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Bilderberg

February 15, 2012 Leave a comment

Nella sesta puntata del podcast mi avete sentito parlare per la prima volta, durante quella puntata ho parlato di Bilderberg e di come sia stato semplice mettere down il sito ufficiale. A parte questo, in questo articolo vorrei parlare di Bilderberg, che non è altro che l’incontro annuale di economisti, banchieri e “gente potente” più misterioso di sempre. Già, perché è un incontro privato, chiuso alla stampa che non ne parla quasi mai. È qualcosa di molto interessante, e ne scopriremo di più in questo articolo…
Cos’è Bilderberg
Bilderberg è un incontro annuale con circa 150 partecipanti invitati tra banchieri, imprenditori, politici e altri personaggi molto influenti in campo economico. È considerato il più autorevole e importante incontro economico non pubblico, quindi non aperto alla stampa. È chiamato così in quanto la prima conferenza avvenne nel 1954 nell’hotel de Bilderberg in Olanda. L’incontro viene infatti organizzato solo in hotel e resort di lusso in tutto il mondo, anche se la maggior parte in Europa. Come ho detto prima, a questo incontro partecipano persone di spicco dell’economia mondiale, tra gli italiani segnaliamo Romano Prodi, Mario Monti, Franco Bernabè, fam. Agnelli ecc. Tra gli esponenti mondiali notiamo i nomi di David Rockefeller, Josef Ackermann, Marcus Agius e tanti altri, insomma, gente con pochi soldi.
La conferenza è presieduta da una commissione permanente, composta da vari personaggi di 18 nazioni differenti e da un presidente (l’attuale è Henri De Castries) che assieme alla commissione seleziona i partecipanti. La commissione e il presidente vengono rieletti ogni 4 anni. Negli ultimi tre anni ci sono state conferenza in Grecia (2009), Spagna (2010) e Svizzera (2011). L’ultimo appuntamento italiano fu nel 2004 a Stresa, in Piemonte.


Cosa c’è dietro Bilderberg: la presunta cospirazione
Finora abbiamo visto il gruppo più dal punto di vista enciclopedico, e a riguardo per approfondimenti visitate Wikipedia in italiano e in inglese. E fin qui sembra tutto normale, certo, la domanda sorge spontanea: “Come mai un incontro così importante non viene reso pubblico?”. E qui vi si apre un mondo di misteri. Già, perché la stampa ne parla quasi niente e le teorie sulla presunta cospirazione abbondano. Infatti girano molte voci riguardo i programmi di questa conferenza. Ufficialmente, come si legge da questa pagina, si parla spesso dei problemi che affliggono l’umanità, dunque povertà, Kyoto, inquinamento, protezionismo, sistemi totalitari, Iran, il permanente successo della Svizzera e chi più ne ha più ne metta. Questi sono i programmi, in teoria, dunque un incontro solo consultivo e informatico che non ha nessun potere decisionale, in teoria.
In pratica non si sa, perché nessuno ci dice veramente cosa accada là dentro. Chi parla di cospirazione afferma che il gruppo è organizzato per decidere le sorti dell’economia mondiale, in poche parole da quella conferenza escono decisioni del tipo “Facciamo cadere il governo XX oppure ammazziamo il leader africano dello stato XX”. O addirittura “Trasferiamo i nostri investimenti in Cina e abbandoniamo l’Europa”. Decisioni che, se prese dai membri di questo incontro possono veramente cambiare l’economia globale, e quindi cambiare, a lungo andare, i nostri stili di vita. C’è chi dice che le manovre finanziarie italiane di Tremonti e Monti siano state dettate dal gruppo Bilderberg.. Insomma di voci che girano ce ne sono.
Ancora più pauroso è certamente il sito web (lo so, forse ha bisogno di un web designer) di Tony Gosling, un personaggio fermamente convinto che il gruppo Bilderberg sia molto pericoloso. Nonostante non creda a molte delle cose che il sito dice, ha comunque delle frasi interessanti che fanno riflettere, del tipo “La bibbia è ancora la guida più chiara per capire il casino in cui il mondo si trova”. Personalmente a me Tony Gosling parte un fanatico, un personaggio che mettere tutto sul punto dell’esagerazione.

Cosa bisognerebbe pensare
Purtroppo ci troviamo di fronte a qualcosa che pare più una leggenda da Voyager che una realtà. Bildeberg è certamente un incontro delicato e dal momento che nessuno ne sa nulla e noi non sappiamo quanto i “testimoni” (come il banchiere svizzero) siano affidabili, non possiamo dire se si tratta di una cospirazione o se si stratta di un incontro serio e volto a risolvere i problemi che affliggono l’umanità. Sicuramente gli argomenti toccati sono delicati, ma non credo che lì dentro gente che ha guadagnato il denaro con merito e grandi imprese industriali prenda decisioni che in teoria dovrebbero essere prese dal popolo. Decisioni che, dalle interviste e dai video possono arrivare persino a far uccidere della gente.
In conclusione prenderei queste teorie della cospirazione con le pinze, sappiamo tutti quante leggende e bufale ci vengono raccontate, e io sono convinto che Bilderberg sia una di queste. Attenzione però, potrebbe essere anche vero il fatto che nel gruppo Bilderberg vengano prese decisioni che migliorano l’economia di tutti i paesi o che risolvono problemi di altri paesi. Ad esempio non vedo che male ci sia ad avere un gruppo economicamente potente che, anche senza il consenso dei cittadini, prenda decisioni in merito al capovolgimento di governi africani o di altri paesi che non aiutano di certo l’economia globale (pensiamo alla storia recente dello Zimbabwe) e che rovinano anche la vita della popolazione di tale paese.

