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Sloughi, il deserto è la sua casa

July 14, 2016 Leave a comment

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Splendida razza di cani, antica e rara, nobile e gentile, che con fierezza estrema vive ancora oggi in condizioni disagiate, nel deserto, per fornire il sostentamento alle ancora numerose tribù di nomadi che si dedicano alla pastorizia, transumando durante i periodi di siccità, percorrendo migliaia di km. Questo superbo animale, il levriero arabo o Sloughi, è un cacciatore e un corridore estremo. La sua velocità calcolata supera gli 80 km all’ora ed è impressionantevederlo correre nel deserto rincorrendo piccole prede come conigli o le gazzelle. Lo sloughi ha una storia antica che parte dall’Asia e che arriva nel nord dell’Africa con l’invasione musulmana, la guerra santa! Si è affinato con il sole d’Oriente e il vento del deserto, questo levriero di suprema eleganza, questo atleta leggero, potente, è stato impiegato nei millenni per la guardia e la caccia, senza ombre di infedeltà e di rinniego. Questa razza canina è stata riconosciuto dalla FCI nel gruppo 10, sezione 3, Standard n.188 e il Paese che ne vanta i natali è il Marocco. Si presenta come il modello perfetto di galoppatore con una testa fine, ammirabile, con cranio globoso e ben fatto. Gli occhi dello Sloughi raccontano di terre lontane, di una melanconia tipicamente araba, di una vita vissuta di ricordi, di lontananze. All’apparenza puo’ sembrare un cane fragile, di cristallo. Niente di più scorretto, l’apparenza inganna. La sua muscolatura lunga, secca, piatta e data dal deserto natale che si è sbarazzato di tutte le masse inutili, ingombranti, creando nel contempo eleganza, rapidità, forza e coraggio. Caratterialmente è un cane equilibrato, calmo e riservatissimo con gli estranei, ma all’occorrenza si difende ferocemente da chi lo attacca. I suoi melanconici occhi diventano allora cattivi e la sua mascella feroce. Nelle tribù nomadi del deserto lo Sloughi è considerato uno di loro, senza remore o gerarchie: se esistono delle situazioni di pericolo per i cuccioli durante l’allattamento questi vengono nutriti dai seni delle donne fin tanto che potranno provvedere a loro stessi, in autonomia. La notte, lo Sloughi è accolto nelle tende con i suoi padroni per riposare dopo una giornata di duro e lungo lavoro, vicino agli umani che da secoli lo hanno allevato, capito, amato, accudito e ringraziato per l’enorme contributo che ha fornito, e continuerà a farlo, al loro sostentamento e alla loro difesa. L’emozione più grande per me è stata durante una delle mie notti nel deserto; la tenda montata e il fuoco che ardeva illuminava lo spazio circostante. Il profumo del thè alla menta offertomi dai nomadi si mescolava a quello degli incensi e le stelle enormi nel cielo mi toccavano. Al moi fianco due sloughi color sabbia mi guardavano, senza curiosità, certi della loro forte presenza al campo. Al momento del riposo, sulla mia brandina, si avvicinarono e si sdraiarono  “proteggendomi” per tutta la notte. Si chiamavano Abdor Njiama.

Fonte: Sloughi Marocco

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Marrakech, euforia naturale dei giardini Majorelle

