Archive
Roberta Torre
Roberta Torre (regista – Italia)
Roberta Torre nasce a Milano. Dopo la laurea in filosofia, la Scuola di Cinematografia di Milano e l’Accademia d’Arte Drammatica Paolo Grassi, si trasferisce a Palermo nel 1990. Negli anni ’90 gira diversi cortometraggi in video – Angelesse (1991), Angeli con la faccia storta (1992), Le anime corte (1992), Il teatro è una bestia nera (1993), Senti amor mio? (1994), La vita a volo d’angelo (1995), Verginella (1996) – che le fruttano vari premi in festival cinematografici italiani e stranieri e fonda una piccola casa di produzione, la “Anonimi & Indipendenti”. Il grande successo arriva però nel 1997 con il suo primo lungometraggio Tano da morire, un musical per molti versi anomalo che viene presentato al Festival di Venezia, in cui gli viene attribuito il premio Luigi De Laurentiis per l’opera prima, e che conquista poi altri premi tra cui due David di Donatello (miglior regista esordiente e migliore musicista a Nino D’Angelo) e tre Nastri d’Argento (miglior regista esordiente, migliore musica, migliore attrice non protagonista). Il seguito ideale di questo percorso è Sud Side Stori (2000), ancora un musical che rilegge la storia di Romeo e Giulietta in chiave multirazziale. La colonna sonora del film è firmata tra gli altri da Pacifico, che proprio in quell’occasione scopre il suo talento di paroliere, e Dennis Bowell, arrangiatore del grande Linton Qweesi Johnson. Ancora una formula che segna la tendenza alla sperimentazione dell’autrice che porta a recitare, ballare e cantare centinaia di immigrati e immigrate presi dalla strada. Nel 2002 firma Angela, un melò presentato al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs che segna un mutamento radicale di stile e ritrova il realismo dei primi ritratti documentaristici accostandolo ad una struttura narrativa di impianto classico. Al Festival di Locarno viene presentato Mare Nero (2006), un film noir, la storia inquietante di un uomo alle prese con le sue ossessioni girata nel mondo notturno dei privè e degli scambi di coppia, con Anna Mouglalis e Luigi Lo Cascio e si avvale della colonna sonora del compositore premio oscar Shigeru Umebayashi. Nel 2008 fonda la Rosettafilm con cui produce Itiburtino terzo e La notte quando è morto Pasolini, due docu-film sulle borgate romane. Il primo è un affresco sulla vita e le storie dei giovani del tiburtino terzo, storico quartiere di Roma, il secondo è una lunga intervista racconto di Pino Pelosi che ricorda la notte del delitto Pasolini tra passato e presente. I film vengono presentati al Festival di Locarno nella sezione Ici et Ailleurs agosto 2009. Nel 2008 aderisce al progetto collettivo “All human rights for all” in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, realizzando il cortometraggio La Fabbrica che vede come protagonisti dei bambini che si apprestano a nascere. Il 28 marzo 2009 inaugura presso l’Archivio Storico di Palermo la sua mostra fotografica Ma-donne; si tratta di 23 scatti in cui elabora creativamente una nuova immagine di donna contemporanea tra senso del mistico e gusto grottesco. Nell’aprile del 2009 va in onda lo spot realizzato dalla regista per l’associazione “Doppia Difesa” in favore delle donne e contro ogni violenza su di esse. Nello spot compaiono volti noti del mondo dello spettacolo che invitano le donne a denunciare le violenze subite e a non vivere più nel silenzio. I baci mai dati, il suo quinto lungometraggio, dopo aver aperto con successo la sezione la Controcampo Italiano alla 67. Mostra di Venezia è stato venduto in oltre dieci paesi. È stato inoltre l’unico film a rappresentare l’Italia al Sundance Film Festival ed è stato successivamente presentato anche a Mosca, a Londra e Tokyo.
