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Tempo libero, vivi l’estremo…

February 25, 2013 Leave a comment

sport_estremi

L’uomo per sua natura ricerca emozioni forti. Da sempre. L’emozione che più frequentemente viene cercata (e trovata) è il pericolo, la scarica di adrenalina. Portare il proprio corpo al limite è la passione e molto spesso il lavoro di questi uomini di cui vi voglio parlare. Uomini fuori dal comune che si dedicano totalmente agli sport estremi, i più pericolosi che abbiate mai visto.
C’è un po’ di vento
Gli sport estremi per antonomasia sono quelli che hanno a che fare con l’altezza, in cui il grado di difficoltà è dato dalla possibilità più o meno alta di precipitare in caduta libera da quote considerevoli. Tuttavia, proprio per questa loro caratteristica sono i più affascinanti e, fornendo alla persona che li pratica un punto di vista assolutamente sconosciuto, ai più regalano spettacoli mozzafiato.
Base Jumping
Partiamo subito con le definizioni: il Base Jumping consiste nel lanciarsi nel vuoto da una superficie ferma, che non sia un velivolo. Le basi di lancio possono essere le più disparate, dal classico e illegale (ma molto scenografico) grattacielo di Manhattan fino ai peggiori dirupi di montagna che potete immaginare. Il Base Jumping però non si chiama così perchè il salto viene fatto da una “base”. In realtà bisognerebbe scrivere B.A.S.E. Jumping poichè Base è una sigla che sta per Buildings (edifici) Antennas (antenne) Span (ponti) Earth (rilievi naturali). Chiaramente dopo la caduta, che può durare diversi secondi o addirittura minuti se vi chiamate Felix Baumgartner, l’atterraggio viene effettuato dopo l’apertura del paracadute. Tuttavia questo passaggio non è così scontato come potrebbe sembrare. A qualche pazzo scatenato è infatti venuta la brillante idea di lanciarsi dopo una caduta di 45 metri su una pila di scatoloni di cartone alta circa 4 metri alla folle velocità di 30 m/s che sembrano pochi, ma sono sempre quei 100 km/h che sulle nostre automobili ci fanno tanta paura. Il Base Jumping però non va confuso con il paracadutismo. A differenza di questo, infatti, il Base Jumping si effettua da quote notevolmente più basse, aumentando la difficoltà. Il tempo di caduta medio di un paracadutista infatti è di circa 3 minuti, mentre per il Base Jumper è di pochi secondi, cosa che può fare la differenza nell’apertura del paracadute.
Parapendio
Il parapendio è la versione progressive (usando un termine musicale) del paracadute. E’ una forma di paracadutismo acculturata, cerca sì il pericolo e l’adrenalina, ma si abbandona molto spesso alla contemplazione pacifica dello spazio circostante approfittando di delicate correnti ascensionali per mantenere il volo più a lungo possibile. L’attrezzatura è formata fondamentalmente da un‘ala rettangolare collegata all’imbrago dai cosiddetti fasci funicolari, i fili che collegano i due elementi. Il decollo si effettua da terra (a differenza del paracadutismo) facendo gonfiare la vela dal vento correndo in direzione opposta oppure esponendo l’ ala alla corrente e aspettando il momento esatto dello stacco. La caratteristica fondamentale del parapendio è, come dice il nome stesso, l’estrema vicinanza della persona al terreno, al pendio, appunto, e questo lo rende lo strumento perfetto per osservare il paesaggio circostante; considerando poi che la posizione dello sportivo è praticamente sdraiata, non è sbagliato definirlo lo sport estremo più comodo e al tempo stesso più suggestivo. Questo non deve però far pensare che sia meno pericoloso: situazioni anomale come chiusure improvvise del paracadute o stalli con conseguente perdita di portanza, che è la forza che tiene su la vela, sono sempre dietro l’angolo e vanno prevenute adottando tutte le regole di sicurezza imposte dalla legge e facendo regolari controlli di manutenzione.
Scoiattoli volanti? No, Wingsuit!
