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Marocco, case da segno tra Atlantico e Mediterraneo

September 17, 2015 Leave a comment

CASE DA SOGNO IN MAROCCO,

Tra l’Atlantico e il Mediterraneo, circondati da spiaggie e falesie, questa case da sogno godono di una vista a 180°,  imprendibile e mozziafiato.

A seguire un Best of sulle più belle residenze marocchine del nord.

Se Tangeri potesse raccontarsi lo farebbe attraverso le mille e una residenza che bordano le sue rive atlantiche e mediterranee.  La Maison de l’Eléphant Blanc, incastonata sulle alture di Tangeri, possiede una delle viste più incredibili della città.  Tony e Khera, viaggiatori del mondo, hanno scelto: si sono installati laggiù dove l’oceano e il mare si incontrano;  lo stretto di Gibilterra.  Letteralmente affascinati dalla natura a metà strada tra la Sardegna e la Grecia, hanno gettato le loro basi su due piccoli pensioni di fianco ad una falesia ed hanno creato la Maison de l’Eléphant Blanc. Addossata alla kasbah e rivolta verso lo stretto, la sua terrazza di 240 mq già da sola è tutto un programma; imponenete belvedere, ci si sente come su di una nave che attraversa le turbolente acque dell’oceano atlantico-mediterraneo, guardando Tarifa negli occhi, avvistando una leggendaria Atlantide, legittima in questi luoghi. L’interior design predilige il total white che si sposa con una architettura contemporanea e di una allure prestigiosa acquisita  in toto dalla città secolare. Ceramiche bianche e nere rivestono la parte inferiore del muro della scala e vetri rossi, gialli e blu sono stati aggiunti per un tocco meticcio al luogo, ricordando le origini siriane e spagnole di Khera e Tony. Le sette suites della casa non lesinano sul lusso né sul confort, premiando questa dimora come una delle più belle della Dream City. Si ritrova al suo interno la maestosità  ed il mistero che il suo nome lascia immaginare. La Casa dell’Elefante Bianco puo’ accogliere sino a 12 persone che avranno a disposizione, tra le altre cose, di un Hammam privato, di un personale attento e discreto  e di uno sguardo personale sulla Spagna vicina, sul cielo e sul mare intatti e profondi.

Tangeri non ha ancora terminato di elargire tutto il suo charme quindi i promotori immobiliari hanno ora preso d’assalto le zone che circondano il capo Malabata : un corridoio sempre affascinante e una foresta ancora intatta. Balcony è il frutto di un brainstorming tra il promotore del progetto e Patrik Collier, architetto francese che esercita in Marocco dagli anni ’70. Il suo approccio a capo Malabata è stato “un atto di umiltà verso il sito, l’ambiente circostante, la dimensione culturale e alle tecniche costruttive“. Innamorato  follemente della zona, Collier ha immaginato un complesso dove “l’outdoor” non è solo un espressione dei tempi. Tutta la costruzione si sviluppa attorno a diverse terrazze che regalano agli occhi la baia di Tangeri, il suo porto e la Kasbah. Nel parco del Soussa-Massa invece, Nasser Laraki ha fermamente voluto e pensato un luogo che dispensa le delizie del cocooning, in una maison d’hôtes che sprigiona una allure di kasbah, battezzata Ksar Massa.  La maggiorparte dei proprietari di maison d’hôtes opta per una architettura balneare ricordando sempre la vicininza del mare; Nasser ha voluto integrare una visione messicana nel suo progetto. Tra Agadir e Tiznit, la maison d’hôtes si estende lungo una spiaggia selvaggia e come sfondo, altamente scenografico, la catena maestosa dell’Anti-Atlas. Dune che riversano in mare i loro granelli di sabbia, piste affascinananti in un paesaggio desertico del sud atlantico, tra blu e bianco, beige e verdi intensi. Materiali semplici, facili a posare e da mantenere, con il ricorso della mano d’opera locale. Il pavimento in cemento colorato e i muri in calce o di tadelak creano una contemporaneità certa e riconoscibile. Esteriormente la pietra dell’Ourika è regina, suadente ed elegante. Rivolta verso l’Atlantico, maison d’hôtes, casa provata, bivacco e appartamenti, questo luogo da prova di tutto il savoir-faire delle maestranze marocchine, garantendo un livello di confort essenziale  a questa oasi di pace. Ksar Massa coniuga piacere e “dolcefarniente” lasciando dentro l’anima l’impressione di essere sospesi tra il cielo e il mare.