Fonte: Biennale di Venezia
Marrakech oltre…
Era il 1969 e il grande stilista Yves Saint Laurent, nel suo gandoura bianco, passeggiava e intratteneva i suoi ospiti nella splendida villa Oasis, a Marrakech. Come Brigitte Bardot, qualche anno dopo con Saint Tropez, cosi’ lo stilista franco-algerino fece scoprire al jet-set internazionale il fascino e lo charme orientale di Marrakech. A partire dagli anni ‘70 Marrakech diventò un passaggio obbligato dei ricchi che la divisero con Gstaad, Sain Barth o Ibiza. La lista dei proprietari di immobili oggi nella Ville Rouge parla da sola: Naomi Campbell, Jean Paul Gaultier, Serge Luten, Bernard Herny Lévy, Marta Marzotto, le sorelle Sozzani di Vogue Italia, Bulgari, Giorgio Armani, Alain Delon, Aznavour, Marella Agnelli, Madonna, Kate Moss e altri. Nei locali notturni bazzicano personaggi famosi, direttamente da Los Angels e da Londra, con pruderie mediorentali. Un famoso editorialista mondano americano, dopo un suo viaggio a Marrakech, ha scritto: ” L’unica cosa che non mi ha fatto credere di essere a Los Angeles è stata la musica tradizionale con i tarbouches e i loro tamburini“. “Marrakech è diventata un terreno di gioco per il jet-set internazionale dove tutti i capricci sono realizzabili e, dietro le mura delle case, succedono cose tutt’altro che irreprensibili“, mi confida Rachid, figlio di un grande industriale e habitué delle serate mondano-private della città. Droga, prostituzione, gigolo’, proposte sessuali indecenti…luogo di tutte le follie!. Alla fine del 2010, il figlio di un dirigente africano è stato soprannominato “il nababbo di Marrakech” dopo aver organizzato una serata smisurata, fatturata in milioni di dh (centinaia di migliaia di euro); 80 indossatrici provenienti da tutto il mondo erano presenti alla festa e una parte del buffet, composto ovviamente da quintali di caviale, venne trasportato in aereo direttamente dalla Russia!. Qualche mese dopo un miliardario russo spese oltre 90.000 euro in una sola giornata a Dakla, nel Sahara occidentale, accompagnato da uno staff di 30 persone, affittò un intero Hotel, shopping nella Regione e permesso di pesca in acque protette. Per rispondere alle esigenze di un pubblico così particolare vengono alla luce settimanalmente ville di alto standing assolutamente fashion e trendy in zone come la Palmeraie. Locali come il Pacha (già presente a Ibiza), classificato dalle riviste del settore come il più grande Disco-Club in terra fricana, il Nikki Beach (creato a S.Tropez), il Comptoir Darna (gemello dell’omonimo club parigino) o ancora La Plage Rouge, offrono un servizio all’altezza di questa clientela “huppée“.
Per il suo primo ingresso in Marocco, il Gruppo Hôtelier di lusso Barrière ha scelto, a suo tempo, Marrakech, centrando la previsione di fatturati a sei cifre. Tornei di poker, rally di Ferrari, competizioni di golf, Festival Internazionale del Cinema, elicotteri e jet privati…tutti i servizi di lusso sono oramai disponibili in Marocco e a Marrakech in particolare. “La vicinanza con l’Europa, la dolcezza del clima, la sicurezza, ma in primis la qualità della vita, sono le principali attrattive di Marrakech“, mi spiega Jawad Kadiri, manager di un importante locale notturno dell’Hivernage, uno dei quartieri europei chic della città. Artisti, uomini d’affari, aristocratici, hanno contribuito a scrivere la leggenda di Marrakech, aprendo le loro case mostrando l’art de vivre marocchina. Il cuore del jet -set in Marocco è però anche edonista e innamorato della way of life di questo paese, rifuggendo a volte dall’eccesso di mediatizzazione. Senza cedere alla semplice immagine, conferma il giornalista Simo Benbachir, le belle auto o lo champagne a fiume nei locali non sono forzatamente lo status del jet- set marriakchi, dove la parola chiave è sempre più discrezione. Per penetrare in questo mondo segreto non è necessario il puro denaro, serve la classe, la raffinatezza e un accentuato sense of humor amalgamato alla cultura. I V.I.P marocchini poi, sono in generale giovani eredi di grandi famiglie del Reame, hanno viaggiato, frequentato le migliori scuole e sono poliglotti. Sono in buona parte artisti e professionisti che costruiscono amicizie attraverso il mondo. Dandy o uomini d’affari, vivono in un mondo parallelo, cittadini estemporanei con passaporti diplomatici internazionali. Un mondo che regala lusso dove i soldi non sono un problema e dove tutti i tabù sono stati bruciati; dove l’omosessualità in primis, il divorzio, l’adulterio, sono la moneta corrente. Con buona pace dei fondamentalisti islamici, sempre più numerosi e in crescita vertiginosa nel Califfato.