February 7, 2016 Leave a comment

Quando si entra nei giardini Majorelle di Marrakech il primo choc è quello dei colori: il blu oltremare certo, ma anche il verde Veronese o il giallo vivo di certi vasi. Altro fattore di interesse è la villa, la sua estrema modernità senza tempo, ancora oggi senza una ruga: splendida, con una classe e una leggerezza intemporale. Una villa di artisti, sicuro!. Ogni volta poi che si ritorna è sempre una grande felicità trovarsi nel bel mezzo di questa profusione di colori e profumi. Il piacere è grande, il silenzio e lapace in opposizione con la vita tumultuosa e caotica della città, che circonda la struttura. Le panchine disposte nel parco, tra le palme, sono un invito al relax e alla meditazione. Il nome del giardino deriva dal suo creatore, il pittore francese Jacques Majorelle che, nel 1919, si installo’ a Marrakech, conquistato dalla sua luce, dai suoi colori e dal suo modus vivendi.
Nel 1924 acquisto’ un terreno all’esterno delle mura della città, e costrui’ il suo Atelier nel 1937, oggi sede del Museo di Arte islamica. L’artista dipinse la villa con dei colori vivi dove prevalse il blu, il famoso blu Majorelle. La gente, sorpresa da questo colore, lo identifico’ subito come il blu Majorelle, un blu intenso, elettrico, diventato famoso come il colore del pakaging delle sigarette Gauloises. I giardini che circondano l’Atelier vennnero piantumati con differenti specie botaniche, provenienti dai cinque continenti, principalmente cactus e bouganvilles. Tutto questo, più tardi, diventerà il giardino Majorelle. Dopo un incidente d’auto, Majorelle rientro’ a Parigi dove morirà nel 1962.
Dopo la sua morte il giardino rimase aperto al pubblico e subi’ delle forti degradazioni. Nel 1980Yves Saint Laurent e il compagno Pierre Bergé, che non erano altro che dei visitatori e ammiratori del giardino Majorelle, lo acquistarono. Salvarono questo luogo dalle speculazioni edilizie immobiliari che minacciavano quasi tutti gli antichi giardini di Marrakech. Iniziarono a quel punto i lavori di restauro, con l’aiuto dell’etnobotanico Abderrazak Benchaâbane. Pierre Bergé ricorda: “I giardini Majorelle e noi, una grande storia d’amore. Nel 1966 arrivammo, io e Yves Saint Laurent, a Marrakech. Nove giorni dopo la nostra venuta nella città, acquistammo una casa nella Medina: Dar El Hanch. Ma molto presto noi scoprimmo la città e in primis i giardini Majorelle. Noi sapevamo chi era il pittore in questione e chi fu suo padre(n.d.r – famoso ebanista della grande scuola di Nancy, amico del Maresciallo Lautey; quest’ultimo consiglio’ all’artista di far soggiornare il figlio Jacques a Marrakech, per alleviarlo da gravi problemi respiratori).
All’epoca i soli visitatori erano dei giovani studenti che pagavano l’ingresso con un dirham. Noi andavamo tutti i giorni, poi tutte le sere. Qualche anno più tardi acquistammo una casa proprio di fianco a quel luogo incantato e poetico. Poi venimmo a conoscenza che stava per essere venduto per trasformarlo in un Hôtel. A quel punto lo acquistammo immediatamente“.La vegetazione era lussureggiante, ma anarchica. Si doveva dunque riorganizzare lo spazio e dare un ordine all’insieme. Nel 1999 Bergé penso’ alla ristrutturazione della flora e anche alle modalità di amministrazione del giardino. Nel marzo 2000 si decise per il restauro, dotando il giardino di importanti mezzi operativi. Durante i nove mesi di lavori un èquipes lavoro’ giorno e notte per installare un sofisticato impianto di irrigazione automatica che permise la riduzione del 40% di acqua, permettendo di regolarne efficacemente la ripartizione secondo le ore della giornata e il bisogno specifico di ogni pianta.
Per restare fedeli allo spirito di Jacques Majorelle, autentico appassionato di piante esotiche, la collezione si arrichi’ di numerose specie rare. La flora del giardino passo’  da 135 a 300 specie . Una suberba collezione di  cactus (oltre trenta famiglie sono presenti) venne installata su di una parcella molto assolata del giardino. Palme e bamboo vennero importati dall’America Latina e dall’Oceania. L’architetto americano, trapiantato a Marrakech, Bill Willis, modifico’ l‘ingresso del giardino per preservare il suo mistero  ( si scopre poco a poco) e successivamente tutto il complesso venne donato dai proprietari alla città di Marrakech e al patrimonio marocchino. Oggi una èquipe di venti giardinieri si occupa della gestione quotidiana del giardino, delle fontane e degli specchi d’acqua. Questo spettacolare giardino si lega indissolubilmente con il grande stilista francese  le cui ceneri, dopo la sua morte avvenuta nel 2008, sono state sparse nella parte privata del giardino,  situato davanti alla grande villa padronale (non visitabile). Ultimo omaggio alla città di Marrakech, la Ville Rouge, che è stata fonte di ispirazione inesauribile per YSLe la sua Arte.