Fonte: My Amazighen

Tangeri, una colomba appollaiata sulla spalla dell’Africa

December 27, 2012 Leave a comment

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Qualcuno ha paragonato Tangeri ad una colomba appollaiata sulla spalla dell’Africa. Io la immagino invece come un pavone, superbo e fiero, mentre ruota la sua splendida coda in cerca di consensi, perforando con il suo sguardo di pece i critici, le malelingue che vogliono Tangeri oramai persa nell’oblio della storia, dimenticata, pericolosa e straniera. Tangeri soffre. E’ vero. La città sprofonda sotto la sua stessa leggenda, sotto la sua inappagata nostalgia che la incarta, il mito cosmopolita fatto di intrighi, misteri e traffici è incollato alla sua pelle. Lei è sola davanti allo Stretto di Gibilterra, sola con il suo piccolo braccio di mare tra il Marocco e la Spagna dove si ritrovano gli immigrati d’Africa e il loro sogno di cavalcare l’onda che potrà trasportarli nell’Eldorado europeo. Si dice che Tangeri piange per chi non la conosce e piange quando l’hanno conosciuta. I poeti e gli artisti di tutto il mondo che l’hanno conosciuta l’hanno cantata. La si puo’ toccare, accarezzare i suoi muri polverosi, deflorare le sue porte in legno leccate dal tempo. Si puo’ grattare la sua terra nera, camminare nella sabbia sempre umida. Si respira ancora l’odore del tabacco grigio, di gelsomini e di Kif. Ma Tangeri non è solo poesia, ricordo struggente o mito. E’ la sua periferia con i quartieri dormitorio allineati uno dietro agli altri sulle colline vicine. Beni Makada, Bir Chifa, Saddam Hussein: i viali di cemento dove crescono i due terzi degli 800.000 abitanti ricordano che Tangeri è abbandonata, sommersa di rancori sotto il peso della povertà e l’attivismo dei musulmani integralisti. Tangeri non è più l’Europa ma non ancora il Marocco. Dalla notte dei tempi la sua posizione strategica di “porta d’Africa” ha suscitato l’interesse delle grandi potenze straniere. Quando la regione del Rif era sotto protettorato spagnolo (non francese come si scrive sovente) i suoi dintorni, nel 1923, presero lo statuto di “interzona” o “zona franca internazionale”. La regione era amministrata da funzionari marocchini, da sei potenze europe, dagli U.S.A. e dall’URSS, situazione unica nella Storia. Questo periodo opulento contribui’ alla reputazione esplosiva di una città fatta di bordelli, di sesso gay a buon mercato, di spionaggio internazionale, di lussuria e divertimenti, di artisti e nullafacenti che si godevano la vita. Nel 1956 torno’ sotto il regno del Marocco ma conserva ancora oggi le sue particolarità e la sua indipendenza. Lo spagnolo soppianta il francese nel parlato quotidiano. Vedere un ritratto di Mohammed VI appeso alle pareti dei locali pubblici non è usuale, come accade in tutte le altri parti del Marocco. Tangeri è il solo luogo del Marocco dove è possibile gustare un thé alla menta in un caffé deco’ deliziosamente retro’!. Ma per conoscere Tangeri bisogna considerare il suo porto. Il 70% delle persone che si recano in Marocco per via marittima  passano da qui. Turisti e marocchini che tornano a casa al volante delle loro vetture cariche all’inverosimile. Città di transito, interfaccia tra i due continenti, ultima città importante all’estremità nord dell’Africa, Tangeri, con la sua posizione geografica, offre un terreno fertile per attività illegali e poco raccomandabili. Per comprendere pero’ bisogna spostarsi di qualche Km nella regione nord del Marocco. Il Paese non si è ancora liberato totalmente del suo passato colonialista. Due città dell’antico protettorato spagnolo esistono ancora sulla costa mediterranea del reame. Ceuta e Melilla. Due porti franchi spagnoli che beneficiano di vantaggi economici rilevanti come l’esenzione delle tasse sulle merci, sull’alcool e sugli idrocarburi. La TVA non è ugualmente applicata. Il commercio quindi è fiorente, in specialmodo quello di contrabbando con i vicini marocchini. Ceuta (74.000 abitanti) accoglie ogni giorno 20.000 transfrontalieri che si dedicano al contrabbando di merci che alimentano i souks delle città del nord e del centro del Marocco, Tangeri compresa. Queste due enclavi europee poi sono diventate una porta d’accesso all’immigrazione clandestina. Si sta costruendo un muro, ipertecnologico, intorno a queste due città, dopo che nel settembre 2005 una folla di africani, 1200 si dice, tentarono di entrarci. Risultato: sei morti e centinaia di feriti. Si stima che ogni anno salpino dalle coste dello stretto dai 20.000 ai 100.000 disperati in cerca di una vita dignitosa. E Tangeri accoglie questa massa di persone che vegetano e cercano di guadagnare i soldi necessari per tentare (o ritentare) l’attraversata. I “bruciati” come vengono chiamati qui, perché la prima cosa da fare è bruciare ogni tipo di documento che possa identificarli, per rispedirli al mittente.  Le coste di Tangeri sono costellate non solo di ville splendide e di jet-set internazionale ma anche di accampamenti dei clandestini che vivono in condizione igieniche precarie. La mafia regna sovrana e guadagna milioni di dollari in questo sporco “affaire” sulla pelle di migliaia di uomini che devono tenere conto che forse non ce la faranno, che moriranno in acqua e che forse i loro corpi non si troveranno mai più. Ma l’immigrazione e il contrabbando non sono niente vicino al traffico che fa vivere questa regione e arricchire qualche europeo: l’Haschic, o Kif in marocchino. Il Rif  è  il primo produttore mondiale di cannabis e la quasi totalità di haschic che viene consumato in Europa è di provenienza marocchina. La monocoltura della cannabis è 46 volte più reddittizia delle colture agricole tradizionali. Secondo l’Osservatorio delle droghe francese il profitto della cannabis, nel 1997, è stato di 2 milioni di dollari, calcolando che il turismo, nello stesso anno ha portato alle casse del reame “solo”  1 .260 milioni di dollari. Certo è che una politica repressiva avrà conseguenze disastrose come un esodo rurale di massa  (1 milione di persone lavorano alla produzione di cannabis nel Rif) verso le grandi città e verso l’Europa e si andrà ad ingrossare le file dei migranti clandestini che l’Europa non vuole sul suo suolo. Ma Tangeri è anche  il Grand Soco, piazza centrale, linea di demarcazione tra la Medina e la città nuova. Qui Tangeri è un incrocio dove il rumore e il kaos regnano sovrani. La grande moschea di Arbein, dove si suppone abbia ospitato e favorito i kamikaze degli attentati di Casablanca, nel 2003 e quelli di Madrid, il cinema Rif, storico e carico di fascino, che diventerà un museo del cinema a breve, per non dimenticare. Dietro al parco di Mendoubia, un cimitero abbandonato, reame di gatti e di ortiche. Era all’epoca, il cimitero dove gli europei interravano i “loro“. Oggi i sepolcri sono distrutti da anni di indifferenza e di oblio. Per alcuni mesi gli “harraga“, i bruciati, si installarono nel cimitero poi la polizia, nel 2005, li caccio’. Poco più in là l’Hotel El Minzah, uno dei più belli del Paese. Jean Genet (vedi anche Cat.Portraits) adorava soggiornare in questa città perché amava vedere “l’eleganza nel servire un cane sporco come me“. Il Caffé de France, ritrovo di artisti come Paul Bowles, situato nei pressi del Consolato francese. Un luogo capitale, per gli incontri di ieri e di oggi. Accanto il Lofti dove non è raro vedere un barbone che si avvicina ad un tavolo e si appropria del bicchiere di un cliente prima di andarsene. “Nessuno dice niente, perché non c’é niente da dire“. Rue d’Amerique, il quartiere dei bar, discreto di giorno e incandescente la notte. Il Dean’s aperto nel 1937 che ha visto passare nelle sue due sale minuscole la Beat Generation, generazione maledetta e bohemé del dopo guerra, con William Burroughs e Allen Ginsberg.  Sul boulevard Pasteur il Pique-Nique, frequentato da Mick Jagger nei caldi anni 60-70, il bistrot spagnolo Rubis Grill con i suoi camerieri d’antan ingellati, in camicia bianca. Negresco, Regina, Scott’s..da un bar all’altro europei nostalgici, nuovi e anziani ricchi dei quartieri fashion della Montagna o di Marshan, dragano la notte in cerca di emozioni a buon mercato. Che troveranno, come ogni notte, da sempre, a Tangeri. E infine la baia. Spettacolare e unica, un mare ed un oceano che si incontrano, che si uniscono, differenze che si accoppiano. Stradine poco illuminate, pensioni fané per marinai di passaggio e camionisti stanchi. Il porto di notte dorme, eccetto per i contrabbandieri, i trafficanti di droga, i clandestini e i venditori di sesso. Avenue de FAR, i Grands Hotels che si affacciano sul mare. Tutto é calmo. Al Café Associados, ultimo stabilimento della lunga spiaggia di Tangeri, c’é il rifugio dei tangerini “di mondo”. Tutti vogliono credere che la città é sulla rotta del grande cambiamento, che si sta svegliando  dal suo lungo letargo. Né é prova i ripetuti soggiorni del Re Mohammed VI, i giganteschi cantieri del nuovo porto commerciale e i lavori di riabilitazione della medina. Davanti al mare un gruppo di giovani, belli di giovinezza, guarda il mare e le luci vicine della Spagna, senza parlare. Notti di sospiri a Tangeri.