Fonte: My Amazighen
Serra Yilmaz
Serra Yilmaz (Turchia, attrice)
Nata ad Istanbul, dopo il diploma studia psicologia all’Università di Caen in Francia, dove segue il corso di recitazione tenuto da Robert Abirached. Rientrata nella città natale, vince il concorso della Compagnia Dostlar dove, mentre continua a studiare recitazione, viene anche scelta per una serie di ruoli minori in lavori messi in scena al teatro. Esordisce al cinema nel 1983 in Şekerpare di Atif Yilmaz, seguito da una serie di ruoli in opere di altri maestri del cinema turco degli anni ’80, tra cui Hotel Madre-Patria di Ömer Kavur in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1987. Nel 1988 lavora come attrice e dramaturga per la compagnia del Teatro della Città di Istanbul, del quale è vice-direttore artistico e responsabile per le relazioni internazionali dal 1996 al 2000. Nel 1998 la performance in Harem Suaré di Ferzan Ozpetek le vale il premio come miglior attrice non protagonista all’Antalya Film Festival e avvia una lunga collaborazione con il regista di origine turca, del quale diventa un volto simbolo. Nel 2001 Ozpetek la dirige ne Le fate ignoranti, mentre l’anno seguente recita per Elisabeth Raygaard in Omfavn mig måne (House of Hearts). Grazie al ruolo da protagonista in Dokuz (2002) di Ümit Ünal viene premiata come migliore attrice sia all’Istanbul Festival nel 2002 che ai Sadri Alışık Theater and Cinema Awards. Nel 2004, lascia la compagnia del Teatro della Città di Istanbul e prosegue la felice collaborazione con Ozpetek con La finestra di fronte, che le vale una nomination ai David di Donatello come Miglior Attrice Non Protagonista, un Ciak d’Oro e il premio Flaiano, mentre alla consegna del Mirto D’Oro viene insignita del premio “Cle D’or”. Nel 2005, comincia a recitare al Teatro Rifredi di Firenze in “L’Ultimo Harem- the Last Harem”, lavoro teatrale diretto da Angelo Savelli, che viene ripreso con grande successo per sette stagioni, e andrà avanti anche nel 2012. Sempre nel 2010 interpreta vari ruoli in “Sur le Seuil” di Sedef Ecer, messo in scena al Centro Culturale Jean Houdrement a La Courneuvue e a Fécamp. Yılmaz ha recitato anche in serie televisive di successo e affianca alla carriera di attrice l’attività di traduttrice di opere di Pirandello, Yourcenar, Jaccotet.
Fonte: Biennale di Venezia
Il Re dell’Atlas
Si racconta che dei leoni erano presenti alla corte dei sultani e dei re del Marocco, come segno di obbedienza per i nobili e per il popolo berbero che era parte dell’Atlas, come gli ultimi leoni di Barberia (Panthera leo leo). Nel 1953, quando il sultano Sidi Mohammed Ben Youssef ( e più tardi il re Mohammed V) venne costretto ad abdicare e messo in esilio, i leoni reali (21 in totale) persero il loro domicilio al Palazzo, nella foresteria reale. Tre di loro furono inviati allo zoo di Casablanca e il resto del gruppo venne trasferito allo zoo di Meknès. Quando il re rientrò dall’esilio in Madagascar nel 1955, i leoni rientrano a Rabat. Durante tutto questo tempo, il mondo continuò a credere che il leone di Barberia era estinto: questa convinzione prematura divenne quasi un fatto accertato quando una malattia respiratoria colpì il re dei leoni alla fine degli anni ’60. A quel punto, SAR Hassan II, allora proprietario dei soggetti, decise di ridurre i rischi di mortalità e di apportare delle migliorie alla vita dei leoni. Un nuovo parco cintato venne costruito a Temara, nei pressi di Rabat, nella casa rerale dei leoni, verso la fine degli anni ’60. Nel 1973 questa struttura venne assorbita dall’amministrazione del Ministero dell’Agricoltura, e divenne lo zoo di Rabat. Nella storia antica gli egiziani furono i primi a cacciare questo superbo animale, con arco e frecce. I Berberi, che vivevano in piccoli villaggi arroccati sulle montagne dell’Atlas e dell’Africa del nord, circa 3.000 anni fa, si difendevano dagli attacchi dei felini ma non costituirono mai una minaccia per la popolazione dei leoni di Barberia. È nell’Impero romano che la popolazione dei leoni di Barberia diminuì drasticamente. Gli imperatori romani cercavano di divertire la popolazione rassicurandoli sul fatto che la loro civiltà aveva il controllo sulla natura. Gli antichi romani esportarono migliaia di leoni dall’Africa del nord per utilizzarli nei giochi del Colosseo a Roma e in altre arene sparse nell’Impero. I leoni vennero trucidati dai gladiatori e la mattanza terminò soltanto verso la fine del VI° secolo, ma i problemi per i leoni di Barberia non erano ancora terminati. Con l’invasione degli arabi nell’Africa del nord, sempre più numerosi, i leoni si ritirarono progressivamente a causa di una caccia spietata, in quanto rappresentavano un pericolo. Per ogni leone ucciso era prevista una lauta ricompensa. Con l’avvento poi dei cacciatori europei nel corso dell’ultimo secolo, il numero dei