolveva e le mode abitative prendevano piede. Influenzati dai gusti cittadini per le case in cemento, anche i montanari, a poco a poco, inziarono a non più considerare il loro patrimonio rurale, in primis l’architettura in pietra, in completa regressione. Oggi i granai collettivi non sono più funzionali, ovviamente, ma la loro dimensioneaffettiva resta importante nella memoria dei valligiani e qualche opera di recupero ha visto l’inizio con progetti budgettati dalle casse dello Stato.Agadir o Ighrem? I due termini sono berberi e designano lo stesso edificio: ilgranaio collettivo fortificato. “Agadir” (o Tagardit) è il nome utilizzato dalle tribù Chleuhs in tutto l’Alto Atlas occidentale. In lingua Tamazight, parlata nella parte orientale della catena, si preferisce il termine “Ighrem” la cui radice sottolinea l’idea di fortezza. All’incrocio delle strade tra Taroudant eTata, un borgo rurale porta il nome di “Ighrem”. Il suo granaio, edificato nel1745, è ancora gestito da un consiglio di anziani, come esige la tradizione. Pertanto la sorveglianza dell’edificio è stato recentemente affidato ad un guardiano che, regolarmente, causa le collette di foraggio per il bestiame, riunisce una comunità di donne predisposte, da sempre, alla cura degli animali. Un innovazione sociologica che merita attenzione considerato appunto che alle donne era proibito l’accesso a questi luoghi considerati di puro predominio maschile.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Standard & Poor’s, prospettiva negativa per il Marocco
La prosperità è relativamente debole in Marocco e la pressione sociale è aumentata dopo le primavere arabe. Così Standard & Poor’s, la società finanziaria americana, stringe le redini sul reame marocchino e piazza il paese in “prospettiva negativa”, minacciando di far perdere il suo stato diinvestment grade. S&P ha mantenuto invariato la sua nota BBB-, ma ha degradato la prospettiva da stabile a negative. In un comunicato pubblicato lunedì 11 ottobre a New York, S&P dopo aver annunciato la sua decisione verso il reame, lo ha esortato a “prendere altre misure per ristabilire la sua finanza”. Ha richiesto inoltre una riduzione delle sue spese e in primis le sovvenzioni fatte sui carburanti nel quadro di una politica di compensazione. S&P ha minacciato di abbassare la nota del Marocco se il suo deficit budgettario non sia “ridotto significativamente e in forma durabile” chiedendo inoltre di allentare la pressione sociale che potrebbe compromettere la stabilità politica con delle riforme coerenti, tenendo conto delle performances economiche che sono attaccate da un ambiente economico esterno debole. Ricordo che una missione della S&P è stata in visita nel reame, all’inizio del settembre scorso, per valutare gli indicatori presenti prima di pubblicare la sua nota.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Hermès, capolavori del Marocco
Nipote del fondatore della Maison Hermès, Émile Hermès, Patrik Guerrand-Hermès, conosciuto nel mondo ippico per la sua passione del polo, è stato il felice proprietario della Villa Aïn Kassimou a Marrakech. Notizia del giorno è che venderà tutto il contenuto del prestigioso immobile che emana i profumi della storia, della bellezza e dell’arte: una grande collezione artistica sarà messa all’asta il 9 ottobre, domani, da Sotheby’s a Parigi. Questa dimora di Marrakech ha conosciuto ospiti illustri e prestigiosi. Venne costruita da Olga Tolstoï, figlia del grande scrittore Léon e venne in seguito ceduta a Barbara Hutton, americana fortunata, sposatasi cinque volte e tra i più noti mariti ricordo Cary Grant e il principe Igor Troubetzkoy. Quest’ultima restò in questi luoghi sino al 1956, prima di partire per Tangeri, quando una nuova legge proibì la proprietà agricola agli stranieri. Patrik Guerrand-Hermès, che acquistò la villa, impose una certo stile di vita caloroso e raffinato, in armonia totale con la cultura marocchina, e volle creare con gli anni una collezione d’arte che rifletteva lo spirito di quel luogo. Acquisì molti dipinti orientalisti e le sue scelte lo portarono su dipinti raffiguranti il Marocco, comprati in vendite pubbliche a New York, Londra e Parigi. La collezione comprende 176 dipinti e opere su carta ma anche diversi oggetti d’arte islamica, gioielli, armi e mobili tipici marocchini. Con la stessa foga, Hermès acquistò dipinti raffiguranti la vita quotidiana, quotati e anonimi; dalle opere di Jaques Majorelle (da 60.000 a 80.000 Euro per La giovane ragazza portatrice d’acqua nel giardino Majorelle), sino ad arrivare a Édouard Legrand, grande evocatore di villaggi berberi. Di questi lavori etnografici ricordo il Gruppo di asini davanti a Telouet (da 10.000 a 15.000 Euro) o il raggruppamento delle Donne nella Kasbah (da 30.000 a 40.000 Euro). L’orientalismo romantico è meravigliosamente rappresentato dalla Uscita del Pacha, del 1869, dipinta da Alfred Dehodenca (da 120.000 a 180.000 Euro) e dalla Fontana di Bab el-Oued di Charles-Théodore Frère(da 15.000 a 20.000 Euro). Patrik Guerrand-Hermès ha completato questa collezione con diversi gioielli etnici di qualità eccezionale come le collane di ambra e le fibules (spille) in argento che saranno esposte come opere d’arte in alcune vetrine e battute a partire da 600 Euro. Tutto questo, 9 ottobre 2012, da Sotheby’s a Parigi. Per concludere vi ricordo che Hermès ha venduto la sua villa a Marella Agnelli per trasferirsi a 40 km da Tangeri.