Fonte: My Amazighen

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Royal Golf di Tangeri, simbolo della tradizione

December 13, 2012 Leave a comment

Royal Golf di Tangeri

Il Royal Golf di Tangeri
Questo campo da golf, il primo in Marocco, ha mantenuto quel aspetto naturale ed autentico che i suoi designers, Cotton e Pennink gli hanno dato nel 1914. Da allora è stato ristrutturato e modernizzato, ma lo spirito “British” originale è stato conservato. L’incanto inizia fin dal belvedere del club house da dove è possibile contemplare il putting green, il practice, e continua lungo i viali ombreggiati di pini, abeti e di eucalipti. E quando abbiamo raggiunto il green del 5, il punto più alto del terreno, la ricompensa è all’altezza: una splendida vista dei tetti di “Tangeri la bianca”.

Caratteristiche:
Numero di buche: 18
Par: 70
Lunghezza: 6.100 m
Servizi disponibili:
Practice, Noleggio club, Noleggio vetturetta, Carrelli, Putting green, Pro Shop, Servizi igienici sul terreno, Parcheggio, Lezioni di golf, Club house, Guardaroba, Buggy, Caddies.

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Tangeri, luoghi e personaggi della Beat Generation

April 21, 2012 Leave a comment

Il portiere mi apre la reception e rimane un poco interdetto. Conosceva vagamente William Burroughs di nome e non comprende il mio interesse per la camera n.9 dove visse e scrisse Il pasto nudo. Una camera banale, un lavabo, un letto, un armadio e diversi buchi nel muro per ricordare che lo scrittore americano era un adepto del tiro con la pistola. Dalla finestra si vede il mare e l’ avenue d’Espagne, la Promenade des Anglais di Tangeri. L’Hôtel El Muniria o Villa Delirium, come lo chiamavano i beatniks che lo avevano eletto a loro rifugio, non figura nelle guide come luogo indimenticabile del turismo letterario a Tangeri. Tangeri, luogo di appuntamenti per gli scrittori della beat generation, venuti qui a respirare boccate di libertà, di haschic o di oppio. Jack Kerouak e Allen Ginsberg hanno camminato nella medina gustando forse hamburgher insaporiti di kif, si sono riempiti di pasticcini al miele e hanno tirato tardi nei caffè del Petit Socco (piccolo mercato). “E’ uno dei rari posti nel mondo dove si può fare quello che si vuole” proclamava Burroughs. A Tangeri, ci si arriva per una storia d’amore, per un rimpianto, per niente e per tutto. La città custodisce l’impronta della letteratura vagabonda e tante ombre del passato. Non si contano più i visitatori che hanno scritto diari di viaggio o romanzi in questo luogo ingolfato di storia. Sulla terrazza di uno dei caffè della piazza del Soco Chico, per esempio, batte ancora il cuore della medina, colmo di sentimenti antichi e di sguardi lancinanti, ancora emozionanti. Alla Fuentes, dove Tennessee William, Paul Bowles e Djuna Barnes erano degli habitué, o al Tingis frequentato dai beatniks, bisogna sedersi e guardare. Il Soco Chico è un teatro della vita. Tutta la medina viene qui a mostrarsi. Tennessee William e Gore Vidal stavano qui per dragare i ragazzi, Errol Flynn le ragazze, i Beatles invece per comprare l’hashic. La sede della Delegazione Americana, unico monumento storico classificato fuori dagli Stati Uniti, conserva nel suo Museo una sala dedicata a Paul Bowles. L’autore di Un thè nel deserto sta a Tangeri come Byron alla Grecia e Jack London all’Alaska, un bagliore eterno. La porta del Sahara è al centro della sua esistenza e delle sue opere. “Il mio soggiorno doveva essere di corta durata. Non avevo scelto di vivere a Tangeri in modo permanente; questo è successo tutto da solo“, confidò Paul Bowles dopo essere sbarcato una prima volta a 19 anni, nel 1931, quando il kif era ancora di libera vendita dai tabaccai. Tangeri lo conquistò al punto di farlo restare tutta la vita. Si è spento nel 1999, lasciando le sue valigie ad attenderlo per sempre, alla Delegazione Americana. Tangeri ha lo charme indefinibile di Trieste, di Alessandria d’Egitto o di Valparaiso. La letteratura non si è mai installata nei suoi muri. A partire dal XIX° secolo gli scrittori vi giunsero di soppiatto: Edith Wharton, Colette, Mark Twain, Pierre Loti, Paul Morand, Gore Vidal, Tennessee Williams, Somerset Maugham, Saint-Exupéry, Joseph Kessel, Henry de Montherlant, Jean Genet.. Nel suo “Impressioni di viaggio”, Truman Capote consigliava: ” Prima di partire ricordatevi di queste tre cose: fatevi vaccinare, ritirate tutti i vostri risparmi e dite addio ai vostri amici“. Buongiorno Tangeri la bianca. Una città che si offre su sette colline, “sistemata come una vedetta sulla punta più a nord dell’Africa“, come disse carinamente Pierre Loti. Per niente Africa e molto di Europa. Sino al suo reingresso nel Marocco, nell’ottobre 1956, Tangeri beneficiava di uno status particolare di protettorato: nove potenze la governavano, quattro monete, tre lingue ufficiali, arabo, francese e spagnolo. La città è rimasta un assemblaggio di mondi paralleli, architetturalmente e umanamente. La collina residenziale di Marshal e simile alle città alsaziane, cottage brittanici e case di agricoltori come in Louisiana. Ville ispano-moresche, normanne o basche vestono il quartiere della Montagna. Nella medina, i derb si riempono di impasse oscuri, le piccole strade in salita conducono alle terrazze nascoste. La Kasbah, cittadella del potere, a strabiombo con i suoi grovigli di costruzioni alla Escher, in una propspettiva alla De Chirico. I continenti si amalgamano, i destini si incontrano. Le strade si chiamano Vélasquez, Louisiana o Shakespeare, i viali Paris o Pasteur. Un paese della cuccagna per gli occidentali dai cuori friabili. I commercianti sono indiani, i muratori spagnoli, i cordai ebrei, i droghieri musulmani, i pasticceri francesi, gli aristocratici inglesi e gli spioni del mondo intero. Cristiani, ebrei e musulmani si ritrovano nella medina, parlano il tangerino, un mélange di spagnolo e arabo. La comunità spagnola, che si attesta su 50.000 persone dopo la guerra civile, si sente a casa. Nel vecchio quartiere spagnolo che domina il porto, a due passi dall’Hôtel El Muniria, un barbiere appoggiato all’ingresso del suo salone, mi indirizza un buenos dias. Boulevard Pasteur, l’arteria principale, dove gli abitanti si ritrovano alla sera sulla Terrasse des paresseux, davanti allo stretto di Gibilterra, per scrutare l’orizzonte dove il profilo della Spagna si avvicina o si allontana. Ieri, i contadini, con i loro muli carichi di prodotti della terra, si fermavano laggiù per riposare prima di continuare verso la piazza del Grand Socco. Qui si è scritta la Storia: è su questa piazza che Mohammed V mise fine al Protettorato. Questa vasta distesa separa la Tangeri mitica, con la sua medina del XII° secolo piegata sui suoi labirinti di strade strette, dalla Tangeri contemporanea immaginata dai francesi e installata su larghe avenues. Ieri, al Grand Socco, incantatori di serpenti, scrivani pubblici, commercianti di khôl e venditori di pane intrecciato si confondevano in un incredibile brusio; ai giorni nostri, i commercianti e gli sfaccendati si uniscono agli automobilisti e agli autisti di taxi nello stesso capharnaüm. Dopo la fine del Protettorato, la città non era altro che una borgata del Marocco che navigava nei suoi bei quartieri e nei suoi larghi viali.