leoni crollò. Le guide locali nelle montagne della Tunisia e del Marocco permisero agli europei di cacciare i leoni per sport e per le collezioni dei musei naturalistici, oltre al catturarli vivi per rinchiuderli negli zoo europei. I leoni di Barberia si estinsero in Tripolitania (ovest della Libia) nel 1700. L’ultimo leone di Barberia visto in Tunisia venne ucciso nel 1891 a Babouch, tra Tabarka e Aït-Draham. L’ultimo leone conosciuto in Algeria venne ucciso nel 1983 presso Batna, a 97 km da Costantino. I turchi contribuirono notevolmente a questa carneficina perchè pagavano profumatamente le pelli dei leoni per abbellire l loro palazzi. Numerosi francesi in Africa del nord divennero cacciatori professionisti di leoni, attività molto redditizia all’epoca. In Algeria, oltre 200 leoni di Barberia vennero uccisi tra il 1873 e il 1883. I leoni sparirono dal lato del confine marocchino nella metà del 1800. In Marocco, alcuni gruppi di leoni sono esistiti sino al XX° secolo e si estinsero alla fine degli anni ’40. L’ultimo animale venne ucciso nel 1942 sulla costa nord del colle del Tichka, in prossimità della strada tra Marrakech e Ouarzazate. Le cause della sua estinzione sono molteplici, ma sicuramente la più importante è la mano dell’uomo. La caccia quindi ma anche i cambiamenti dell’ecosistema indotto dalla coltura intensiva e dai pascoli. Le foreste sono state distrutte per lasciare spazio ai pascoli di bestiame, sempre più numerosi e anche i cervi e le gazzelle (principali nutrimento dei leoni di Barberia) vennero a mancare.
Oggi un programma è avviato tra il governo marocchino e un ONG di scienziati oxfordiani, ma stenta a decollare. Si tratta di un lavoro di reintroduzione su dieci anni che comporterà diversi fasi di lavori, tra cui una zona protetta di oltre 10.000 ettari in una regione poco popolata, che sarà cintata e protetta. Saranno introdotti alla sua creazione cervi, mufloni, ungulati, scimmie e gazzelle, che dovranno acclimatarsi nella nuova zona. Parallelamente, gli scienziati di Oxford dovranno selezionare i capostipiti della nuova generazione di leoni di Barberia che verranno inseriti nell’area protetta, poi soggettati ad un programma di riproduzione in cattività. Al governo marocchino tutto questo piace in quanto sarà fonte di reddito per il mercato del turismo ecologico, creando nuovi posti di lavoro. I finanziamenti saranno apportati da alcune sovvenzioni europee. Ma è necessario fare i conti con l’oste: la popolazione locale non sembra essere entusiasta davanti a questo progetto; la reputazione sulla ferocia del leone dell’Atlas suscita molta inquietudine. Anche il bracconaggio potrebbe riprendere il suo corso, a meno che la riserva sia controllata professionalmente. E ancora, il Marocco non giova di una buona reputazione in materia di protezione dell’ambiente. Nello spazio di un secolo, centinaia di specie animali e vegetali si sono estinte nell’indifferenza generale. A titolo di esempio, il coccodrillo del Nilo si estinse in Marocco nel 1930, mentre negli anni ’50 la campanella d’allarme suono’ per lo struzzo, l’oryx e l’addax. Attualmente la pantera è da inscrivere nella lista degli animali estinti in Marocco, anche sono state segnalate in diverse zone del paese, senza però prove tangibili di un loro riconoscimento. In serio pericolo la iena, il ghepardo, il lynx caracal, il gatto delle sabbie, il gatto gigante, il fennec e lo sciacallo. Per chiudere, anche gli ambienti naturali sono nella stessa misura in pericolo. Il deserto avanza e il bestiame non controllato si avventura nelle foreste, causando gravissimi danni irreparabili all’ecosistema. L’estinzione del superbo e magnifico leone dell’Atlas (estinzione prevista entro venti anni se nulla sarà fatto) costituirà una tragedia supplementare alla biodiversità e alla conservazione delle specie, ma le condizioni di reintroduzione del superbo re delle montagnenon sembrano idilliache.
Fonte: My Amazighen
Charles Tesson
Charles Tesson (Francia, critico e storico del cinema)
Collabora dal 1979 ai “Cahiers du cinéma” ed è stato capo-redattore della rivista tra il 1998 e il 2003. E’ stato produttore di registi come Philippe Garrel e Jean-Pierre Limosin e distributore indipendente con un ventaglio amplissimo di offerte. Docente di Storia ed Estetica del Cinema all’Università della Sorbona, è autore di numerosi libri sul cinema, come Satyajit Ray (1992), Luis Bunuel (1995), El from Luis Bunuel (1996), Photogénie de la Série B (1997), Théâtre et cinéma (2007) e Akira Kurosawa (2008). Ha curato numeri monografici dei “Cahiers” rimasti celebri: Hong Kong cinéma (con Olivier Assayas, 1984), Made in China (1999), oltre al libro antologico L’Asie à Hollywood (2001). È membro del comitato di selezione della Semaine de la Critique (Festival di Cannes), di cui diverrà Delegato Generale a partire da gennaio 2012.