Giardini Majorelle – Orario  Invernale dalle 09.00 al tramonto – Ingresso 30 dh – Museo di Arte Islamica – Ingresso 15 dh – Tel.024 301890 – www.jardinmajorelle.com

Fonte: My Amazighen

Skoura, oasi dalle mille Kasbah

February 7, 2016 Leave a comment

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Skoura è una parcella araba in terra berbera, ma fu anche un centro ebreo molto importante, con la sua antica Mellah (quartiere giudeo), con la stessa concezione di società che era presente a Tazzarine, un luogo dove le differenti popolazioni del Draa vivevano in pace ed armonia. Il suo Marabout (santuario/santo protettore), Sidi M’Bark è circondato da un grande agadir (granaio), che aveva lo scopo di proteggere il grano si, ma anche di beneficiare della vicinanza del santo, ed avere protezione spirituale.  La Palmeraie di Skoura supera i 25 Kmq, e poi intorno le miniere del sale e ancora i suoi monumenti e le sue Kasbah antiche. Sui vecchi biglietti da 50 dh è impressa la Kasbah più celebre, quella di Amerhidil (su quelli di nuovo corso è stampata invece la Kasbah di Taourit a Ourazazate). Skoura possiede una molteciplità di importanti siti con un passato storico importante per il Paese: Dar Aît HammouDar Aît Sidi El MatiTighermt’n Oumghar a Toundout, Dar Aît SousDar Aît Bel El HusseinDar Es SragnaKsar Oulad HassaneDar Aît Attaoui; tanti preziosi castelli/fortezza che fanno la ricchezza di questo sito incantevole.
La Kasbah più alta é quella di Aît Abbou, 26 mt di stupefacente e rara bellezza nel cuore della Palmeraie, un sogno. La Kasbah Amerhidil venne edificata nel XVII° secolosui bordi del Oued (fiume) El Hajjaj, ed è abitata ancora oggi dalla stessa generazione che la costrui’, la famiglia Nassiri. L’attuale proprietario ha creato un piccolo museo dove ha raggruppato molti oggetti artigianali del Marocco del sud e, senza problemi, vi accompagnerà nella visita della sua casa raccontandovi come i suoi parenti vivevano in altri tempi, insieme a gustosi aneddoti tramandati nei secoli. E’ una delle rare Kasbah del sud ad essere in ottimo stato conservativo ed è importante, con la visita, aiutare questo gentile signore con un obolo di ingresso, che servirà per gli innumerevoli lavori sempre in programma.  La passeggiata nella Palmeraie di Skoura è d’obbligo, in specialmodo nei periodi primaverili, quando è tutto verde e coltivato. Palme da datteri, alberi da frutto (che sono la ricchezza del Dadès), con le sue mele, i mandorli,  le noci, i melograni, i fichi e ai loro piedi grano o erba medica, secondo la stagione. Questa esplorazione nella Palmeraie si puo’ fare a piedi oppure a dorso d’asino, che qui sono numerosi. Il percorso attraversa le parcelle coltivate, ai piedi delle tante Kasbah che incontrerete nel tragitto. A dieci Km circa da Skoura, il piccolo e grazioso villaggio di Sidi Flah, lungo il fiume Dadès. E’ un sito molto bello da visitare in estate, in mezzo alla natura e ai tanti pastori e contadini che lavorano la terra instancabilmente.
Lungo il fiume si formano delle piccole spiaggie dove è possibile fare dei bagni e prendere il sole, che qui già in primavera è caldo. Non dimenticate, se siete una donna, che uscendo dall’acqua è meglio coprirsi con un asciugamano/accappatoio in quanto siamo nel Marocco profondo, lontano anni luce dall’Europa; la vista di una donna in costume puo’ ancora creare imbarazzo a  molte persone.  Nella vicina Toundout potete visitare le miniere di sale ma la cosa più interessante della zona sono i fossili. Qui è stato scoperto il dinosauro più antico del mondo, il Tazoudasaurus Naîmi, di circa 180 milioni di anni. Tutta la regione, dai contrafforti dell’Atlas sino alle dune sahariane e l’Hammada del Draa, è un museo archeologico a cielo aperto. Tazoudasaurus è partito per la Francia dove verrà analizzato con sosfiticate apparecchiature ma ritornerà in Marocco a breve. E’ in progetto una “strada dei dinosauri” che partirà da Ouarzazate sino a Demnate. A Skoura vi consiglio il souk (mercato) che si svolge ogni lunedi’ dove potrete acquistare datteri unici al mondo per la loro bontà e ceramiche artigianali di fattura primitiva veramente belle. Le possibilità per alloggiare sono diverse; io vi consiglio di visitare alcune delle tante Kasbah che offrono camere semplici e pulite, gestite quasi sempre dagli abitanti del luogo, dove vivrete l’esperienza unica di dormire in case di paglia e fango (sono molto calde in inverno e fresche in estate). Nei mesi invernali la temperatura varia tra i 16° sino ad arrivare ai 27/28° di giorno; l’escursione termica notturna é notevole (siamo nel deserto!) arrivando anche ai 2° gradi. In estate le tempeste di sabbia sono frequenti e spettacolari. Da Ouarzazate dovete calcolare circa un ora di auto, da Marrakech all’incirca sei.