Le grandi fortune disertarono la piazza. Tangeri, che non viveva d’altro che dei loro capricci e delle loro grandezze, entrò in una lunga notte. Hassan II, che non la portava nel cuore per via della sua ribellione, mai domata, alla monarchia assoluta, la accantonò. Tangeri declassata a difetto di un Paese. Il cinema Rif, tutto nuovo e scintillante, domina la piazza e l’ingresso della medina; la sua sala Art Déco inaugurata nel 1948 ospita una cinemateca, una biblioteca e un bar. Al posto di opere hollywoodiane, si proiettano film marocchini e dei film detti “di genere” che hanno contribuito al mito. Tangeri, paradiso dello spionaggio, luogo di tutti i traffici e di tutti i piaceri. Roteante, proibita, noir. La filmografia si riassume in una ventina di lungometraggi, la maggiorparte di serie B: Missione a Tangeri, Volo su Tangeri, Guet-Apens a Tangeri, La morte che rode, La Môme vert-de-gris, un polar del 1952 con Eddie Constantine nel ruolo di Lemmy Caution, agente dell’FBI, o ancora Uccidere non è un gioco, un James Bond del 1987. Un film, uno solo, le rende omaggio: è l’indimenticabile “Un the nel deserto” di Bernardo Bertolucci che si svolge nei luoghi reali come la Villa de France, l’Hôtel Continental, la strada di Tétouan o il Caffè Colon. Questi luoghi hanno conosciuto tempi migliori. La moribonda Villa de France, dove soggiornò Delacroix, domina un giardino a terrazze lasciato all’abbandono. Delacroix e Matisse l’hanno dipinto; Loti, Dumas, Montherland e Kessel lo descrissero nei loro romanzi. E prima di Bertolucci girarono alcune scene Julien Duvivier e Andrè Téchinè. Alla reception, un grammofono che si accompagna a un telefono degli anni ’30; l’Hôtel è rimasto nel suo succo, integro, e mi rallegro! Altre costruzioni si degradano, come il Gran Teatro Cervantes e l’Hôtel Cécil dove soggiornò Michel Foucalt. Tangeri è un luogo di memorie che bisogna preservare. E’ imperdonabile, e mi chiedo se diventerà un Paradiso perduto? I promotori immobiliari sembrano decisi a toglierle tutto il suo charme, le autorità preferiscono ai viaggiatori un turismo di massa. E se i tangerini sono colmi di nostalgia per quell’era di prosperità e di cultura del secolo scorso, la città invece vive un nuovo sogno. Dopo cinquant’anni di Purgatorio, Tangeri rinasce dalle sue ceneri.  e il re Mohammed VI vuole restituirle il suo prestigio e a Tangeri ha riservato la sua prima visita ufficiale. Il Re è oggi un habitué di Tangeri, non solo per fare jogging o jet-ski. I progetti abbondano: il nuovo porto, zona franca, infrastrutture stradali, complessi turistici. Il perimetro urbano, che si ingrandisce ogni giorno per accogliere oltre un milione di tangerini, tende a soffocare la campagna. La città sta diventando un oggetto di coinvolgimento. Alcune celebrità si sono installate: Renaud, Bernard-Henry Lévy, Francis Ford Coppola e Richard Branson (Patron della Virgin), manifestando un innamoramento totale per la medina o dei suoi quartieri di Marshal o della Montagna. Cosa sarà di questa città culto? Una nuova Marrakech? Una città fashion con il suo pseudo souk, le sue lampade di Aladino, le sue babouches, le sue Fantasie e i suoi ristoranti con danzatrici del ventre?  Ho paura.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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Tangeri, viaggio tra mondi paralleli