Fonte: Skimbu

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Ray Eames, duo che insieme cambiarono la storia del design americano

January 13, 2012 Leave a comment

“Da sempre mi affascinano le persone che danno “forma” e creano cose. Loro decisero di farlo in coppia. Oggi dedico il mio post a Charles e Bernice Alexandra Kaiser detta Ray Eames, marito e moglie che insieme cambiarono la storia del design americano e del mondo. Da inguaribile romantica li ho immaginati intenti a lavorare ai primi prototipi della Lounge Chair e a “giocare” con il design nella loro avvenieristica casa studio. La Eames House a Los Angeles fu il loro laboratorio di vita e lavoro dove concepirono progetti di architettura, film, tessuti, oggetti e piccole cose di design che a tutt’oggi decorano meravigliosamente le nostre case…”
by Cecilia Lugli

Fonte: My Vanity Blog

Italia Veloce, officina italiana velocipedi di pregio

November 30, 2011 Leave a comment

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ITALIA VELOCE, Officina Italiana velocipedi di pregio.
Stile, unicità e qualità nel muoversi in bicicletta
Tutto nasce quando tre ex compagni di scuola, oggi adulti, vanno a rovistare in un vecchio negozio di biciclette, ormai chiuso da anni. Da quella banale visita, riaffiorano i bellissimi ricordi di quando erano bambini. La cosa che hanno sentito più naturale è stata quella di riaprire i battenti con una nuova idea e con la vecchia passione per le bici. Da qui nasce Italia Veloce, una linea di biciclette che prende ispirazione dal movimento futurista di Marinetti, Balla e Boccioni nella sua filosofia e che affonda le proprie radici nell’artigianalità più spinta e nell’eccellenza di un prodotto tipicamente italiano.
La filosofia
Italia Veloce si pone l’obiettivo di portare sul mercato una bicicletta dal grande valore artistico, stilistico e culturale, con la voglia di riscoprire il vero valore del “fatto a mano”. Ma non solo, Italia Veloce è un modo di poter riassaporare i valori del benessere individuale e della qualità della vita, tipici della “Provincia Italiana” che tutto il mondo ci invidia. Immersi in un mondo di valori della tradizione che sembrano superati ma che ora più che mai sono la vera grande ambizione di tutti. Una pedalata che significa tempo libero, giocare con i propri bimbi o gustare un piatto di pasta in un’assolata piazza in un sabato di primavera. Una pedalata che significa una vita ad “impatto zero” più attenta ai risvolti eco ma che strizza l’occhio allo stile e diventa “eco-chic” per eccellenza.
Le qualità alla base
Estetica rigorosa, le scelte cromatiche e soprattutto, l’esclusivo design del manubrio “Freccia” – brevettato – esaltano il concetto di velocità e rendono il prodotto “sempre in movimento” anche quando si trova fermo in salotto. Ogni bicicletta è realizzata a mano totalmente in Italia, presso l’atelier di Piazzale Cervi, 12 in Parma, da sapienti artigiani, che tramandano “da padre a figlio” la grande tradizione di produzione ciclistica, ed estremamente curata in ogni dettaglio, diventa, oltre che un mezzo affidabile per gli spostamenti urbani, un oggetto di design di grande valore.
Il sito web www.italiaveloce.it permette, attraverso un configuratore, di creare la propria Italia Veloce, come fosse un vero e proprio abito su misura.
Italia Veloce, con la sua prima gamma, presenta quattro modelli. Il top di gamma, la “Magnifica”, realizzata a mano con tubazioni Columbus, ha un’esclusiva particolarità: può essere richiesta con guarnitura d’epoca, per un periodo che copre diversi decenni, a seconda dei casi, dal 1950 agli anni 70’. Questo conferisce al prodotto un’assoluta esclusività reale. I pezzi infatti sono usati, ed acquistati in mercati di settore, in giro per il mondo. La forcella a doppia spalla sovrapposta, prende spunto dalle forcelle utilizzate su pista negli anni 50, uscite dalla produzione in serie, per gli alti costi di realizzazione e replicabili solo artigianalmente. La tradizione è al servizio dello stile, per un prodotto senza tempo ma proiettato nel futuro. Gli altri modelli – con nomi di chiara ispirazione anni 30’ – sono la “Ruggente”, l”Audace” e la “Ribelle”. Ognuno con distintivi propri segni e capacità di declinarsi ai gusti più disparati.
Tutte le biciclette Italia Veloce sono numerate con targhette incise a mano sul prodotto, e fornite con un libretto che ne registra le caratteristiche. Esse sono poi riportabili direttamente dal cliente sul sito http://www.italiaveloce.it per entrare nel Registro Ufficiale che ad oggi presenta già oltre cento appassionati che potranno tracciare l’intera vita del proprio mezzo.
I prezzi – che variano a seconda della componentistica scelta – vanno dai 1.400 euro per il modello base, ai 4.500 per la bici super esclusiva.