Fonte: Biennale di Venezia
Fred Roos
Fred Roos (Usa, produttore)
Sin dai primi anni ‘70 il californiano Fred Ross ha lavorato con molti dei più importanti registi e attori di Hollywood, producendo alcuni tra i più significativi film del nostro tempo. Dopo un decennio di attività come produttore televisivo per alcune serie tv (come Gomer Pyle U.S.M.C., I Spy, Good Morning, World, e The Andy Griffith Show, con un giovanissimo Ron Howard), Roos è casting director per Petulia di Richard Lester (1968) e per una serie di film leggendari che hanno scritto la storia del cinema come Il Padrino (1972), American Graffiti di George Lucas (1973), Cinque pezzi facili (Five Easy Pieces, 1970) e Il re dei giardini di Marvin (The King of Marvin Gardens, 1972) di Bob Rafelson, Città amara di John Huston (Fat City, 1972), e Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni (1970), oltre ad essere stato casting consultant per Star Wars (1977) George Lucas. A coronare questa straordinaria serie di lavori, nel 1988 la Casting Society of America gli tributa un premio alla carriera. Sul fronte della produzione cinematografica, la sua lunga e fortunata collaborazione con Francis Ford Coppola va dagli esordi del regista di origini italiane sin ai suoi lavori più recenti, come Un’altra giovinezza (Youth Without Youth, 2007) e Tetro (2009), dei quali è produttore esecutivo, ma include anche il sei volte premio Oscar Il Padrino, parte II (The Godfather, Part III, 1974), Il Padrino, parte III (The Godfather, Part II, 1990) – candidato a sette statuette dell’Academy – e La Conversazione (The Conversation, 1974), che nel 1974 si aggiudica la Palma d’Oro a Cannes. Altre pellicole, frutto di questa felice collaborazione sono Un sogno lungo un giorno (One From the Heart, 1982), I ragazzi della 56a strada (The Outsiders, 1983), Rusty il selvaggio (Rumble Fish , 1983), Cotton Club (The Cotton Club, 1984), Giardini di pietra (Gardens of Stone, 1987) e Tucker, un uomo e il suo sogno (New York Stories, Tucker: The Man and His Dream, 1988). Nella sua lunga carriera Roos ha prodotto anche numerosi altri film, fra questi ci sono anche Hammett: indagine a Chinatown (Hammett, 1982) di Wim Wenders, Yellow 33 (Drive, He Said, 1971) di Jack Nicholson, Barfly, Moscone da bar (Barfly, 1987) di Barbet Schroeder, Black Stallion (The Black Stallion, 1979) di Carroll Ballard, Young Black Stallion (The Young Black Stallion, 2003) di Simon Wincer, Amori in città…e tradimenti in campagna (Town and Country, 2001) di Peter Chelsom, Il giardino segreto (The Secret Garden, 1993) di Agnieszka Holland, e il documentario vincitore del Cable Ace Award Hearts of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse (1991) diretto da Fax Bahr, George Hickenlooper ed Eleanor Coppola. A fine anni ’90 inizia un’altra fruttuosa collaborazione, con Sofia Coppola di cui co-produce il lungometraggio d’esordio Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999), diventando poi produttore esecutivo di tutti i lavori successivi: Lost in Translation (2003), Maria Antonietta (Marie-Antoinette, 2006) e Somewhere (2010), Leone d’Oro a Venezia lo scorso anno.
Fonte: Biennale di Venezia
Intellectual Ventures, il valore dell’innovazione
Gli assidui lettori di Wired non avranno problemi a capire di cosa vorrei parlarvi oggi. Intellectual Ventures è la compagnia fondata da Edward Jung e Nathan Myhrvold, ill quale illustra, sul numero di giugno di Wired, la ricerca che ha portato al suo libro Modernist Cuisine, uscito a Marzo. Intellectual Ventures, a mio avviso, è una delle compagnie più interessanti del nostro tempo e in questo articolo vi spiego il perchè. Scommettiamo che al termine della lettura ne sarete affascinati?
La compagnia
Come dicevo nell’introduzione, Intellectual Ventures è stata fondata nel 2000 da da Edward Jung e Nathan Myhrvold, ex CTO di Microsoft. La compagnia è famosa perchè è una delle cinque società che detengono più brevetti negli Stati Uniti. E sono proprio questi brevetti la base di Intellectual Ventures. Per farvi capire la filosofia che sta alla base vi riporto una frase di Myhrvold:
“An industry dedicated to financing inventors and monetizing their creations could transform the world.”