March 27, 2012 Leave a comment

Il portiere mi apre la reception e rimane un poco interdetto. Conosceva vagamente William Burroughs di nome e non comprende il mio interesse per la camera n.9 dove visse e scrisse Il pasto nudo. Una camera banale, un lavabo, un letto, un armadio e diversi buchi nel muro per ricordare che lo scrittore americano era un adepto del tiro con la pistola. Dalla finestra si vede il mare e l’ avenue d’Espagne, la Promenade des Anglais di Tangeri. L’Hôtel El Muniria o Villa Delirium, come lo chiamavano i beatniks che lo avevano eletto a loro rifugio, non figura nelle guide come luogo indimenticabile del turismo letterario a Tangeri. Tangeri, luogo di appuntamenti per gli scrittori della beat generation, venuti qui a respirare boccate di libertà, di haschic o di oppio. Jack Kerouak e Allen Ginsberg hanno camminato nella medina gustando forse hamburgher insaporiti di kif, si sono riempiti di pasticcini al miele e hanno tirato tardi nei caffè del Petit Socco (piccolo mercato). “E’ uno dei rari posti nel mondo dove si puo’ fare quello che si vuole” proclamava Burroughs. A Tangeri, ci si arriva  per una storia d’amore, per un rimpianto, per niente e per tutto. La città custodisce l’impronta della letteratura vagabonda e tante ombre del passato. Non si contano più i visitatori che hanno scritto diari di viaggio o romanzi in questo luogo ingolfato di storia. Sulla terrazza di uno dei caffè della piazza del Petit Socco, per esempio, batte ancora il cuore della medina, colmo di sentimenti antichi e di sguardi lancinanti, ancora emozionanti. Alla Fuentes, dove Tennessee William, Paul Bowles e Djuna Barnes erano degli habitué, o al Tingis frequentato dai beatniks, bisogna sedersi e guardare. Il Petit Socco è un teatro della vita. Tutta la medina viene qui a mostrarsi. Tennessee William e Gore Vidal stavano qui per dragare i ragazzi, Errol Flynn le ragazze, i Beatles invece per comprare l’hashic. La  sede della Delegazione Americana, unico monumento storico classificato fuori dagli Stati Uniti, conserva nel suo Museo una sala dedicata a Paul Bowles. L’autore di Un thè nel deserto sta a Tangeri come Byron alla Grecia e Jack London all’Alaska, un bagliore eterno. La porta del Sahara è al centro della sua esistenza e delle sue opere. “Il mio soggiorno doveva essere di corta durata. Non avevo scelto di vivere a Tangeri in modo permanente; questo è successo tutto da solo“, confido’ Paul Bowles dopo essere sbarcato una prima volta a 19 anni, nel 1931, quando il kif era ancora di libera vendita dai tabaccai. Tangeri lo conquisto’ al punto di farlo restare tutta la vita. Si è spento nel 1999, lasciando le sue valigie ad attenderlo per sempre, alla Delegazione Americana. Tangeri ha lo charme indefinibile di Trieste, di Alessandria d’Egitto o di Valparaiso. La letteratura non si è mai installata nei suoi muri. A partire dal XIX° secolo gli scrittori vi giunsero di soppiatto: Edith Wharton, Colette, Mark Twain, Pierre Loti, Paul Morand, Gore Vidal, Tennessee Williams, Somerset Maugham, Saint-Exupéry, Joseph Kessel, Henry de Montherlant, Jean Genet.. Nel suo Impressioni di viaggio, Truman Capote consigliava: ” Prima di partire ricordatevi di queste tre cose: fatevi vaccinare, ritirate tutti i vostri risparmi e dite addio ai vostri amici“. Buongiorno Tangeri la bianca. Una città che si offre su sette colline, “sistemata come una vedetta sulla punta più a nord dell’Africa“, come disse carinamente Pierre Loti. Per niente Africa e molto di Europa. Sino al suo reingresso nel Marocco, nell’ottobre 1956, Tangeri beneficiava di uno status particolare di protettorato: nove potenze la governavano, quattro monete, tre lingue ufficiali, arabo, francese e spagnolo. La città è rimasta un assemblaggio di mondi paralleli, architetturalmente e umanamente. La collina residenziale di Marshal e simile alle città alsaziane, cottage brittanici e case di agricoltori come in Louisiana. Ville ispano-moresche, normanne o basche vestono il quartiere della Montagna. Nella medina, i derb si riempono di impasse oscuri, le piccole strade in salita conducono alle terrazze nascoste. La Kasbah, cittadella del potere, a strabiombo con i suoi grovigli di costruzioni alla Escher, in una prospettiva alla De Chirico. I continenti si amalgamano, i destini si incontrano. Le strade si chiamano Vélasquez, Louisiana o Shakespeare, i viali Paris o Pasteur. Un paese della cuccagna per gli occidentali dai cuori friabili. I commercianti sono indiani, i muratori spagnoli, i cordai ebrei, i droghieri musulmani, i pasticceri francesi, gli aristocratici inglesi e gli spioni del mondo intero. Cristiani, ebrei e musulmani si ritrovano nella medina, parlano il tangerino, un mélange di spagnolo e arabo. La comunità spagnola, che si attesta su 50.000 persone dopo la guerra civile, si sente a casa. Nel vecchio quartiere spagnolo che domina il porto, a due passi dall’Hôtel El Muniria, un barbiere appoggiato all’ingresso del suo salone, mi indirizza un buenos dias.  