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Jeff Dunham, mago della risata

November 30, 2011 Leave a comment

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Altra domenica altra giornata all’insegna della risata! Oggi vi parleremo di una leggenda della comicità, Jeff Dunham, uno dei comici più amati negli USA, ma anche uno dei più esperti ventriloqui al mondo. Un vero e proprio mago della risata, unico nel suo genere, un esempio per tutti gli aspiranti comici di cui vi parleremo in questo articolo.
Chi é Jeff Dunham?
Come vi avevo anticipato, Jeff Dunham è uno dei più popolari comici negli Stati Uniti, divenuto famoso per la sua bravura nell’arte della ventriloquia che unisce a un umorismo unico, caratterizzato da battute spassosissime neanche troppo spinte, e all’abilità di improvvisare interagendo con il pubblico.
Grazie a molti anni di esperienza, la ventriloquia di Dunham appare così naturale e dinamica che improvvisamente vi sembrerà di vedere un vero pupazzo vivente e una persona che chiacchierano, tant’è vero che spesso Jeff presta la sua voce a più di un pupazzo durante la stessa scena.
Stand-up Comedy
In particolare, Jeff è un comico “stand-up”, ossia che non si avvale di battute e barzellette già conosciute, ma si presenta ogni volta con testi freschi e originali basati sulle osservazioni della vita quotidiana e sulla situazione sociale e politica del proprio paese.
Gli spettacoli di Dunham consistono in una conversazione che ha luogo tra lui stesso e uno dei suoi famosissimi pupazzi, alcuni rappresentanti i tipici stereotipi americani e altri personaggi del tutto fantasiosi e con caratteri sempre diversi fra loro. La bravura di Dunham risiede anche nella sua capacità di cambiare incredibilmente tonalità di voce ogni volta che deve cambiare pupazzo (dovreste sentirlo mentre parla con due pupazzi allo stesso tempo).
I pupazzi di Jeff Dunham
Riguardo ai pupazzi, veri protagonisti degli show di Jeff Dunham, questi vi faranno morire dal ridere per il modo in cui Jeff li fa parlare, ma anche per il loro aspetto, molto caricato e, a volte, esagerato. Vediamo quali sono i pupazzi più conosciuti usati dal comico:

  • Achmed the Dead Terrorist, è molto probabilmente il pupazzo più amato dai fan di Dunham. Achmed è un kamikaze morto per “detonazione precoce”, di lui rimane solo uno scheletro che porta il pizzetto e un turbante; è molto permaloso e dall’animo vendicativo. Si diverte a fare battute di cattivo gusto sulla guerra in Iraq e a minacciare Jeff e lo stesso pubblico con la sua solita frase “Silence! I kill you!”.
  • Peanut, una scimmia rosa molto fastidiosa che non esita a dire tutto quello che gli passa per la testa. Spesso si diverte a irritare Jeff e a prendere in giro gli altri pupazzi, come il povero Josè Jalapeño. Vi farà scoppiare dal ridere con le sue risate e le sue imitazioni.
  • Josè Jalapeño On A Stick, come avrete già intuito dal nome, è un Jalapeño (peperone molto piccante) parlante infilato su un bastone e indossa (indovinate un po’…) un sombrero. Josè Jalapeño è il primo pupazzo costruito da Jeff e uno dei primi ad aver debuttato durante gli spettacoli del comico. Ogni sua battuta viene conclusa con un “On a stick!”.
  • Walter, è il tipico veterano dalla guerra del Vietnam scontroso e menefreghista, unico per le sue battute pungenti. Cosa odia di più al mondo? Sua moglie, con cui è sposato da ben 46 anni.
  • Melvin, un supereroe con un grande superpotere: vedere attraverso i vestiti. Viene spesso riconosciuto per il suo grande naso, infatti afferma che il suo rivale è Pinocchio.
  • Bubba J, il tipico stereotipo del redneck, ovvero una caricatura di quegli americani che abitano nella zona meridionale degli USA. In merito a tale stereotipo, Bubba J afferma di vivere in un camper e i suoi hobby preferiti sono bere la birra e guardare le corse di Nascar alla TV.

Questi sono i pupazzi più usati da Jeff Dunham, tutti acclamati dal pubblico e ciascuno unico per carattere e aspetto.

Pasquale Fusco
Fonte: Skimbu

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Freddie Mercury, ventesimo anniversario della morte di un mito

November 22, 2011 Leave a comment

Per quanto priva di qualsiasi riscontro scientifico, l’ipotesi che l’unicità del suo destino fosse scritta nel luogo di nascita resta assai più che suggestiva. Freddie Mercury era nato a Zanzibar, era di etnia Parsi e fino all’adolescenza era cresciuto in India. Una biografia assolutamente insolita per la storia del rock. Si chiamava Farrock Bulsara, ma il nome anagrafico è come se fosse stato cancellato dalla gloria dello pseudonimo. Giovedì 24 novembre cadrà il ventennale della morte della voce dei Queen, ancora oggi una delle icone più potenti prodotte dalla cultura pop degli ultimi trent’anni. Persino nella morte prematura Freddie ha lasciato un segno, stroncato dall’Aids quando le terapie che oggi permettono di convivere con la malattia erano ancora di là da venire e la sindrome da immunodeficienza acquisita era ancora un morbo da nascondere, “una peste per eroinomani e omosessuali”. Persino un superdivo multimiliardario che aveva clamorosamente portato i codici della teatralità gay sui palchi del rock aveva vissuto la sua omosessualità come un fatto privato, così come aveva tenuto nascosta per anni la sua malattia. La morte prematura per i divi è il passaporto per il mito. Ma in fondo, se si vuole sintetizzare, ciò che rendeva così speciale Freddie Mercury era proprio il fatto che portasse in scena il suo mito.