Fonte: My Amazighen

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Tétouan, piccola Gerusalemme

September 18, 2015 Leave a comment

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Le origini della città si perdono nella notte dei tempi; gli oggetti rinvenuti sino ad oggi sono datati verso il III° secolo A.C. e provengono principalmente dalla antica città di Tamuda. Il nome della città, secondo alcuni studi, deriva da “Tittawin” che nella lingua Tamazigh significa “gli occhi” o ancora “le sorgenti”. I Fenici stabilirono un grande magazzino di stoccaggio all’imbocco del fiume Martil. Fu nel 1307 che il sultano merinide Abou Thabef fece costruire la città fortificata di Tétouan con lo scopo di costruire una base avanzata in grado di recuperare Sebta. Popolata da soldati, la città diventò rapidamente un nido fortificato di pirati e davanti ai loro innumerevoli attacchi, gli spagnoli sbarcarono sulla costa e la distrussero completamente. Nel 1492, la caduta di Granada vide l’esodo dal sud della Spagna di migliaia di emigrati musulmani che si installarono nelle rovine della città, rinascendo così dalle sue ceneri e conoscendo in seguito fasti mai vissuti prima. La caduta del reame di Granada segnò la rinascita della città di Tétouan; la sua ricostruzione voluta da Sidi al-Mandri, seguito dai primi Mudèjar che fuggivano dalla Reconquista cristiana, fece della città un luogo d’accoglienza della civiltà andalusa. Protetta dalle barriere naturali di due montagne, aperta sul Mediterraneo, la città offriva una posizione strategica per gli esiliati che non cessavano di respingere la minaccia cristiana. Tétouan è in primis una città andalusa ed è la sola città marocchina costruita esclusivamente da andalusi. L’architettura militare andalusa di Tétouan è un tratto fondamentale della città, la cui ricostruzione all’inizio del XVI°secolo aveva come obbietivo principe quello della difesa contro i portoghesi che avevano già occupato tutte le città marocchine della costa. Beneficiando del vuoto politico che caratterizzava il Marocco di quell’epoca, si creò una città simile a quella che era stata abbandonata. Più dell’architettura, l’arte de vivre tetouanese è segnata dall’eredità andalusa tout court. Questa città chiamata « la colomba bianca » dai poeti arabi, venne designata con termini differenti come « la figlia di Granada » o ancora « la piccola Gerusalemme ». Diventò un luogo di incontro per diverse popolazioni, religioni e culture, da quella andalusa alla ottomana, attraversando quella locale ed europea, la cui simbiosi produsse una cultura tetouanese dominata dal carattere conservatore dei suoi abitanti, che assomigliano caratterialmente ai granadini.