Che tradotta suonerebbe come:
“Un industria che finanzia gli inventori e monetizza le loro creazione potrebbe trasformare il mondo”
Non poteva essere più chiaro! Ma alla pratica come funziona? In questa compagnia si fanno fondamentalmente due cose: inventare e brevettare. Si sperimenta e inventa di tutto all’interno dell‘Intellectual Ventures Lab che raccoglie alcune tra le menti più brillanti del mondo e degli scienziati più promettenti. Ma prima di parlare dei laboratori e delle idee che nascono in quelcapannone di 3.000 mq, vorrei parlarvi un po’ di Nathan Myhrvold. perchè senza di lui Intellectual Ventures avrebbe molto meno fascino.
Nathan Myhrvold, CEO e fondatore
Nathan Myhrvold ha lavorato in Microsoft per 13 anni, è stato CTO, ossia Chief Technology Officer, e ha fondato Microsoft Research. Insomma, è stato un pezzo grosso in quel di Redmond.
Tuttavia non è la carriera di Myhrvold ad affascinare, o almeno non solo. Quello che attrae è la sua personalità. Myhrvold è un imprenditore, ma anche un genio eclettico dei nostri tempi. Passa da un interesse all’altro con una facilità impressionante e questo si riflette nel suo modo di parlare. Stiamo parlando di un uomo che ha lavorato in Microsoft per più di 10 anni per poi darsi alla cucina. Ma l’ha fatto in un modo mai visto prima, ossia approcciandola come una vera e propria scienza.
Il suo libro, Modernist Cuisine: The Art and Science of Cooking, è una guida ma anche un’encicolpedia che nasce dalle ricerche condotte da Myhrvold nell’Intellectual Ventures Lab insieme ai suoi collaboratori. Il libro si compone di ben 6 volumi per un totale di quasi 2.500 pagine e 21kg di peso. Sul palco del TED, questa volta a Longbeach in California, l’autore ha parlato del suo libro e delle sue ricerche, quindi vi invito a guardare il video perchè chi meglio di lui potrebbe spiegarvi la sua cucina modernista?
Pensate sia tutto? E invece no. Nathan è uno dei più grandi finanziatori di ricerche antropologiche,ricerche che sono tra le più fruttuose del pianeta, e ha anche proposto una soluzione al riscaldamento globale basata sulla geoingegneria.
Una persona decisamente interessante vero?
Intellectual Venture Lab
Il laboratorio di ricerca è stato creato soltanto due anni fa ma ha già ottenuto notevoli risultati, brevettando circa 450 invenzioni all’anno. Niente male vero?
Ma su cosa si fa ricerca nei 3.000 mq dell’Intellectual Venture Lab? Su un po’ di tutto! Le idee sono tra le più svariate e alcune sono state anche molto criticate.
StratoShield
L’idea più discussa è stata la soluzione proposta per il riscaldamento globale perchè Myhrvold e il suo gruppo di scienziati sostengono che sia possibile ridurre gli effetti di questo fenomeno ricreando artificialmente le condizioni che seguono un’eruzione vulcanica. Naturalmente questageoingegnerizzazione del clima globale sarebbe possibile grazie alla tecnologia sviluppa nei laboratori di Intellectual Ventures, tecnologia volta a creare lo “StratoShield“. Questo scudo fa aumentare la quantità di aerosol di zolfo immesso nell’ atmosfera di circa l’1%, un processo che in natura avviene ogni volta che i vulcani eruttano, permettendo alla nostra atmosfera di respingere parte dei raggi solari.
Il laser anti-zanzara
Sul sito dell’Intellectual Ventures Lab troviamo la sezione Malaria, un problema che viene affrontato in molti modi e da molti punti di vista. Se da un lato le menti brillanti di questa compagnia lavorano perridurre i tempi per la diagnosi e trovare nuovi strumenti per farlo, basati sull’ottica e il magnetismo, dall’altra menti altrettanto brillanti hanno pensato ad una soluzione più pratica per ridurre il contagio:uccidere le zanzare.
L’invenzione si chiama Photonic Fence e rileva le zanzare a distanza che vengono poi eliminate con il laser. Il sistema è molto preciso perchè riesce a discriminare tra diversi insetti confrontando il battito delle ali e la dimensione e per di più consente di stabile se si tratta di un maschio o di una femmina!
Altre ricerche e invenzioni
Tra le tante invenzioni che escono dal laboratorio di Myhrvold ce n’è una che riguarda il nucleare. All’Intellectual Ventures Lab è stato progettato un reattore nucleare, più sicuro, che è in grado di sfruttare le scorie di uranio oppure il torio. Questo progetto ha vinto il MIT Technology Review Top 10 Emerging Technologies nel 2009.