Tecnicamente è stato un cantante strepitoso e un performer con pochi rivali. Se lo ricorda bene chiunque abbia visto Live Aid, dove, per giudizio unanime, il set dei Queen fu considerato di gran lunga il migliore. Trasformandosi nella regina Farrock Bulsara concentrava una vocalità da melodramma (non a caso insieme a Montserrat Caballé ha inciso quel monumento kitsch di Barcelona Barcelona, inno delle olimpiadi catalane), con la teatralità gay e tutto ciò che da Mick Jagger a David Bowie era stato codificato nel linguaggio dell’ambiguità.

Il tutto messo a servizio di un contesto musicale rock dal sapore heavy che non disdegnava la cantabilità del pop. Nonostante fosse un musicista colto ed evoluto, sul piano del gusto non andava troppo per il sottile. Ma il pubblico che ama la combinazione tra schitarrate quasi metal, arie da melodramma e strutture che pescano nel classico è sconfinato. In Italia in particolare ci vogliono nomi come Pink Floyd, Beatles, Led Zeppelin per poter rivaleggiare in popolarità con Brian Mey e compagni. Non per niente la tourneé della reunion, messa su da Brian May e Roger Taylor (John Deacon, il bassista, non ha accettato) con Paul Rodgers (il cantante dei Free che era l’idolo giovanile di Freddie Mercury) ha avuto un grande successo. Ovviamente era un greatest Hits dal vivo dei Queen, ricantato da Rodgers. Solo un brano era lasciato con la voce originale: Bohemian Rapsody. Freddie Mercury la cantava ancora, in un video, naturalmente seduto al pianoforte. Non si può sfidare un mito.

Paolo Biamonte

Fonte: Ansa

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Circo Vuitton, nelle migliori vetrine il circo di Louis Vuitton

November 10, 2011 Leave a comment

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Non è una novità che Louis Vuitton abbia deciso da tempo di ispirarsi al circo. Ma l’ultima idea che esce dalla Maison francese (che affonda le sue radici a Parigi nella metà dell’800) è destinata a lasciare il segno e a dare un tocco di magia alle festività natalizie ormai alle porte.

Per questa particolare e sempre attesissima ricorrenza a cavallo fra religiosità e consumismo, Vuitton ha deciso di personalizzare le sue lussuose vetrine con un tocco di arte della pista. A partire da oggi e fino al Capodanno in tutti gli store del mondo, funanboli, giocolieri, prestigiatori, trapezisti, ammaestratori, equilibristi e clown fanno bella mostra di sé nei punti vendita del prestigioso marchio dei beni di lusso, presenti ormai in tutto il mondo, dai Champs-Elysée a Beirut, da Mosca a Canton Road, da Londra a Tokyo, solo per citarne alcuni.
Per spiegare questo feeling con il mondo e le atmosfere del circo, occorre fare un salto indietro di oltre un secolo, quando famosi artisti del circo e del music-hall acquistavano abitualmente i loro abiti da Vuitton, l’imprenditore del buongusto nato a Lavans-sur-Valouse il 4 agosto 1821 e morto nel 1892, quando lasciò il suo impero al figlio George.
Il mimo Kita, ad esempio, andava geloso dei bauli Vuitton che acquistò agli inizi del ’900 e che portò anche in scena, tanto da diventare oggetti di culto e di raffinatezza. Ma come lui molti altri, compreso “l’uomo bersaglio” Robert Wilson, famosissimo fra la fine dell’800 e i primi del secolo seguente, e molte star del circo. Fra i tanti marchingegni dai quali si liberò, Houdini riuscì anche a fuggire da un baule Vuitton con serratura a cinque scatti appositamente pensata da George Vuitton, che lanciò una vera e propria sfida al grande illusionista, il quale – abituato ai colpi ad effetto – annunciò con un manifesto di accettare “la sfida, da disputarsi la sera di giovedì 9 marzo all’Alhambra. La cassa fabbricata dal signor Vuitton sarà esposta a partire dalla sera di lunedì 6 marzo nel buffet dell’Alhambra”.
Ma quella di Vuitton è una storia che s’intreccia molto da vicino con giocolieri e acrobati anche per altre curiose coincidenze. I Vuitton vivevano ad Asnières e qui nel 1859 avevano costruito anche il loro atelier. Guarda caso a due passi da una storica famiglia di circo, i Rancy. Théodore Rancy era quasi coetaneo di Louis Vuitton.
“Il circo Rancy, a suo tempo molto popolare, impiegava un battaglione di clown bianchi, di clown augusto, di giocolieri e di acrobati; vi erano una donna tagliata ogni sera in tre pezzi, dei nani specializzati nel travestimento burlesco e, naturalmente, i cavalli ammaestrati, un orso bruno addestrato a sbucciarsi le arance, un cinghiale addomesticato, dei cani sapienti e perfino un pony per il quale, nel marzo 1922, in segno di buon vicinato, i Rancy avevano ordinato al fabbricante un robusto baule rifinito, lungo 1,40 metri, foderato in vuittonite grigio rondine, destinato al numero di scena del pony suddetto”. La notizia è riportata da Sfilate.it.
Se questo è il passato, anzi le origini, non sorprende il ciclico ritorno di Vuitton alle proprie radici, come accadrà anche in questo fine anno. Ad accogliere i clienti Vuitton ci saranno simboli, suggestioni, immagini che fuoriescono dalla lunga storia del circo: manichini, ovviamente di tutto punto agghindati con “pezzi” della Maison, in equilibrio sulla fune, acrobati appesi al trapezio che reggono borse e così via. E’ il Natale Vuitton. La classe non è acqua.