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen
Tioumliline, luogo magico dell’Atlas dove natura e spirito si incontrarono
Nell’autunno 1952, uno sparuto gruppo di monaci benedettini lasciarono il sud della Francia per installarsi nel cuore del Medio Atlas, a 4 km da Azrou. Il monastero di Tioumliline venne costruito nel bel mezzo di una foresta, a 1600 mt di altitudine, e porta il nome della sorgente che alimenta Azrou. I padri di Tioumliline costituirono la prima comunità religiosa cristiana in Marocco, iniziando un cammino di preghiera, di lavoro, di silenzio e di austerità. Oggi, il monastero sta cadendo in rovina, i tetti sfondati, i vetri completamente distrutti, i muri crollati. Soltanto i pastori vagano con le loro greggi laggiù, sostituendo le grida dei bambini con i belati degli ovini. I monaci, lontani dall’idea di vivere reclusi, accolsero ed allevarono 50 bambini del paese, orfani abbandonati da tutti. Un dispensario, diretto da un monaco medico, aiutava anche la popolazione con consultazioni pediatriche e di puericultura. Il monastero diventò anche un albergo per i visitatori di passaggio sull’Atlas e contava 17 camere, dei piccoli bungalows e un camping durante la bella stagione. Studenti, appassionati di montagna, pellegrini e visitatori, il monastero riceveva anche la visita di personalità di spicco sia politiche che intellettuali. A partire dal 1956 numerose conferenze internazionali vennero organizzate al monastero, animate da eminenti intellettuali e teologi dell’epoca. Educazione e sviluppo erano all’ordine del giorno e queste riunioni erano condivise con i più alti responsabili marocchini e stranieri. Nazionalisti e artisti si ritrovavano all’ombra dei secolari cedri, come Medhi Ben Barka o il pittore Jilali Gharbaoui, che possedeva un atelier di pittura sul posto. Da non dimenticare che il monastero era anche un centro intellettuale per i giovani con una importante biblioteca che era disponibile a tutti gli studenti di Azrou. Oggi tutti questi libri sono in balia degli ovini e delle intemperie o ancora per accendere il fuoco. Questa oasi di pace e di natura era in primis, uno spazio di libertà individuale per tutti gli studenti e questo decretò la sua fine. Gli attori politici dell’Istiqal accusarono i monaci di voler conventire al cristianesimo la popolazione e il monastero venne chiuso nel 1968. I membri dell‘Associazione degli Anziani di Azrou, ricevuti dal defunto Hassan II, chiesero di poter trasformare il monastero in una scuola di “Acque e Foreste”, come racconta nel suo libro “Il collegio di Azrou, la formazione di una élite berbera civile e militare in Marocco 1927/1959“, l’ex studente Mohamed Benhlal. L’autore descrive l’entusiasmo di SAR Hassan II per il progetto che venne poi abbandonato in favore della apertura della scuola a Salè, lasciando Tioumliline all’abbandono. Un pezzo di storia del Marocco che si perde, senza tenere conto dell’importanza culturale di questo luogo magico, incastrato nell’Atlas, dove la natura e lo spirito umano libero si incontrarono, tanto tempo fà…
Paolo Pautasso
Fonte: My Amazighen


