Altre ricerche hanno permesso invece di sviluppare modelli computerizzati di alcune malattie, ma anche di avvicinarsi alla creazione di vaccini. Senza contare ovviamente la ricerca in ambito informatico, di cui Myrvhold è maestro considerando gli anni passati in Microsoft.
Coclusioni
Intellectual Ventures è una di quelle compagnie per cui vorrei lavorare. Qui i ricercatori sono piedi di entusiasmo e di idee, a partire da Nathan Myhrvold che sembra un bambino in un negozio di caramelle in mezzo a tutte invenzioni. Le idee e le tecnologie che nascono nei loro laboratori hanno qualcosa di estremamente affascinante.
Che dite? Scommessa vinta?
Fonte: Skimbu
Aleksei Fedorchenko
Aleksei Fedorchenko (Russia, regista e sceneggiatore)
E’ nato nel 1966 nei pressi di Orenburg. Dopo la laurea in Economia al Politecnico degli Urali nel 1988 si iscrive al VGIK (Istituto Panrusso della Cinematografia). Già dagli anni Novanta lavora come assistente e poi direttore di produzione presso i cinestudi di documentari a Ekaterinburg (ex Sverdlovsk). Nel 2000 si laurea in drammaturgia al VGIK. Esordisce nella regia nel 2002 con lo struggente documentario-intervista David, che partecipa e viene premiato a numerosi festival, tra i quali il Festival del Film Antropologico di Salekhard (secondo premio), il Festival di Stoccolma (Grand Prix), il Festival di Lubljana (Grand Prix), il Festival di Varsavia (secondo premio). Scrive poi il cortometraggio Okhota na zaytsev (Hare Hunting, 2003), diretto da Igor Voloshin, che riceve nel 2004 il Grand Prix al Festival del Messico. Debutta nel lungometraggio col docu-fiction First on the Moon (Pervye na lune, 2005), una fantastica epopea sulla conquista della Luna dai sovietici negli anni Trenta, presentato alla 62. Mostra di Venezia, dove vince il Premio Orizzonti per il Miglior Documentario, film premiato in seguito anche ai Festival di Sochi e Cottbus. Fonda nel 2005 una sua società di produzione, la “29 febbraio”, con la quale e produce il lungometraggio Železnaya doroga (La ferrovia, 2006) e i documentari Shosho (id., 2007) e Veter Šuvgej (Venti di cambiamento, 2008), attraverso i quali comincia la sua personale e insolita ricerca sulle diverse etnie minoritarie dell’ex Unione Sovietica che continuerà con Ovsyanki, tratto dal romanzo di Denis Osokin. Sta attualmente girando il suo nuovo film, tratto ancora una volta da un’opera letteraria di Osokin.
Fonte: Biennale di Venezia
René Caovilla, history of shoes
C’era una volta un artigiano veneto, curioso e piuttosto intraprendente, che nei primi anni nel Novecento iniziò a farsi conoscere per le sue creazioni a Stra, sulla Riviera del Brenta, dove aprì una piccola bottega in cui esprimersi in piena libertà. Nel 1938 il bravo Edoardo decise di lasciare le redini della sua fortunata attività a suo figlio, Renè Fernando, che ha il merito di essere riuscito ad aggiungere allo spirito artigianale tanto caro al padre un tocco di innovazione e unicità, utilizzando gemme e tessuti preziosi che non solo lo hanno consacrato come “genio del lusso” nell’ ambito delle calzature, ma lo hanno avvicinato a quello che è poi diventato il padrino del marchio Caovilla: Valentino Garavani. Il sodalizio tra i due “maestri” ha fruttato ad entrambi un meritato successo mondiale, e per Renè questo ha anche segnato l’inizio di numerose collaborazioni con altri stilisti come Christian Dior, per il quale vengono proposte creazioni fiabesche e “immaginifiche”, Karl Lagerfeld per Chanel, Ralph Lauren, John Galliano e Gianfranco Ferrè.
Ma il principe Renè non ha conquistato il mondo da solo, perché come in ogni favola che si rispetti anche in questa c’è bisogno di una principessa, che in questo caso è sua moglie, Paola Buratto Caovilla.