Fonte: Il Circo

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Steve Jobs, l’uomo che non conoscevo

November 2, 2011 Leave a comment

Prima della morte di Steve Jobs, tutto ciò che sapevo su di lui mi era giunto tramite passaparola, video e mie supposizioni sulla sua persona basate sul personaggio pubblico che si mostrava al mondo.
Non avevo letto nulla su di lui, qualcosa mi bloccava dal leggere i libri che circolavano sul suo conto come “Nella testa di Steve Jobs. La gente non sa cosa vuole, lui sì“. Mi rifiutavo di avventurarmi in letture che non avevano niente da darmi, se non un’analisi di ciò che già potevo dedurre di mio.
Tutto ciò è cambiato alla sua morte, poiché già sei anni fa Steve aveva pensato alla creazione di un suo testamento spirituale, un lascito che svelasse tutto di lui senza segreti. Per la sua stesura si è voluto affidare a Walter Isaacson, noto biografo, e il risultato possiamo gustarlo oggi nella magnifica biografia, dal titolo minimale come sarebbe piaciuto a lui: “Steve Jobs“.
Questo non vuole essere né un articolo da fanboy (cosa che non sono) né un elogio, ma semplicemente un punto di partenza per chi come me è interessato e attratto da questo personaggio e lo crede, non un genio, non un “drogato che ha avuto una botta di fortuna”, ma un uomo più profondo con un percorso travagliato che è bello avere la possibilità di conoscere.
Personalmente sapevo poco e nulla del Jobs precedente la fondazione della Apple e il libro di Isaacson mi ha permesso di conoscere tutto il percorso che lo ha portato al successo, che forse è addirittura più interessante di ciò che ha fatto una volta raggiunto il successo (ok forse sto esagerando).

La cosa che più mi ha affascinato è stata l’idea di fondo con la quale viene presentato il personaggio: Jobs non ha doti tecniche straordinarie (a differenza di Wozniak), ma è un invidiabile uomo d’affari, che si trova all’intersezione di mondi diversi, fra tecnica e arti liberali.
Prima di leggere il libro non sapevo che:

  • Steve era un bambino prodigio alle scuole elementari e viveva in un quartiere popolato da ingegneri;
  • suo padre era un meccanico col fiuto per gli affari e lui cercò di emularlo in un altro settore, l’elettronica;
  • non avesse il minimo rispetto per l’autorità e si divertisse a far loro scherzi e a metterle in difficoltà con le parole;
  • era un fan sfegatato di Bob Dylan e che l’amicizia con Wozniak nacque anche per questo.
  • progettò, insieme a Woz, una versione single-player di Pong usando pochissimi chip e in soli 4 giorni;
  • avesse frequentato il Reed College per un semestre, seguendo un corso di indirizzo letterario;
  • il primo progetto commerciale realizzato da lui e Woz non fu l’Apple I, ma furono le così dette Blue box, delle “scatole magiche” che permettevano di fare chiamate interurbane al costo di normali chiamate urbane (ai tempi non c’era Skype); riuscirono a venderne un centinaio;
  • usarono una di queste per fare uno scherzo telefonico al Papa, chiamando il vaticano e fingendosi vescovi;
  • non sapevo che per la maggior parte del tempo girasse puzzolente e vestito come un barbone;
  • non sapevo della sua ossessione per la cultura Zen e per la ricerca dell’illuminazione che lo condusse in un viaggio di diversi mesi in India.

Quello che voglio dirvi è che l’apparenza spesso inganna e conoscere la storia di quest’uomo può risultare un’esperienza interessante, anche per chi non è un fanboy.

Fonte: Skimbu

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Uma Wang, poesia cardata nel panorama del fashion system

October 28, 2011 Leave a comment

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Storie di intrecci e di lane corpose, texture strutturali e pulizia orientale. Vi presento Uma Wang. Astro ormai più che nascente nel panorama del fashion system, globe-trotter senza sosta, la giovane designer sboccia a Shangai e scivola lentamente da un continente all’altro, perfezionandosi alla Saint Martins, costruendo e levigando il suo brand in quel di Londra, riscuotendo onori dalla critica in Paris e sfilando come pupilla al Vogue Talents Corner 2011, a Milano.

Già venerata e amata nel paese del sol levante e notata in tutto e per tutto nel panorama europeo, tanto da essere scelta da Swatch come nuova collaboratrice per la 2012 collection (ruolo già ricoperto negli ultimi anni da designer del calibro di Manish AroraJeremy Scott e Jean Charles De Castelbajac), miss globalizzazione dal canto suo, forte di una lunga gavetta, abbraccia la sua sesta e sensazionale collezione regalandoci delle vere perle di knitwear funzionale.