La città ha assimilato l’architettura andalusa nei suoi muri, nelle kasbah,  nelle sue piccole case e nei suoi palazzi con patio, fontane e giardini, nei suoi minareti, mausolei e fondouks. Il XIX° secolo fu un secolo di decadenza per il Marocco con la conseguenza diretta della penetrazione economica europea. Questa città conobbe la peste del 1800, la terribile carestia del 1825 e la guerra di Tèteouan del 1860 che ne vide la sua sconfitta contro le truppe spagnole che si ritirarono nel 1862, dietro il pagamento di una indennità che rovinò economicamente la città. La decadenza economica di Tétouan iniziò comunque prima della guerra del 1860 e fu causata dagli spagnoli che affondarono diverse navi nell’estuario del porto della città, mettendo fine alle attività marittime della città. Nel XX° secolo Tétouan conobbe un nuovo assetto politico, economico ed artistico diventando capitale del Protettorato spagnolo nel nord del Marocco. La città moderna venne costruita a lato della antica medina. L’Ensache di Tétouan è attualmente un vero gioiello architettonico con le sue strade ed edifici in stile coloniale spagnolo, le sue piazze e i suoi mercati. L’influenza andalusa non è assente; l’interno della cattedrale di Tétouan può essere confuso con l’interno di una moschea andalusa. Le due parti della città si completano, malgrado i loro contrasti evidenti e a volte stridenti. La conservazione e lo sviluppo dell’architettura e dell’arte tradizionale tetouanese deve molto a Mariano Bertuchi, pittore orientalista spagnolo eccelso e grande amante dell’arte marocchina. Fondò il Museo Etnografico e la Scuola delle Arti e Mestieri tradizionali, un gioiello che rappresenta l’aiuto europeo all’arte andalusa di Tetouan, dove si trovano i preziosi ricami nasridi e mudéjar che perdurano nella broderie tetouanese ancora oggi.

Fonte: My Amazighen

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Marocco, case da segno tra Atlantico e Mediterraneo

September 17, 2015 Leave a comment

CASE DA SOGNO IN MAROCCO,

Tra l’Atlantico e il Mediterraneo, circondati da spiaggie e falesie, questa case da sogno godono di una vista a 180°,  imprendibile e mozziafiato.

A seguire un Best of sulle più belle residenze marocchine del nord.

Se Tangeri potesse raccontarsi lo farebbe attraverso le mille e una residenza che bordano le sue rive atlantiche e mediterranee.  La Maison de l’Eléphant Blanc, incastonata sulle alture di Tangeri, possiede una delle viste più incredibili della città.  Tony e Khera, viaggiatori del mondo, hanno scelto: si sono installati laggiù dove l’oceano e il mare si incontrano;  lo stretto di Gibilterra.  Letteralmente affascinati dalla natura a metà strada tra la Sardegna e la Grecia, hanno gettato le loro basi su due piccoli pensioni di fianco ad una falesia ed hanno creato la Maison de l’Eléphant Blanc. Addossata alla kasbah e rivolta verso lo stretto, la sua terrazza di 240 mq già da sola è tutto un programma; imponenete belvedere, ci si sente come su di una nave che attraversa le turbolente acque dell’oceano atlantico-mediterraneo, guardando Tarifa negli occhi, avvistando una leggendaria Atlantide, legittima in questi luoghi. L’interior design predilige il total white che si sposa con una architettura contemporanea e di una allure prestigiosa acquisita  in toto dalla città secolare. Ceramiche bianche e nere rivestono la parte inferiore del muro della scala e vetri rossi, gialli e blu sono stati aggiunti per un tocco meticcio al luogo, ricordando le origini siriane e spagnole di Khera e Tony. Le sette suites della casa non lesinano sul lusso né sul confort, premiando questa dimora come una delle più belle della Dream City. Si ritrova al suo interno la maestosità  ed il mistero che il suo nome lascia immaginare. La Casa dell’Elefante Bianco puo’ accogliere sino a 12 persone che avranno a disposizione, tra le altre cose, di un Hammam privato, di un personale attento e discreto  e di uno sguardo personale sulla Spagna vicina, sul cielo e sul mare intatti e profondi.

