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Tappeti Berberi, scritture segrete e linguaggi del silenzio

Tutti conosciamo i tappeti berberi, i loro motivi geometrici, i loro colori soffusi, e siamo abituati a vederli senza guardarli, a toccarli senza comprenderli, a valutarli e negoziarli senza conoscerne il valore. Quanti tra noi sanno che questi tappeti di lana, nascondono una storia segreta? Che i loro disegni sono in realtà un linguaggio in codice? Quello delle donne berbere che li creano. Come sono fatti è un segreto, riservato a pochi iniziati: storici, esperti di cultura amazigh, appassionati di oggetti antichi, antiquari e galleristi. Nel caos dei souks i venditori assalgono i compratori marocchini così come i turisti, argomentando le vendite sulla qualità della lana, la lucentezza dei colori, e gridano la solita retorica del ”fatto a mano“. Se insistete, vi riveleranno l’origine geografica del tappeto in questione, ma pochi di loro saranno capaci di decriptarvi i segni. La ragione? In un ménage tradizionale berbero, l’uomo e la donna lavorano in cooperazione, con dei perimetri d’azione ben delimitati. La donna si occupa della tessitura dei tappeti, lo sposo della vendita nei mercati rurali settimanali. E’ quindi l’uomo che vende il lavoro della donna, senza poter comprenderlo o spiegarlo. Per lo storico Frédéric Damgaard, “la cultura marocchina è come un iceberg dove la parte maggiore è nascosta e invisibile. La parte visibile e conosciuta perfettamente in tutto il mondo: città imperiali, moschee, kasbah…”. Questa analisi si applica molto bene ai tappeti berberi. Tesoro sconosciuto, è la parte sommersa: losanghe, tratti orizzontali, triangoli e motivi a zigzag, lavorati nel cuore delle montagne.
Disegni semplici e angolari che differiscono totalmente dai motivi floreali carichi di arabeschi e volute dei tappeti cittadini d’origine arabo-andaluse o ottomane. I tappeti berberi presentano una dimensione primitiva. Possiedono un identità propria dovuta alla tessitura praticata dalle tribù transumanti o sedentarizzate, vicino alle città o nascoste tra le montagne. I clans di Beni Jeliadssen, Beni Sadden, Marmoucha, Beni Mguild, Guerouane, Aït Sgougou, Zemmour, Zaïne, Aït Bou Ichaouen, Zenaga o Rehamna, tessono ancora questi tappeti tradizionali con le stesse tecniche ancestrali. Ma allora, questi motivi hanno un senso, o sono l’espressione artistica di un singolo individuo? I disegni geometrici sono in realtà un linguaggio in codice, quello delle donne berbere. Raccontano, per chi sa decriptarli, una saga rapportata alle credenze e all’immaginario della cultura amazigh. E questa storia non è mai la stessa, perchè non è storia di una tribù ma di una persona, individuale e femminile. Ogni tappeto è un libro unico, che porta un messaggio da decodificare, tessuto da chi l’ha creato. I motivi si trasmettono attraverso le generazioni, da madre in figlia. Creazioni artistiche della donna berbera, il suo tappeto riflette prima di tutto le fasi della sua vita e le tappe delle sue esperienze sessuali. Interpretando i segni tessuti nel tappeto, si può apprendere che la donna che lo ha lavorato è vergine, giovane sposa o unita sessualmente ad un uomo. Altre volte i segni rivelano la gravidanza o lo svezzamento di un bambino. Il linguaggio astratto del tappeto berbero prende dunque le sue radici dai corpi, la sua forma e la sua funzione; descrive il ruolo degli organi sessuali e si basa sulla dualità primitiva femminile-maschile. L’incontro dei due sessi diventa l’espressione di una fertilità universale, integrata all’insieme delle forze della Natura. Questi motivi geometrici semplici che intrigano gli appassionati, sono un codice segreto che si mormora, che si trasmette sottovoce, da donna a donna, da madre a figlia. Un buon tappeto è formato da 480.000 nodi al metro quadrato e esige sino a nove mesi di lavoro. E’ il caso, per esempio, dei tappeti Taznakht, colorati con pigmenti naturali, zafferano, henné o menta, a base di pelo di capra o di dromedario. Inginocchiate davanti al loro telaio, per lunghe ore, giorno dopo giorno, le donne raccontano la loro storia, tessendo nello stesso istante, la loro storia, la trama del loro destino. Il tappeto si fa manoscritto, libro aperto e diario di una vita. Una volta archiviato, si avvia verso un destino sconosciuto e diventa tappeto di casa, coperta, arazzo… custodendo al mondo il suo mistero.
Paul Klee, Le Corbusier, Wassily Kandinsky, sono artisti internazionali che hanno reso omaggio al tappeto berbero. Pochi di noi sanno che il celebre architetto Le Corbusier collezionava tappeti berberi che vennero anche esposti a Parigi. All’epoca insegnava alla scuola delle Belle Arti questa teoria: “Fare come le donne berbere, unire alla geometria la più incredibile fantasia“. In Marocco, è essenzialmente Farid Belkahia che ha valorizzato l’arte tradizionale berbera. Le sue tele rendono omaggio alla semiologia berbera, come i tappeti delle donne berbere, le sue opere sono degli enigmi pittorici. Segni e forme criptati sulle tele, ci ricordano le origini di questa terra, ancestrali e profonde.
Credits: Frédéric Damgaard – Yasmina El Kadiri

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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