Texture graffiate eppure lineari sfociano in una geometria e in una pulizia dettagliata, la forte ricercatezza nelle forme apparentemente sterili esplode in un vortice di fusioni e di evoluzioni in lana;  protezioni che scivolano silenziosamente intorno alla linea del corpo, costruzioni avvolgenti, sublimi e mastodontici involucri di poesia cardata contrapposti alla regolarità statica della lucidità pettinata di alcuni cappotti. Le superfici tridimensionali si accompagnano a stampe dalla semplicità caleidoscopica, mentre pantaloni dal cavallo basso e dalla finezza confortante che solo un taglio morbido studiato ad hoc può regalare, si vanno a contrapporre a capispalla sartoriali ton sur ton, colli in continuo sviluppo  e abiti asimmetrici. Un’eleganza apparentemente lasciata al caso eppure studiata in ogni singola sfumatura, dai drappeggi moderni alle pieghe stilizzate su dettagli passe-partout. Il tutto legato ad un concetto di cromia coerente e sofisticato, con escalation che vanno dal nero al grigio, dalla crema all’argilla fino a sconfinare nel rosso più vinaccio. Una collezione dal gusto ricercato che trova la sua ragion d’essere in un mondo dove la lana si sposa con materiali differenti, in una fusione avant garde dai risvolti emozionanti.

Fonte: Noisymag

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Kevin Butler, fantomatico Vice Presidente di Sony PlayStation

October 17, 2011 Leave a comment

Kevin Butler, il Vice Presidente di centinaia di dipartimenti diversi che hanno a che fare con PlayStation: lo ricordiamo per essere stato VP del Silenzioso ma Letale o come VP dell’Infinitamente Infinito. Ma scopriamo insieme chi è davvero Kevin Butler e vediamo quali sono gli spot pubblicitari più divertenti che ha condotto!

Kevin Butler: un nome, una leggenda

Nel 2009, Sony Computers Entertainment avviò una campagna pubblicitaria dedicata a PlayStation 3chiamata “It Only Does Everything”, vedeva protagonista un personaggio immaginario chiamato Kevin Butler, recitato dall’attore Jerry Lambert. I primi spot pubblicitari erano dedicati alle caratteristiche della PS3, i videogiocatori contattavano il VP in cerca di qualsiasi genere di aiuto, come ad esempio allontanare la propria nonna dalla console.

Il successo di questi Ads fu eccezionale, tant’è vero che Kevin Butler fece un’inaspettata comparsa durante la conferenza Sony all’E3 2010 parlando al pubblico (con fare molto informale) di quanto sia “cool” il PlayStation Move. Clicca qui se vuoi vedere il discorso di Kevin Butler all’E3 2010.

Grazie al successo della prima campagna pubblicitaria, nel 2011 arriva “Long Live Play”, che inizia con un video in cui Butler, che aveva temporaneamente abbandonato il suo ruolo di VP da Sony per darsi alla produzione di pavimentazioni, annuncia il suo ritorno (con stile!) all’onorevole posto di Vice Presidente PlayStation.

“Michael” , Long LIve Play

Per concludere in bellezza vi lasciamo a un’incredibile spot pubblicitario dedicato a PlayStation. Manca Kevin Butler, ma è comunque degno di nota il lavoro fatto per realizzare questa pubblicità, già ritenuta la migliore mai fatta per dei videogames. che verrà apprezzato da tutti i fan PlayStation e non. Lo spot si chiama “Michael” e fa parte della campagna Long Live Play, buona visione!

Pasquale Fusco

Fonte: Skimbu

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Steve Jobs, discorso in occasione della consegna dei diplomi – 12 giugno 2005

October 7, 2011 Leave a comment

Stanford Report, 14 giugno 2005 
Discorso di Steve Jobs, capo di Apple Computer e Pixar Animation studio, in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi celebratasi il 12 giugno 2005

Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina ad una laurea, per me. Oggi voglio raccontarvi tre storie che mi appartengono. Tutto qui. Niente di particolare. Solo tre storie.

La prima storia parla di unire i puntini.

Ho smesso di frequentare il Reed College dopo i primi 6 mesi, ma gli sono rimasto attorno per altri 18 mesi prima di lasciarlo definitivamente. Perchè lo feci?

Tutto cominciò prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa universitaria nubile e decise di darmi in adozione. Sentiva nel suo cuore che io dovessi essere adottato da un laureato, così venne preparata la mia adozione, alla nascita, per un avvocato e sua moglie. Solo quando vidi la luce questi decisero all’ultimo momento di desiderare una bambina. Quindi i miei genitori, che erano in lista d’attesa, vennero chiamati nel mezzo della notte da una voce che chiedeva: “Abbiamo un bambino indesiderato, lo volete?” Essi dissero: “Certo”. Mia madre biologica scoprì in seguito che mia madre non si era mai laureata a che mio padre non aveva neanche il diploma di scuola superiore. Rifiutò di firmare i documenti per l’adozione. Accettò, riluttante, solo qualche mese dopo quando i miei genitori promisero che un giorno sarei andato all’università.