Tangeri non ha ancora terminato di elargire tutto il suo charme quindi i promotori immobiliari hanno ora preso d’assalto le zone che circondano il capo Malabata : un corridoio sempre affascinante e una foresta ancora intatta. Balcony è il frutto di un brainstorming tra il promotore del progetto e Patrik Collier, architetto francese che esercita in Marocco dagli anni ’70. Il suo approccio a capo Malabata è stato “un atto di umiltà verso il sito, l’ambiente circostante, la dimensione culturale e alle tecniche costruttive“. Innamorato  follemente della zona, Collier ha immaginato un complesso dove “l’outdoor” non è solo un espressione dei tempi. Tutta la costruzione si sviluppa attorno a diverse terrazze che regalano agli occhi la baia di Tangeri, il suo porto e la Kasbah. Nel parco del Soussa-Massa invece, Nasser Laraki ha fermamente voluto e pensato un luogo che dispensa le delizie del cocooning, in una maison d’hôtes che sprigiona una allure di kasbah, battezzata Ksar Massa.  La maggiorparte dei proprietari di maison d’hôtes opta per una architettura balneare ricordando sempre la vicininza del mare; Nasser ha voluto integrare una visione messicana nel suo progetto. Tra Agadir e Tiznit, la maison d’hôtes si estende lungo una spiaggia selvaggia e come sfondo, altamente scenografico, la catena maestosa dell’Anti-Atlas. Dune che riversano in mare i loro granelli di sabbia, piste affascinananti in un paesaggio desertico del sud atlantico, tra blu e bianco, beige e verdi intensi. Materiali semplici, facili a posare e da mantenere, con il ricorso della mano d’opera locale. Il pavimento in cemento colorato e i muri in calce o di tadelak creano una contemporaneità certa e riconoscibile. Esteriormente la pietra dell’Ourika è regina, suadente ed elegante. Rivolta verso l’Atlantico, maison d’hôtes, casa provata, bivacco e appartamenti, questo luogo da prova di tutto il savoir-faire delle maestranze marocchine, garantendo un livello di confort essenziale  a questa oasi di pace. Ksar Massa coniuga piacere e “dolcefarniente” lasciando dentro l’anima l’impressione di essere sospesi tra il cielo e il mare.

Fonte: My Amazighen

Sahara, deserto di anime e colori

September 17, 2015 Leave a comment

sahara marocco

Per molti il Sahara si trova in Algeria; errato. Il Sahara marocchino offre ai suoi visitatori una ampia gamma di paesaggi molto diversificati tra di loro: oasi di tutte le forme e dimensioni sono presenti nei principali punti dove sgorgano sorgenti e nelle parte costiera desertica l’elemento principale è il vento sferzante e la bruma atlantica, che offrono un aspetto unico  a questi luoghi, offrendo una costa vergine con una luce particolare e affascinante. Il limite Nord del Sahara è soggetto a discussioni: alcuni lo situano ai bordi di Guellemin e Ouarzazate (a partire da 100 mm di pioggie annue), ma altri pensano che il Sahara inizi più a Sud, a partire da Tan-Tan e da Zagora, sopra i 50 mm di pioggie annuali. Da tenere presente comunque che possono passare anche alcuni anni di siccità totale prima di vedere qualche mm di pioggia. Le temperature estive sahariane sono elevate  al Nord con punte di 50° mentre nelle zone costiere non si soffre di caldo. In inverno nella parte Est di Zagora il gelo è frequente mentre altrove le temperature sono clementi. Il Sahara non era cosi’: i letti dei fiumi ancora presenti sono ampi e le pioggie modeste degli ultimi secoli non sono state in grado di scavare queste profondità e larghezze: le incisioni rupestri, in particolare nella regione di Tata, rappresentano una fauna selvaggia (elefanti, tigri, leoni, rinoceronti) che esigeva per il loro sostentamento ampi pascoli verdi. Ci sono stati periodi più umidi, l’ultimo datato tra i 1.000 e i 3.000 anni P.C.. Dopo di questo gli uomini hanno dovuto adattarsi e gli allevatori di bovini migrarono verso il Nord (nel periodo almoravide un enorme ondata di popolazione sahariana si sposto’ verso quei luoghi), quelli che rimasero riconvertirono i loro allevamenti con i dromedari e le capre. Queste variazioni climatiche sono state legate sino ad oggi a dei fenomeni planetari naturali. L’effetto serra odierno, dovuto alle emissioni di gas nell’atmosfera stanno provocando un effetto antagonista: un aumento delle pioggie ma in egual misura una evaporazione più forte dell’acqua disponibile nel suolo. La causa maggiore, attualmente, della progressione del deserto verso Nord è dovuta all’aumento della popolazione umana e le sue ripercussioni devastratici sull’ambiente. Primo disastro è stata la scomparsa di molta fauna sahariana. Sono sparite le grandi antilopi, come l’Oryx e l’Addax, la gazzella dama e lo struzzo. Ghepardi e iene sono minacciate di estinzione. Anche la gazzella Dorca, tanto presente negli anni ’50 è diventata rara: è troppo facile cacciare in 4X4!! Solamente la piccola fauna riesce a mantenersi viva nei grandi Ergs come il Fennec che esce allo scoperto per cacciare la notte. E poi i nomadi. Quelli autentici si incontrano a partire dalla regione di Zagora, insieme agli “Aarib” (arabi sahraoui della regione di Mhamid).