Arriviamo al sodo: questo è lo sport più pericoloso che l’uomo abbia mai inventato. L’ idea di far volare l’ uomo non è certo cosa nuova e le origini di questo sogno realizzato con secoli di fatiche è riconducibile a basi mitologiche con la figura di Icaro e le sue ali di cera. Tuttavia negli anni novanta al signor Patrick de Gayardon venne in mente di creare una tuta alare che permettesse all’ uomo di volare senza dover salire su un aereo. In sostanza vengono applicate alla tuta delle membrane del tutto simili a quelle degli scoiattoli volanti che con un flusso d’aria adeguato si gonfiano generando portanza. Il principio è semplicissimo, la cosa sconvolgente sono le modalità di applicazione. A metà strada tra il Base Jumping e il parapendio, l’utilizzo delle wingsuit fa raggiungere al praticante velocità di 363 km/h (Guinness World Record) ad altezze del pendio del rilievo da cui ci si è lanciati dell’ordine di pochi metri, al massimo 20/30.
La pericolosità dello sport si sente a pelle. A quelle velocità, e soprattutto a quelle altezze, un errore anche minimo nel posizionare il corpo rispetto al flusso dell’ aria ci farebbe fare una bruttissima fine senza neanche accorgercene. L’atterraggio si effettua regolarmente con un paracadute come quelli per il Base Jumping. Abbiamo capito però che quando si tratta di rischiare, l’ Umanità non conosce limiti. Anche qui infatti un paracadutista di nome Gary Connery è atterrato su degli scatoloni senza l’ausilio del paracadute uscendone perfettamente illeso. Data la sua recente nascita la disciplina del Wingsuit è ancora in fase di evoluzione e ogni tanto vengono proposte delle varianti a reazione molto interessanti: Visa Parviainen, finlandese, applicandosi 2 motori a reazione alle caviglie è riuscito a mantenere un volo perfettamente orizzontale per ben 30 secondi, cosa straordinaria visto che in questo sport la componente verticale del moto viene a mancare molto raramente e per brevissimi periodi.
Dall’alto in basso: l’acqua a livelli estremi
Il 75% del nostro pianeta è sommerso da acqua, noi siamo fatto per la maggior parte di acqua, se l’acqua allo stato liquido non esistesse sulla Terra non saremmo qui a parlarne. Possibile che l’acqua sia solo un liquido da bere per noi? Vediamo di coglierne gli aspetti più giocosi, pericolosi ed estremi.
Kitesurf
Farsi trasportare dal vento per spostarsi è un’idea che nacque già in Cina intorno al 1200, tuttavia il Kitesurf per come lo conosciamo oggi è un’invenzione che risale agli anni novanta, quando Bruno e Dominique Legaignoux resero l’idea di collegare una tavola da surf a un aquilone una cosa sicura e accessibile a tutti. Il Kitesurf è stato da poco nominato come il natante mosso da vento più veloce al mondo ma ci sono notevoli margini di miglioramento per le prestazioni. Chiaramente, proprio per queste sue elevate velocità, il Kitesurf non è certamente uno di quegli sport in cui si può rimanere ” passivi” come nel parapendio. Esso richiede un notevole sforzo da parte del surfer che deve riuscire a utilizzare il vento compreso tra gli 8 e i 40 nodi per compiere quelle acrobazie spettacolari che qualche volta vediamo mentre siamo al mare. Gli stili di Kitesurf però sono diversi, tra cui possiamo individuarne due principali: il wavestyle che consiste nello sfruttare le onde per divertirsi e, perchè no, far divertire più facilmente, e il wakestyle: il surfer si lascia semplicemente portare dal vento decidendo autonomamente come eseguire i salti che saranno prodotti da un salto, appunto, del surfer.
Immersioni in apnea
