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Sotheby’s, incanto memorabile per l’archivio personale del cineasta sovietico Andrei Tarkovsky

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Lettere, manoscritti, fotografie, registrazioni audio e documentari venduti alla casa d’aste inglese Sotheby’s per circa 1.9 milioni di euro. Il valore del tesoro dell’archivio personale del cineasta sovietico Andrei Tarkovsky ritorna nella sua regione natale Ivanovo, in Russia, materiale – in buona parte inedito – custodito, fino ad oggi, dalla collega Olga Surkova, coautrice di ‘Scolpire il tempo’, che sembra aver suscitato una così grande aspettativa. L’archivio “che copre gli anni 1967-1986” è stato battuto dopo 18 minuti tra contese che hanno fatto lievitare il prezzo di partenza che si aggirava intorno i 99.000 e 12.000 euro.
L’archivio, verrà custodito nel museo Tarkovsky della città di Yuryevets, dove il regista trascorse la sua infanzia. Nell’arco di 15 anni girò sette film, tutti considerati dei capolavori, tra cui ‘Sacrificio’, del 1986, realizzato quando già era malato. Secondo Stephen Roe, esperto di libri e manoscritti presso la casa d’aste Sotheby’s, è molto difficile che in futuro si possano ripetere aste simili dedicate al regista russo. Alcuni pezzi del lotto rivelano momenti particolarmente difficili e duri dell’artista. Nella bozza di una delle lettere si legge: “Per tre anni e mezzo, il mio film è stato vietato nelle sale … Andrej Rublëv non era stato, né poteva essere utilizzato per nessun tipo di propaganda antisovietica. Non mi è concesso, in nessun modo, di portare a termine le mie idee creative. Dicono che questo problema sia strettamente collegato alla sorte di Andrej Rublëv … Ma io non ho un lavoro, non posso mantenere né me, né tantomeno mia moglie e mio figlio. Non mi sento molto a mio agio a parlare di questo, ma è da tempo ormai che la mia situazione non accenna a cambiare, e non posso più tacere”.
Tarkosky si impose sulla scena mondiale con il suo secondo film ‘Andrei Rublev’, del 1969. Tarkovsky, ritenuto uno dei più grandi registi mondiali, morì di cancro a Parigi nel 1986, a 54 anni. Il cineasta era stato costretto all’esilio dopo aver sfidato l’ortodossia sovietica, in particolare l’ateismo della superpotenza comunista con la sua rivendicazione dei valori religiosi.

Emilio Di Iorio

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