17 anni dopo andai all’università. Ma ingenuamente scelsi un istituto universitario costoso quanto Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori lavoratori furono spessi per la retta. Dopo sei mesi non riuscivo a vederne l’utilità. Non avevo idea di cosa fare nella vita e nessun indizio su come l’università avrebbe potuto aiutarmi a capirlo. Così spesi tutti i soldi che i miei genitori avevano risparmiato in un’intera vita di lavoro. Decisi di non seguire il piano degli studi obbligatorio, confidando nel fatto che tutto si sarebbe sistemato. Ero molto spaventato da quella decisione, ma col senno di poi, sarebbe stata una delle migliori decisioni che avessi mai preso. Nel momento in cui scelsi un piano di studio personalizzato avevo la possibilità di ignorare le lezioni che non mi interessavano e di scegliere quelle che mi apparivano più interessanti.

Non era per niente romantico. Non avevo una stanza al dormitorio, così dormivo sul pavimento in stanze di amici. Restituivo i vuoti di coca cola per i 5 centesimi di deposito, ci compravo da mangiare, e mi facevo più di 10 chilometri a piedi attraverso la città, ogni domenica notte, per avere un pasto a settimana al tempio Hare Krishna. Che bello. Tutto quello in cui inciampai semplicemente seguendo la mia curiosità ed il mio intuito si rivelarono in seguito di valore inestimabile. Per esempio:

il Reed College all’epoca offriva quello che era probabilmente il miglior corso di calligrafia del paese. In tutto il campus, ogni manifesto, ogni etichetta su ogni cassetto, era meravigliosamente scritto a mano. Decisi di prendere lezioni di calligrafia. Appresi la differenza tra i tipi di caratteri con grazie e senza grazie. Imparai l’importanza della variazione dello spazio tra combinazioni diverse di caratteri. Mi insegnarono quali elementi fanno della tipografia, una grande tipografia. Era affascinante, si trattava di storia, bellezza ed arte come la scienza non può catturare.

Niente di tutto ciò aveva la benché minima speranza di una qualunque applicazione nella mia vita. Ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Macintosh, tutto mi tornò utile. E lo mettemmo interamente nel Mac. Era il primo computer che curasse la tipografia. Se non avessi mai scelto quel corso, al college, il Mac non avrebbe mai avuto font proporzionali e font a larghezza fissa. E siccome Windows ha copiato il Mac, è probabile che nessun computer li avrebbe avuti. Se non avessi scelto di interrompere il piano degli studi obbligatorio non avrei scelto quel corso di calligrafia ed i personal computer avrebbero potuto non avere la stupenda tipografia che hanno. Era ovviamente impossibile unire i puntini guardando al futuro mentre ero al college e capire in cosa si sarebbe concretizzata. Ma la realizzazione era estremamente chiara, guardando alle spalle, dieci anni dopo.

Ve lo ripeto, non puoi unire i puntini guardando al futuro, puoi connetterli in un disegno, solo se guardi al passato. Dovete quindi avere fiducia nel fatto che i puntini si connetteranno, in qualche modo, nel vostro futuro. Dovete avere fede in qualcosa – il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, quello che sia. Questo approccio non mi ha mai deluso e ha fatto tutta la differenza nella mia vita.

La seconda storia parla d’amore e di perdita.

Sono stato fortunato – ho scoperto quello che amavo fare molto presto. Woz ed io fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo vent’anni. Lavorammo duro, e in 10 anni la Apple crebbe dai due che eravamo in un garage ad una società da 2 miliardi di dollari con più di 4000 impiegati. Avevamo appena creato il nostro miglior prodotto – il Macintosh – un anno prima, e io avevo appena compiuto 30 anni. E fui licenziato. Come si fa ad essere licenziati dalla compagnia che hai fondato? Beh, non appena la Apple si espanse assumemmo qualcuno che pensavo fosse molto capace nel gestire l’aziende con me, e per il primo anno le cose andarono bene. Ma la nostra visione del futuro cominciò a divergere e alla fine decidemmo di rompere. Quando ci fu la rottura i nostri dirigenti decisero di stare dalla sua parte. Così, a trent’anni, ero fuori. E molto pubblicamente. Il centro della mia vita da adulto era completamente andato, sparito, è stato devastante.

Non ho saputo che pesci pigliare per un po’ di mesi. Sentivo di aver deluso la precedente generazione di imprenditori per aver mollato la presa. Incontrai David Packard e Bob Noyce per cercare di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Fu un fallimento pubblico, pensai addirittura di andarmene. Ma qualcosa, lentamente, si faceva luce in me. Amavo ancora quello che avevo realizzato. L’inaspettato e repentino cambiamento alla Apple non avevano cambiato quello che provavo, neanche un poco. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Quindi decisi di ricominciare.

All’epoca non me ne accorsi, ma il mio licenziamento dalla Apple fu la cosa migliore che poteva capitarmi. Il peso del successo fu rimpiazzato dall’illuminazione di essere un principiante ancora una volta, con molta meno sicurezza su tutto. Questo mi liberò e mi consentì di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi, fondai una società di nome NeXT, un’altra di nome Pixar, a mi innamorai di una meravigliosa donna che sarebbe poi diventata mia moglie. Pixar finì per creare il primo film animato al computer della storia, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione più famoso al mondo. Apple, con una mossa notevole, acquisì NeXT, io tornai ad Apple, e la tecnologia che sviluppo con NeXT è oggi nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. Laurene ed io abbiamo una stupenda famiglia insieme.