Penso proprio che in questo sport si raggiungano davvero i limiti fisiologici dell’ uomo. Un solo respiro per raggiungere il massimo risultato, niente iperventilazioni con bombole d’ossigeno come succede nei programmi televisivi, niente di niente: aria e polmoni. Le origini di questo sport si perdono nella notte dei tempi; sin dall’antichità l’uomo ha sempre voluto esplorare i fondali marini per motivi vari: dalla pesca alla raccolta di conchiglie e altri oggetti. Per quanto però la tradizione sia molto antica, l’apnea rimane uno sport ad altissimo rischio: se infatti l’aria all’interno dei polmoni si carica troppo di anidride carbonica (ipercapnia) o al contrario l’ossigeno scende a livelli troppo bassi (ipossia) se non si viene recuperati immediatamente l’immersione potrebbe avere conseguenze spiacevoli. Occorre quindi seguire dei corsi preparatori, valutare seriamente il grado di difficoltà di quello che si sta andando a fare e, importantissimo, essere sempre accompagnati da qualcuno che è almeno al nostro stesso livello di esperienza. Ma se state pensando che l’apnea è uno sport noioso, che in fin dei conti più che blu a 360 gradi non ci fa vedere vi sbagliate di grosso. Sono numerosissime infatti le competizioni che si svolgono in ambienti caraibici in fondali meravigliosi. Tuttavia, anche se fatto nei posti più belli del mondo, l’apnea rimane comunque uno sport statico, di pura concentrazione. Sbagliato di nuovo! C’è quest uomo, Guillaume Nery, che si immerge in cavità molto profonde, a dir poco terrificanti e ne esce autonomamente, senza alcun sistema di risalita all’infuori dei propri muscoli, il che rende il tutto più difficile perchè muovendosi, chiaramente, si consuma ossigeno.
Piano terra, sport estremi terresti
Siamo finalmente alle quote che più ci si addicono, sport che di estremo hanno molto di meno rispetto a quelli che abbiamo mostrato fino ad ora. Tuttavi questo non li priva del loro fascino e dei loro elementi più divertenti.
Skateboard e possibili applicazioni
Visto che saltare più in alto di 2 metri ci risulta piuttosto difficile, e visto che non possiamo andare sottoterra, non ci rimane altro da fare che scivolare. Non bisogna cadere nell’errore, però, di limitare lo scivolamento a quello su ruote e sull’asfalto tipico dello skateboarding, dobbiamo ampliare le nostre vedute.
Snowboard
Famosissimo, divertentissimo, relativamente facile da praticare, magnifico da vedere. Lo Snowboard si esalta senza dubbio nella sua modalità fuori pista. Lasciati da un elicottero nei posti più inaccessibili ci si lancia verso valle a velocità considerevoli con altissimi rischi di valanghe proprio per il fatto che si è fuori pista e non c’è nessun tipo di controllo sulle condizioni del manto nevoso. Molto spesso si è anche portato a dover compiere salti di diverse decine di metri a causa di improvvise sconnessioni del terreno sottostante che tra l’altro sono la principale causa di lesioni agli arti inferiori data la caratteristica improvvisa di queste insidie. C’è poi la variante freestyle dello snowboard che di estremo ha molto poco data la sua pratica in condizioni di sicurezza adeguata, ma che è comunque molto affascinante.
Sandboard, lo sport che non ti aspetti
Perchè non scivolare sulla sabbia? Il 30% delle terre emerse è costituito da deserti (che spreco eh?) di cui il Sahara è notoriamente il più esteso. Ed è sabbioso. Nove milioni di km quadrati di sabbia a nostra disposizione per praticare questo magnifico sport. Funziona tutto come per lo snowboard solo che questo si può praticare tutto l’anno data la temperatura costante (ed estrema) dei deserti. Ovviamente il Sahara non è l’unico luogo in cui si può praticare. Non sono infatti rari i vulcani dalle pendici sabbiose che offrono scenari fantastici per i sandboarders che potranno vivere un’esperienza unica surfando su sabbia nera di origine vulcanica. Questo sport si può praticare sia in piedi, “indossando” regolarmente la tavola ai piedi, oppure da sdraiati, infilando le mani negli agganci destinati ai piedi. Ovviamente quest’ ultima variante è consigliata alle persone meno esperte che lo praticano fondamentalmente come attività turistica: son sempre di più i villaggi vacanze, per lo più in posti esotici, che propongono il Sandboard come attività ludico ricreativa.