Di fatto i nomadi attuali vivono nel Sahara occidentale ed appartengono a diverse tribù di cui le più importanti sono quella di Tekna ( da Guelmim a Laayoune), i Reguibate(regione di Laayoune, Smara e più a sud) e quella dei Oulad Delim (presenti a sud di Dakla). Tutte queste tribù parlano un dialetto arabo,  “Hassanya“, ugualmente utilizzato in Mauritania. Storicamente sono chiamati uomini blu per via dei loro abiti colorati con l’indigo, che col calore passa sulla pelle, riflettendo quel tipo di blu ma, nella realtà i Tuareg originali sono completamente assenti dal Marocco. I nomadi vivono nelle “Khaiime”, tende montate su una struttura formata da due colonne di 2 mt di altezza,  che sostengono una barra in legno scolpito, l’Ahammar. Questo portico in legno è poi sostenuto da una banda di tessuto legata a dei picchetti con corde e funi. Le tende sono formate da bande di tessuto di lana nere e marroni di 40/60 cm di larghezza per 6/10 mt di lunghezza. Queste bande in lana di capra o di cammello sono chiamate “Flijs”,e sono tessute dalle donne con un telaio orizzontale. Una tenda media misura 25 mq e necessità di una decina di Flijs, solidamente cuciti tra di loro dagli uomini. Tutto intorno i picchetti tendono la tenda a circa 80 cm dal suolo lasciando circolare l’aria. Il portico centrale divide la tenda in due parti: quella delle donne, sovente nascosta ad occhi estranei con tende sottili, che contiene tutti gli utensili necessari e  la parte maschile, dedicata agli uomini ed aperta ai visitatori. Tappeti molto alti sono sparsi ovunque a ricoprire il suolo ed isolare dal freddo in inverno. La zona più spettacolare del Sahara marocchino si trova nei pressi di Merzouga/Erfoud/Zagora dove inizia l’Erg Chebbi. Una distesa di sabbia con dune alte anche sino a 50 mt, che cambiano posizione in base alla velocità del vento. Il sole riesce, con una ammirabile alchimia, a cambiare il colore di queste dune, in base alle ore e alla esposizione. La notte magica dell’Erg Chebbi diventa ancora più magica sotto un portico di stelle che si immagina di toccarle tanto sono vicine. Scrivero’ sull’Erg Chebbi in una pagina a parte perché ne vale realmente la pena visitarlo ed averlo poi come un ricordo unico e prezioso del Sahara marocchino.

