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XPS 13, ultrabook sottile da Dell

March 20, 2012 Leave a comment

Prende il nome di XPS 13 e, dopo essere presentato in anteprima mondiale al CES 2012 di Las Vegas, eccolo debuttare sul mercato italiano come l’Ultrabook più sottile di tutti i tempi.
Per chi non lo sapesse, Ultrabook è il nome della nuova categoria di computer ultrasottili e con hardware di alta gamma, nata per competere principalmente con il Macbook Air di casa Apple, che in questo ha attualmente il primato.
Il nuovo Dell XPS 13 si presenta con uno spessore di 18 millimetri da chiuso e 6 millimetri da aperto ed è dotato del processore Intel Core i7; il display è da 13 pollici, con tastiera retroilluminata e lettore CD.
Lo schermo, inoltre, gode della tecnologia Gorilla Glass, che gli permette di essere resistente ad urti e a graffi senza alcun sollecito; la scocca è interamente in alluminio con sotto una sottilissima base di fibra di carbonio, così da renderlo ultraresistente e solido al tatto.
Il prezzo di listino è intorno ai mille euro ma, al suo lancio che avverrà tra pochi giorni, sarà rivelato il vero prezzo di partenza, visto che il nuovo Dell XPS 13 potrà essere personalizzato in ogni suo componente a seconda delle scelte dell’utente. Di seguito, eccovi elencate le caratteristiche di questo nuovo computer portatile di fascia alta.
Scheda tecnica di Dell XPS 13:
Spessore 6-18mm peso 1.36Kg
Display da 13.3″ 300-nit (1366×768) 720p; con Gorilla Glass
Tastiera retroilluminata
Scocca in alluminio e base in fibra di carbonio
Memoria da 128 GB SSD o 256GB SSD
Processori Intel Core i5 2467M o i7 2637M
Scheda grafica Intel HD 3000
Ram 4GB DDR3 SDRAM 1333Mhz
Batteria a 6 celle da 47WHr da 8 ore e 53 minuti; adattatore AC da 45W
USB 3.0, USB 2.0 con PowerShare, mini DisplayPort, e jack cuffie
Intel Centrino Advanced-N 6230 802.11 A/G/N e connettività wireless Bluetooth 3.0

Fonte: GoLook-Technology.it

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New York Times, condizioni di lavoro disumane nel mondo tecnologico in Cina

January 28, 2012 Leave a comment

Un’indagine del New York Times sulle condizioni lavorative in Cina fa luce sul lato oscuro del mondo tecnologico, entrando nelle catene di montaggio che alimentano l’enorme successo e business di aziende come Apple e tante altre. Orari estenuanti, sicurezza spesso inesistente, esposizione a sostanze tossiche e pericolose. Nei casi estremi persino la morte.
Dopo avere spiegato come la Cina sia riuscita a sottrarre milioni di posti di lavoro al mondo occidentale, il New York Times è tornato sull’argomento per far luce, questa volta, non tante sulle strategie produttive ma sulle implicazioni che queste hanno sui lavoratori: il cosiddetto costo umano.
L’indagine si concentra in maniera particolare sulle condizioni di lavoro degli operai della Foxconn, uno dei fornitori di Apple, ma anche altre aziende cinesi che assemblano prodotti per tutti i più importanti brand tecnologici di tutto il mondo.
La casa di Cupertino spiega al giornale di monitorare le condizioni di lavoro in Cina, con lo scopo di migliorare il sistema, ma le relazioni in essere non incentivano la soluzione. Quando Apple cerca un nuovo fornitore, l’azienda non chiede mai il prezzo di servizi o di componenti, ma piuttosto quali siano i costi della manodopera, di sfruttamento della strumentazione e dei materiali. Soltanto dopo aver conosciuto questi parametri Apple presenta un’offerta il cui margine è solitamente ridottissimo.
Le aziende tendono a non rifiutare, per via degli enormi volumi di fatturato garantiti da Apple. Assicurata la commessa, però, sono costrette a trovare soluzioni per soddisfare le richieste dell’azienda, cercando nel prezzo pagato il margine di profitto, cosa che si traduce inevitabilmente in un ‘costo umano’, dato che Apple impone materiali, design e standard qualitativi.
Persino la segretezza sulla linea di produzione della casa di Cupertino costituisce una barriera per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Non conoscendo i fornitori, è difficile capire quali siano le condizioni di lavoro dei loro dipendenti.
Alcuni ex dirigenti di Foxconn e Apple ritengono che le aziende potrebbero risolvere velocemente la situazione. La casa californiana potrebbe interrompere i rapporti d’affare con le società che non rispettano la legge e gli standard minimi richiesti. Tale politica si scontra però con l’onerosità in termini di tempo e denaro per la ricerca di altri fornitori. Nel mondo non esiste una vera alternativa a Foxconn per volumi di produzione elevati.
Apple è solo l’esempio più eclatante ma non è l’unica società ad utilizzare fornitori cinesi: Dell, HP, Lenovo, IBM, Motorola, Nokia, Sony, Toshiba, Nintendo, Amazon, Nokia, Samsung e tanti altri si annoverano nella lista nera. La situazione è nota a tutti ma, per il momento, la soluzione non è nelle priorità di committenti e produttori. L’attenzione del mondo intero, infatti, è concentrata sull’ultimo gadget e sulle migliori prestazioni.
Il sistema attuale di produzione è interamente teso alla riduzione dei costi, a produrre un maggior numero di unità prive di difetti e a consegnare il massimo numero possibile di pezzi. I salari bassi e le condizioni di lavoro in Cina generano sdegno, quando si verificano gli incidenti, per poi essere dimenticati subito dopo.

Fonte: PCTuner