Roberto Collorafi

Fonte: Tasc

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Categories: Art de Vivre, Tempo Libero

Mercedes-Benz Classic, 125 anni prime esportazioni di automobili

February 13, 2013 Leave a comment

 

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Mercedes-Benz Classic
125 anni fa le prime esportazioni di automobili
1888: a due anni dall’invenzione, l’automobile si avvia alla conquista del mondo
Francia: mercato chiave per Daimler e Benz
Stoccarda – L’automobile iniziò ad essere esportata nel 1888: Carl Benz e Gottlieb Daimler commercializzavano i loro prodotti anche e soprattutto all’estero, ponendo così le basi per una storia di successo a livello internazionale. All’epoca però erano ancora concorrenti. Nel 1886, indipendentemente l’uno dall’altro, inventarono entrambi l’automobile. Solo nel 1926 ci fu la fusione tra le aziende Benz & Cie. e Daimler-Motoren-Gesellschaft che diede vita a Daimler-Benz AG.
In un primo momento, nel 1888, due erano i mercati chiave. Sia Benz che Daimler commercializzavano i loro prodotti in Francia mentre Daimler puntò anche sulle vendite negli USA. Entrambe le nazioni si rivelarono molto ricettive nei confronti del nuovo prodotto tecnologico. È l’inizio di una nuova era: la vendita dell’automobile, prodotto nuovo e tecnologicamente sofisticato, richiedeva un’organizzazione completamente nuova. Inizialmente i prodotti venivano venduti direttamente in fabbrica. Presto però iniziarono a diffondersi agenzie di vendita sia in Germania che all’estero gestite in parte dai produttori ed in parte da privati. Al volgere del XX secolo, le automobili erano presenti già in ogni parte del mondo. In molti
Paesi le prime automobili in circolazione furono proprio le nuove vetture di Benz e Daimler.
A fronte del grande successo, la produzione aumentò, le vetture vennero perfezionate e la gamma dei modelli ampliata. Già agli esordi iniziarono a svilupparsi gli stessi fattori che ancora oggi caratterizzano il settore automobilistico e che lo hanno reso in tutto il mondo un forte settore economico.
Svolta internazionale per l’automobile
La “Patent-Motorwagen” (veicolo a motore brevettato) di Benz è considerata la prima automobile del mondo. Il 29 gennaio 1886, Carl Benz depositò il brevetto del suo “veicolo con motore a gas”. Mentre i giornali locali di Mannheim parlavano del nuovo veicolo profetizzandone il brillante futuro, Benz era inizialmente più cauto. Quest’ultimo riteneva infatti che non potevano o non dovevano essere vendute automobili, finché gli esperti come lui non fossero stati in grado di gestirle pienamente.
Tuttavia, cambiò opinione due anni dopo, quando Bertha Benz effettuò ad agosto del 1888 il primo viaggio sulla lunga distanza con il veicolo a motore, recandosi con i suoi figli da Mannheim a Pforzheim e ritorno. Questo viaggio convinse perfino l’inventore che il suo prodotto era affidabile e pronto per il lancio sul mercato. Benz presentò il veicolo a motore a settembre del 1888 alla mostra “Munich Power and Work Machine Exhibition” facendo così conoscere l’automobile ad un pubblico più vasto.
La Francia creò le basi per la svolta della produzione in serie. Nel 1888 Carl Benz spedì il primo esemplare del veicolo a motore brevettato Benz nella versione più sviluppata, nota come Modello 3, all’ingegnere francese Émile Roger che gestiva un’officina a Parigi e che già da alcuni anni vendeva i motori stazionari Benz a due tempi. “Venne, vide ed acquistò prima un’automobile, poi alcune ed infine molte”, scrisse Benz nelle sue memorie. Del Modello 3 vennero prodotti complessivamente 25 esemplari.
Fu grazie a tale successo in Francia che si decise di andare avanti con la produzione. In Germania infatti le automobili di Benz all’epoca non avevano riscosso grande successo da parte del pubblico, come scriveva l’inventore stesso nel 1914 in una lettera al South Kensington Museum di Londra. Il direttore gli aveva chiesto informazioni di prima mano su un veicolo a motore brevettato Benz del 1888, appena entrato in possesso del museo. “Solo dopo che [Émile] Roger diffuse questa innovazione a Parigi e dopo che furono introdotte e vendute alcune automobili in loco […], siamo stati in grado di avviare la produzione vera e propria e, da quel momento in poi, abbiamo avuto veramente tanto lavoro”, scrisse Benz.
La suddetta vettura appartiene oggi al Science Museum, Londra, e dal 2009 si trova come prestito provvisorio nel Museo dell’Automobile Dr. Carl Benz a Ladenburg. È la più antica automobile al mondo completamente conservata.