Fonte: My Amazighen

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Caftano, tra charme e seduzione

June 7, 2014 Leave a comment

amica caftano

Se Adriana Karembeu è salita sui podi più alti indossando il caftano marocchino e Susan Sarandon lo ha indossato alla premiazione del Festival del Cinema di Marrakech, quest’ultimo ha influenzato non poco il mondo delle nuove tendenze che sposa una moda che arriva da lontano,  la tradizione che impone le sue origini tramandandole da secoli. Il caftano marocchino unito alla fantasia di bravi stilisti, accorpa la fantasia e il capriccio, allaccia la magia allo charme tutto orientale e coniuga la seduzione ad ogni epoca. La tradizione flirta con l’uptodate, l’audacia si mixa al modernismo orientale, i tagli sposano i corpi, i ricami si uniscono ai tessuti e i colori creano miracoli prodigiosi. Le donne sono entusiaste, gli uomini attratti. Ilcaftano è una eredità di generazioni fieramente indossato in tutte le cerimonie marocchine; fidanzamenti, matrimoni o ancora battesimi, sono occasioni dove l’indumento esprime al massimo la sua eleganza e la sua bellezza. I differenti tagli poi sono fonte di una gioia immensa per i sarti e per chi indosserà il capo. Si può scegliere il “laaroussa“, sublime la “nfissa“, sotto lo sguardo attento e preciso della “Khayata“. È l’abito di base della donna marocchina che soddisfa appieno la femminilità che si è  impadronità, oramai da decenni, delle donne del Paese. Dal tempo dei Romani, il caftano ha percorso un lungo cammino ed elesse domicilio inMarocco; è oramai parte integrante del Patrimonio Nazionale e conferma giorno dopo giorno la sua posizione di leader quando si parla di eleganza e di maestosità orientale. Gli stilisti non centellinano sull’immaginazione e la creatività quando si tratta di creare nuove tendenze, tagli particolari e tessuti. Tessuti che spaziano dal satin duchessa, passando per taffetas, shantung di seta, organza, sino ad arrivare a preziose tessiture in oro damascate. Anche per i ricami vi è  l’imbarazzo della scelta; è un mestiere antico, che si va perdendo e che richiede maestria, colpo d’occhio e un gusto eccelso per i particolari anche minimi. Oggi è chiaro un ritorno alle antiche “broderie“, sovente con ramages di fiori che si chiamano “Jarda” (giardini), ricamate quasi sempre a livello del decolletté e che necessità di una enorme combinazione dicolori e di toni. Se il caftano marocchino colpisce di meraviglia chi lo osserva, la sua creazione non è cosi’ semplice come sembra. Dal taglio alla couture, passando per i ricami, questa ottava meraviglia del mondo esige arte e mestiere. Per fare tutto questo i sarti devono essere minuziosi e l’applicazione e la perfezione sono strumenti indispensabili. In effetti lo “Izar che avvolgeva il corpo con un piccola cintura al tempo dei Romani non ha più niente a che vedere con l’industria attuale della alta sartoria tradizionale marocchina. Per la creazione è indispensabile una buona mano d’opera ma la scelta del tessuto è  quella che decide il modello e la vestibilità finale. Nellamedina di Marrakech si trovano ancora dei bambini che aiutano i loro genitori durante la fase del ricamo; questa pratica che dura da anni implica questi giovanissimi ad apprendere il mestiere e, con le loro piccole dita possono facilmente aprire matassedi seta che si ingarbugliano e incrociare i fili di colori con una facilità estrema. Voglio ricordare il grande stilista algerino YSL, che ha presentato in tutte le sue collezioni caftani spettacolari prendendo spunto dai colori e dalla vita di Marrakech, città dove viveva e dove trovava l’ispirazione per le sue collezioni. Anche da uomo negli ultimi tempi sono sorte numerose griffes che presentano modelli veramente spettacolari, per le calde serate europee e perché no per una festa da mille e una notte dal taglio glamour. I prezzi di un caftano variano dai 600 Euro ai 1.500, secondo lo stilista. Tutto dipende dalla lavorazione e ovviamente dai ricami. Alcuni ricami sono eseguiti con fili in oro e argento quindi il prezzo aumenta notevolmente. Sono prezzi alti ma si possono trovare anche delle varianti economiche cucite dai sarti della medina, con cura eccelsa, a prezzi che variano tra i 100 e i 200 euro, quindi tutti hanno la possibilità di regalarsi un capo importante, un piacevole ricordo del Paese, uno stile di vita unico che riflette una cultura fatta anche di dettagli, di piccoli particolari, di ore passate a ricamare minuscoli fili per il piacere di guardare e farsi guardare!

Fonte: My Amazighen