Boulevard Pasteur, l’arteria principale, dove gli abitanti si ritrovano alla sera sulla Terrasse des paresseux (terrazza dei pigri), davanti allo stretto di Gibilterra, per scrutare l’orizzonte dove il profilo della Spagna si avvicina o si allontana. Ieri, i contadini, con i loro muli carichi di prodotti della terra, si fermavano laggiù per riposare prima di continuare verso la piazza del Grand Socco. Qui si è  scritto la Storia: è  su questa piazza che Mohammed V mise fine al Protettorato. Questa vasta distesa separa la Tangeri mitica, con la sua medina del XII° secolo piegata sui suoi labirinti di strade strette, dalla Tangeri contemporanea immaginata dai francesi e installata su larghe avenues. Ieri, al Grand Socco, incantatori di serpenti, scrivani pubblici, commercianti di khôl e venditori di pane intrecciato si confondevano in un incredibile brusio; ai giorni  nostri, i commercianti e gli sfaccendati si uniscono agli automobilisti e agli autisti di taxi nello stesso capharnaüm. Dopo la fine del Protettorato, la città non era altro che una borgata del Marocco che navigava nei suoi bei quartieri e nei suoi larghi viali. Le grandi fortune disertarono la piazza. Tangeri, che non viveva d’altro che dei loro capricci e delle loro grandezze, entro’ in una lunga notte. Hassan II, che non la portava nel cuore per via della sua ribellione, mai domata, alla monarchia assoluta, la accantono’. Tangeri declassata a difetto di un Paese. Il cinema Rif, tutto nuovo e scintillante, domina la piazza e l’ingresso della medina. La sua sala Art Déco inaugurata nel 1948 ospita una cinemateca, una biblioteca e un bar. Al posto di opere hollywoodiane, si proiettano film marocchini e dei film detti “di genere” che hanno contribuito al mito. Tangeri, paradiso dello spionaggio, luogo di tutti i traffici e di tutti i piaceri. Roteante, proibita, noir. La filmografia si riassume in una ventina di lungometraggi, la maggiorparte di serie B: Missione a Tangeri, Volo su Tangeri, Guet-Apens a Tangeri.. La morte che rode, quello che si vede in La Môme vert-de-gris, un polar del 1952 con Eddie Constantine nel ruolo di  Lemmy Caution, agente dell’FBI, o in Uccidere non è un gioco, un James Bond del 1987. Un film, uno solo, le rende omaggio, è l’indimenticabile “Un the nel deserto” di Bernardo Bertolucci che si svolge nei luoghi reali come la Villa de France, l’Hôtel Continental, la strada di Tétouan o il Caffè Colon. Questi luoghi hanno conosciuto tempi migliori. La moribonda Villa de France, dove soggiorno’ Delacroix, domina un giardino a terrazze lasciato all’abbandono. Delacroix e Matisse l’hanno dipinto; Loti, Dumas, Montherland e Kessel lo descrissero nei loro romanzi. E prima di Bertolucci girarono alcune scene Julien Duvivier e Andrè Téchinè. Alla reception, un grammofono che si accompagna a un telefono degli anni ’30. L’Hôtel è rimasto nel suo succo, integro, e mi rallegro!. Altre costruzioni si degradano, come il Gran Teatro Cervantes e l’Hôtel Cécil dove soggiorno’ Michel Foucalt. Tangeri è un luogo di memorie che bisogna preservare. E’ imperdonabile, mi chiedo se diventerà un Paradiso perduto? I promotori immobiliari sembrano decisi a toglierle tutto il suo charme, le autorità preferiscono ai viaggiatori un turismo di massa. E se i tangerini sono colmi di nostalgia di quell’era di prosperità e di cultura del secolo scorso, la città invece vive un nuovo sogno. Dopo cinquant’anni di Purgatorio, Tangeri rinasce dalle sue ceneri. Mohammed VI, chiamato anche M6, vuole restituirle il suo prestigio e a Tangeri ha riservato la sua prima visita ufficiale. Il Re è un habitué di Tangeri, non solo per fare jogging o jet-ski. I progetti abbondano: nuovo porto, zona franca, infrastrutture stradali, complessi turistici. Il perimetro urbano, che si ingrandisce ogni giorno per accogliere oltre un milione di tangerini, tende a soffocare la campagna. La città sta diventando un oggetto di coinvolgimento. Alcune celebrità si sono installate: Renaud, Bernard-Henry Lévy, Francis Ford Coppola e Richard Branson (Patron della Virgin), manifestando un innamoramento totale per la medina o dei suoi quartieri di Marshal o della Montagna. Cosa sarà di questa città culto? Una nuova Marrakech? Una  nuovacittà fashion con il suo pseudo souk, le sue lampade di Aladino, le sue babouches, le sue Fantasie e i suoi ristoranti con danzatrici del ventre?. Ho paura.