Émile Roger non si occupò solo del concessionario Benz a Parigi, ma anche delle vendite a livello internazionale, avendo ottenuto diritti di esclusiva per la Francia ed il resto del mondo. Roger non solo divenne quindi il primo rappresentante di automobili Benz, ma riuscì anche a vendere la maggior parte delle auto durante questo primo periodo: tra queste anche la vettura che oggi è di proprietà del Science Museum. Fino al 1893 l’azienda Benz produsse solo 69 veicoli, ma oltre il 60% di loro andarono a francesi. Per l’inizio del XX secolo, Benz & Cie. aveva consegnato circa un terzo di tutta la produzione pari a ben 2.300 automobili in Francia. I veicoli Benz potevano essere ordinati in qualsiasi parte del mondo. Oltre a Vienna, Bruxelles, Basilea, Milano, Mosca e Londra, erano presenti agenti a Barcellona, Budapest, Buenos Aires, Bucarest, Ginevra, Il Cairo, Città del Capo, Madrid, Melbourne, Città del Messico, Nimega, Oporto, Pretoria, Singapore, Stoccolma, Torres Vedras, Vevey e Varsavia.
Daimler: vendite tramite partner commerciali amici
Anche per Gottlieb Daimler l’estero rappresentò inizialmente il mercato più importante. Da quando era Direttore Tecnico della fabbrica di motori a gas Deutz negli Anni Settanta del XIX secolo, Daimler curava rapporti amichevoli e commerciali con l’avvocato parigino Edouard Sarazin. Il co-proprietario della “Compagnie Française des Moteurs à Gaz et des Constructions mécaniques” seguiva le attività di Daimler con particolare interesse. Quando l’inventore tedesco negli Anni Ottanta del XIX secolo iniziò a sperimentare a Cannstatt il veloce motore a benzina, l’avvocato si recò a trovarlo e rimase subito colpito dalle sue idee. I due amici concordarono che, una volta completati, Sarazin avrebbe introdotto i nuovi motori in Francia: con una stretta di mano acquisì i diritti a commercializzare tutte le future invenzioni di Daimler sul territorio francese.
In base all’accordo, Sarazin avrebbe protetto anche in Francia i brevetti di Daimler registrati fino al 1886 in Germania. Nel 1887, Sarazin parlò con l’imprenditore Émile Levassor della possibilità di costruire motori Daimler in Francia; conosceva Levassor ed il suo partner René Panhard per aver studiato insieme all‘“L’Ecole centrale”. Sarazin morì alla fine del 1887 a causa di una malattia renale, ma non prima di aver pregato la moglie di proseguire la commercializzazione delle invenzioni di Daimler in Francia. Louise Sarazin scrisse quindi a Gottlieb Daimler offrendosi di continuare il lavoro di suo marito in Francia. L’inventore accettò “di cuore”, come scrisse lui stesso, e definì gli accordi con la nuova partner commerciale per l’utilizzo dei brevetti Daimler in Francia. Come previsto, Levassor si occupò della produzione dei motori Daimler su licenza.
L’Esposizione Universale di Parigi, che si tenne da maggio ad ottobre 1889, rese famoso in Francia il veloce motore a benzina. Un rapporto pubblicato nel 1890 sull’Esposizione Universale definì il motore della vettura Daimler il “progetto maggiormente degno di nota”. Sembra che anche gli altri imprenditori la pensassero allo stesso modo: dopo l’esposizione, alcune fabbriche francesi di macchine si offrirono infatti di costruire i prodotti Daimler su licenza. Tuttavia Gottlieb Daimler rimase fedele alla parola data. Il 5 febbraio 1889 aveva già concordato con Louise Sarazin che solo lei avrebbe potuto utilizzare tutti i brevetti francesi e belgi ponendo solo due condizioni: “Tutti i miglioramenti ed i perfezionamenti realizzati da entrambe le parti devono andare a vantaggio di entrambe le parti; tutti i prodotti devono portare il mio nome e Lei non mi farà concorrenza in altri Paesi.”
Poco tempo dopo Louise Sarazin trasferì tutti i diritti di produzione all’azienda Panhard & Levassor in cambio del pagamento di una tassa di licenza del 20%: il 12% della quale sarebbe spettato a Daimler. “Su questi accordi tra Gottlieb Daimler e la sig.ra Sarazin da un lato e tra la sig.ra Sarazin ed Emile Levassor dall’altro si fonda l’intera industria automobilistica francese”, si legge in una pubblicazione celebrativa redatta nel 1950.
Gli inizi in America nel 1888
Già nell’estate del 1888 Gottlieb Daimler fondò con William Steinway, proprietario dell’omonima fabbrica di pianoforti a New York, la “Daimler Motor Company” come joint venture con sede a Long Island, New York, ed affidò contrattualmente a Steinway l’utilizzo dei suoi diritti di brevetto sui motori e le vetture negli Stati Uniti ed in Canada. Inizialmente il costruttore di pianoforti con la propensione per i motori a scoppio si occupò soprattutto di marketing. Iniziò ad inviare dépliant ed esibire le invenzioni di Daimler in una mostra permanente. Nel 1891, ad Hartford, Connecticut, su ordine di Steinway vennero “prodotti per la prima volta negli Stati Uniti d’America i motori a benzina per automobili” come si legge in una targa commemorativa installata successivamente nelle fabbriche Underwood di Hartford, e nello specifico, “secondo i piani originari di Daimler”. Si dice che, nello stesso anno, Henry Ford, dopo aver visto questo motore a benzina, abbandonò l’idea di alimentare i propri veicoli con motori a vapore.
Lo sapevate?
Classe S sarà al centro degli stand fieristici di Mercedes-Benz Classic durante la Retro Classics 2013 a Stoccarda
(dal 7 al 10 marzo 2013) e la Techno Classica ad Essen (dal 10 al 14 aprile 2013).
Ulteriori informazioni su: media.mercedes-benz.it e www.media.daimler.com