Sono sicurissimo che niente di tutto ciò sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stato un boccone amarissimo da buttar giù, ma era la medicina di cui avevo bisogno. A volte la vita ti colpisce in testa come un mattone. Non perdete la fede. Sono convinto del fatto che l’unica cosa che mi ha consentito di proseguire sia stato l’amore che provavo per quello che facevo. dovete trovare ciò che amate. E’ questo è tanto vero per il vostro lavoro quanto per chi vi ama. Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatti e quello di fare quello che pensate sia il lavoro migliore. E l’unico modo per fare il lavoro migliore e quello di amare quello che fate. Se non lo avete ancora trovato, continuate a cercare. Non vi fermate. Come tutti gli affari di cuore, lo saprete quando lo troverete. E, come nelle migliori relazioni, diventerà sempre migliore al passare degli anni. Quindi, continuate a cercarlo fino a quando non l’avrete trovato. Non fermatevi.

La terza storia parla di morte.

Quando avevo 17 anni, lessi un brano che diceva più o meno: “se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi lo sarà veramente”. Rimasi impresso, e da allora, per gli ultimi 33 anni, ho guardato nello specchio ogni mattina e mi sono chiesto: “se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei veramente fare quello che sto per fare oggi?” E ogni volta che la risposta fosse “No” per troppi giorni di seguito sapevo di aver bisogno di cambiare qualcosa.

Ricordare che morirò presto è stato lo strumento più importante che mi ha consentito di fare le scelte più grandi della mia vita. Perché praticamente tutto – tutte le aspettative, l’orgoglio, le paure di fallire – tutte queste cose semplicemente svaniscono di fronte alla morte, lasciandoci con quello che è veramente importante. Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare le trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è nessun motivo per non seguire il vostro cuore.

Circa un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto una TAC alle 7:30 del mattino e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava sicuramente di un tipo di cancro incurabile, e che avrei avuto un’aspettativa di vita non superiore ai 3-6 mesi. Il mio dottore mi consigliò di andare a casa e di sistemare le mie cose, che è il messaggio in codice dei dottori per dirti di prepararti a morire. Significa che devi provare a dire ai tuoi bambini ogni cosa che pensavi di dirgli nei prossimi dieci anni, in pochi mesi. Significa che devi assicurarti che ogni cosa sia a posto così che sarà la più facile possibile per la tua famiglia. Significa che devi dire addio.

Ho vissuto con quella diagnosi tutto il giorno. Più tardi, nel pomeriggio, mi è stata fatta una biopsia. Mi hanno infilato un endoscopio nella gola che è passato per il mio stomaco ed il mio intestino. hanno messo un ago nel mio pancreas e hanno prelevato alcune cellule dal tumore. Ero sotto sedativi, ma mia moglie, che era lì, mi ha detto che quando hanno analizzato le cellule al microscopio i dottori cominciarono a piangere perché scoprirono che si trattava di una rarissima forma di cancro pancreatico curabile con la chirurgia. Sono stato operato. Ora sto bene.

E’ stata la mia esperienza più vicina alla morte e spero che rimanga tale per qualche decennio ancora. Avendola superata posso finalmente dirvi con più certezza di quando la morte era semplicemente un utile concetto ma puramente intellettuale:

Nessuno vuole morire. Neanche chi vuole andare in paradiso vuole morire per arrivarci. E nonostante tutto, la morte è la destinazione che condividiamo. Nessuno vi è mai sfuggito. E così dovrebbe essere perché la Morte è probabilmente l’unica, migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Elimina il vecchio per far spazio al nuovo. Proprio adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo distante da oggi, diventerete gradualmente il vecchio che deve essere eliminato. Mi dispiace essere così drammatico, ma questa è la verità.

Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi – che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore ed il vostro intuito. Loro sanno già quello che voi volete veramente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era un’incredibile pubblicazione chiamata The Whole Earth Catalog, che era una delle bibbie della mia generazione. Era stata creata da un tizio di nome Stewart Brand non troppo lontano da qui, a Menlo Park, e la portò alla luce con il suo tocco poetico. Stiamo parlando dei tardi anni ’60, prima dei computer ed il desktop publishing, quindi era tutta fatta con macchine da scrivere, forbici e Polaroid. Era una sorta di Google di carta, 35 anni prima della venuta di Google: era idealistico, e pieno di strumenti utili ed informazioni preziose.

Stewart ed il suo gruppo pubblicarono molti numeri del Grande Catalogo Mondiale fino all’ultima edizione. Eravamo a metà degli anni ’70 ed io avevo la vostra età. Sul retro di copertina dell’ultimo numero c’era la foto di una strada di campagna all’alba, quel tipo di strada sulla quale potreste trovarvi a fare l’autostop se voste così avventurosi. Sotto c’erano queste parole: “Siate affamati. Siate folli”. Questo era il messaggio di congedo. Rimanere affamati. Rimanere folli. Me lo sono sempre augurato. Ed ora, per voi che state per laurearvi, lo auguro a voi.

Siate affamati. Siate folli.

Grazie.

Fonte: Stanford University

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