Fonte: My Amazighen

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Cecil Beaton a Tangeri, un Marocco d’autore

June 6, 2011 Leave a comment

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Gli anni ’30 furono per il grande fotografo Cecil  Beaton anni di grande lavoro. Viaggio’ dal Nord Africa alla Spagna, dalla Russia a Palm Beach, passando per Città del Messico. Il lavoro fatto da Beaton in quel decennio rifletterà tutta la sua esperienza e la sua tecnica fotografica. Ritratti di un sempre più vasto campionario di personalità del mondo dello spettacolo, delle arti, hight society, fotografie di moda e le immagini affascinanti che documentano i suoi viaggi  oltreoceano. Cecil Beaton univa elementi barocchi per creare scenari surreali e tuttavia, era ugualmente capace di fare un ritratto splendido senza alcun artificio, usando solo le luci e la sua innata abilità persuasiva per immortalare i soggetti nelle loro pose naturali e, di solito, adulatorie. Per le fotografie di moda per Vogue, Beaton inventò scenari raffinati per gli elegantissimi abiti che appaiono nella rivista. Rigide, drammatiche scene per vestiti importanti di Schiapparelli o Charles James; sfondi capricciosi per abiti romantici, fotogrammi di un racconto il cui svolgimento era libero arbitrio del lettore. Del 1937 il reportage sul Marocco, con immagini di interni di case malfamate come quella con due figure, una composizione quasi pittorica con caratteristiche di spazio e di prospettiva che fanno pensare ad un interno di Vermeer. Lo scoppio della guerra del 1939 segnò l’inizio di una nuova fase nella sua carriera, rinunciando al lato più frivolo che aveva caratterizzato gran parte della sua produzione artistica per dedicarsi con passione al nuovo incarico di fotografo ufficiale di guerra alle dipendenze del Ministero dell’Informazione. In questa veste documentò i danni prodotti dai bombardamenti su Londra e le attività dela RAF nelle sue basi sparse nel paese: poi si recò al fronte in Nord Africa, dove seguì la guerra nel deserto e successivamente in Estremo Oriente. Alcune di queste immagini sono diventate giustamente famose: quella della bambina ferita in un letto d’ospedale che venne pubblicata sulla copertina di Life e, si dice, fu determinante nel convincere l’opinione pubblica americana della necessità di scendere in guerra; le eleganti, tormentate astrazioni realizzate tra i resti di carri armati nel deserto o tra le rovine di case crollate sotto le bombe a Tobruk; la terrificante tempesta di sabbia, da cui un soldato tenta di salvarsi correndo disperatamente verso la sua tenda. Tornando alla vita civile, Beaton riprese le fila della sua carriera, viaggiando, fotografando, progettando. Nell’immediato dopoguerra le sue immagine più sublimi tra cui lo sflogorante studio del ’48, ispirato a Watteau, una composizione complessa con otto modelle in abiti da sera di Charles James, considerato ancora oggi un capolavoro del genere. E’ nell’estate del 1949 che Beaton ritorna in Marocco, precisamente a Tangeri, per incontrare Truman Capote.