Paola non si occupa soltanto di comunicazione e relazioni esterne, ma disegna personalmente i modelli che poi vengono realizzati e comprati in tutto il mondo. Quello stesso mondo che sembrava stesse aspettando Renè e le sue creazioni, perché si è inchinato ai suoi piedi nel giro di pochissimi anni, rimanendo completamente conquistato dai suoi sandali, stagione dopo stagione; in un’intervista che Sua Maestà ha rilasciato lo scorso anno, nel corso dei festeggiamenti per i 75 anni di attività, ha affermato che “abbiamo aperto la prima boutique a Milano, a settembre 2004, e nel giro di poco più di due anni sono seguite Roma, Parigi, Tokyo, Dubai, Palm Beach e infine Londra, il mese scorso. Sette concept store, tutti rigorosamente nel cuore dello shopping internazionale e caratterizzati da arredi e decori preziosi che rispecchiano la mia grande passione per l’arte del Settecento veneziano: spazi a metà tra il salotto e la galleria d’arte, dove si possono cogliere le suggestioni che danno vita alle mie creazioni. Grazie ad una rete di multibrand selezionatissimi, circa 200 worldwide, siamo presenti nelle boutique più belle del mondo, raggiungendo le amanti del nostro brand da Rio de Janeiro a Hong Kong.”
Nel corso di questi 75 anni di crescita vorticosa la maison ha realizzato una quantità sconvolgente di scarpe da sogno (ma anche borsette preziose e bijoux), 3000 dei quali sono stati scelti personalmente da Renè e ad oggi sono conservati gelosamente in un archivio che per molte di noi rappresenta un mix tra il giardino dell’Eden e il Santo Graal: sappiamo che esiste, ma non possiamo accedervi. Ma abbiate fiducia, perché il nostro Renè si sta preparando ad aprire un museo a suo nome in cui esporli tutti al pubblico, come è stato fatto a Firenze per Salvatore Ferragamo.
Il marchio Caovilla, ad oggi, può vantarsi di aver rafforzato quel legame solido con il passato pur avendo guardato però verso il futuro, proponendo iniziative sempre più moderne e particolari, come lo sbarco dei sandali-gioiello nel mondo virtuale di Second Life. E’ per questo quindi che la favola del principe che invece che correre per il regno a cercare la sua Cenerentola ha creato per tutte le donne scarpe da sogno, da vere principesse metropolitane pronte ad osare ci stupirà ancora, perché all’originalità del lusso Made In Italy nulla può porre limiti.
Fonte: Shoeplay
Strauss-Khann e Marrakech…
Nel quartiere di Sidi Mimoun, in prossimità del Palazzo Reale, è situato il riad datato XIX° secolo di Anne Sinclair e di Dominique Strauss-Khann, a qualche centinaio di metri dalla Place Jemaa el Fna. Il Riad, acquistato nel 2000 è un oasi di pace della coppia che si reca nella Ville Rouge un paio di volte all’anno e dove hanno concluso un certo “Patto di Marrakech” con Marthine Aubry e Laurent Fabius. Il riad è allo stesso tempo un luogo dove si ospitano gli amici e ne cito alcuni: l’avvocato Jean Veil, il cantante Patrik Bruel, il giornalista Michel Field e il filosofo Bernard-Henry Lévy, proprietario dell’immenso palazzo della Zahia, due passi più in giù. Luogo di misteri il riad di DSK; la stampa internazionale non ha mai avuto il permesso di entrarci e quindi poco si sà dei suoi movimenti. Nel libro “Majestè, je dois beaucoup à votre père..France-Maroc, une affaire de famille” (Maestà, devo molto a vostro padre..Francia-Marocco, un affare di famiglia) di Jean Pierre Tuquoi, DSK racconta che “Anne possedeva una casa a Valbonne, nel Midi (…). La rivendette per acquistare, cinque anni fa, un riad nel cuore di Marrakech. Tutto era da rifare. Non esisteva acqua nè eletrricità. Oggi, è perfetto. Marrakech è la mia base per rilassarmi“. Il riad apparteneva ad una nobile signora marrakchie ed era chiamato Dar Chrifa (casa della donna nobile, discendente del Profeta Maometto). Infatti il primo occupante di questo riad è stato il cadi Si Mustapha, uno dei quattro principali giudici di Marrakech, che aveva sposato una parente del sultano Hassan I, e da qui il titolo blasonato del riad. Dopo la morte, nel 1988, di Lalla Aïcha, una discendente di Si Mustapha, gli ereditieri decisero di separarsene. Un imprenditore ebreo marocchino lo acquistò un anno dopo, per la somma di 1,9 milioni di DH (167.000 euro c.ca). La proprietà comprendeva 8 camere, un salone e una cucina, oltre a due pati con giardino. Nel 1997, il riad venne acquistato da Laura Gomez, ex-moglie di Kylie Eastwood, figlio di Clint. Nel 2000 infine, Sinclair e DSK lo acquisirono. Secondo diversi rumors, Sinclair possiede nove decimi del riad. Prezzo della transazione: 5,5 milioni di DH (500.000 euro c.ca). Non si conosco le spese sostenute per il restauro, sicuramente tante, di fatto pero’ già solo visto dall’esterno questo Riad è sontuoso e affascinate nel suo mistero.
Fonte: My Amazighen






