Nell’autobiografia di Paul Bowles “Senza mai fermarsi” (Le Comete -Feltrinelli) così lo scrittore descrive quel periodo: “Nell’estate del’49 non si era ancora trasferito (Truman Capote)  nella sua casa di Jemaa el Mokra sulla Montagna, e divideva la Guinnes House de Marshan con Cecil Beaton. Truman non trovava la città del tutto di suo gusto, ma rimase lo stesso tutta l’estate al Farhar con Jane e me perchè c’era Cecil“.  Paul Bowles ricorda ancora nella sua  autobiografia che Beaton resto’ per tutta l’estate a Tangeri e che in occasione di un party che si tenne sulla spiaggia, alle Grotte di Ercole, fu proprio il fotografo a decorare una delle grotte, dove vennero serviti per tutta la notte champagne e hascisc. Tra gli ospiti Barbara Hutton, Gertrude Stern, Burroughs e molti altri importanti artisti. Quella particolare serata fu sottolineta da una orchestra andalusa che rimaneva parzialmente nascosta dalle rocce e dalle lanterne, mentre sulla spiaggia gruppi di invitati giacevano su enormi cuscini, sotto la luce della luna. A partire dal 1957 Beaton dedicò tutte le sue energie al teatro e al cinema mentre gli anni sessanta assistevano ad un grande fermento di giovani talenti e artisti, ai quali si legò con passione. I Rolling Stones, David Hockney, Peter Balke, David Bailey, Rudolph Nureyev e Andy Wharol con il suo entourage,  sono solo alcuni fra i tanti amici e modelli di cui si circondò.  Nei “Diari di Cecil Beaton – 1965/1969” Beaton descrive con dettagli succulenti le sue notti bollenti con i giovanissimi Rolling Stones all’Hôtel El Minzah di Tangeri nel 1967. Nel 1974 Beaton rimase semiparalizzato e questo segno’ la fine ufficiale della sua carriera fotografia anche se il suo splendido servizio sulle collezioni A/I 1979 per Vogue Francia fu un ulteriore prova della sua volontà di non arrendersi mai. Truman Capote, nell’introduzione a “The Best of Beaton” rende omaggio all’occhio del fotografo con parole che sono un epitaffio: “La sua intelligenza visiva è genio (…) Ascoltare Beaton descrivere in termini visivi una persona, un posto o un paesaggio è come assistere ad una rappresentazione , divertente o brutale o bellissima, ma sempre senza ombra di dubbio brillante. (…)  quello che rende l’opera di Beaton unica e la sua straordinaria intelligenza e comprensione visiva che permea le sue foto“.

Fonte: My Amazighen

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Tangeri, inaugurato il nuovo stadio di calcio

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Il nuovo stadio di calcio di Tangeri, la cui costruzione ha richiesto un investimento di oltre 76 milioni di euro, è stato ufficialmente inaugurato martedi’ sera dal ministro della Gioventù e dello Sport, Moncef Belkhyat. La serata ha visto in campo l’Atletico Madrid, 6° nella Lega spagnola, vincere per 3 a 1 contro il Raja di Casablanca.L’uruguaiano Diego Forlan è stato l’indiscusso eroe della partita realizzando la tripletta davanti ad una modesta  e sottotono squadra casablanchese. Fuochi di artificio per tutta la serata hanno accompagnato la notte tangerina dedicata allo sport del football, illuminando tutta la baia  affacciata sulla Spagna del sud. Costruito su 82 ettari, il nuovo stadio di Tangeri, i cui lavori sono durati ben 8 anni, ha una capacità di 45.000 posti che saranno ampliati sino ad arrivare a 70.000. Questo complesso sportivo è a norma con tutte le regole internazioni e si trova all’uscita sud della città dello stretto di Gibilterra. Dopo l’apertura a gennaio dello stadio di Marrakech e tra qualche mese quello di Agadir, il Marocco avrà in dotazione delle infrastrutture sportive che permetteranno di organizzare eventi sportivi internazionali, in odore di candidature mondiali. Queste nuove opere sportive ospiteranno la Coppa d’Africa del 2015 e collocano il Marocco come uno dei paesi africani con gli standar internazionali più elevati del settore calcio. Il nuovo stadio di Tangeri ospiterà a giugno il meeting internazionale di atletica e il 27 luglio il “Trofeo dei campioni di Francia”, che riunirà i futuri campioni e vincitori della coppa di Francia edizione 201-2011. Il reame marocchino prevede inoltre la costruzione di un secondo stadio con 80.000 posti a Casablanca, che si aggiungerà a quello di Rabat, Oujda e Laâyoune, oltre appunto a quello di  Marrakech e Tangeri. Il nuovo stadio di Casablanca prevede, con un bando di concorso che scadrà nel maggio 2012, un investimento di 250 milioni di dollari. Sempre in odore di candidature mondiali.Che sia la volta buona?

Fonte: My Amazighen

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