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Brewpub

January 28, 2013 Leave a comment

bancone birrificio Desmond

Si tratta di una birreria, o più raramente di un ristorante, che produce e serve direttamente ai cliente la propria birra. Spesso l’ impianto è “a vista”, sia per fare “arredamento” che per far comprendere immediatamente al cliente la tipologia del locale. Oltre a tutte le problematiche di un microbirrificio ha anche quelle relative alla somministrazione di cibo e bevande al pubblico. La licenza comunale è quindi diversa ed il titolare, o un suo preposto, deve essere in possesso dei requisiti per poter esercitare l’attività. Anche il lavoro cambia parecchio, sia per il maggior numero di figure professionali coinvolte (cuochi, camerieri ecc..) che per gli spazi che l’attività richiede. La competente USL deve agire su più fronti e prendere in esame anche le cucine, i servizi, gli spogliatoi del personale ecc ecc… Le casistiche qui sono così numerose e variegate che è quasi impossibile fornire indicazioni di massima. Sicuramente è più semplice affiancare una produzione ad un attività di ristorazione già avviata, o per lo meno preesistente. Non si trascuri inoltre che, a differenza di un micro che quasi sempre è ubicato in zona artigianale o comunque fuori dai centri abitati, un brew-pub è spesso nel centro di una città, con le problematiche relative ai parcheggi selvaggi, agli schiamazzi notturni, ai rumori ed agli “odori” durante la produzione. Attriti con i vicini e con l’amministrazione comunale possono creare seri problemi ed anche “sequestri cautelativi” a tutela della salute pubblica. (incredibile vicenda realmente successa ad un brewpub di Barletta accusato di inquinare con le “esalazioni di luppolo”). Un brewpub ha comunque un grandissimo vantaggio legato al minor tempo richiesto per recuperare il capitale investito e di fornire immediatamente (o quasi) un cash flow anche importante. Anche il dimensionamento dell’impianto, limitato al locale, è decisamente più semplice e si può calcolare approssimativamente in un litro per ogni posto a sedere, raddoppiando questo dato, si lavora con un buon margine. Per fare un esempio con un pub con 100 posti si possono stimare 300 hl annui di consumo (contando anche ferie e turni di riposo) .600hl annui si realizzano agevolmente con una sala cottura da 5hl utilizzata meno di 3 volte alla settimana.

Fonte: Fermento Birra

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Whirlpool, ridurre sprechi alimentari tipici dei pasti delle festività

December 28, 2012 Leave a comment

2398_PLeywebCenoni di Natale e Capodanno, come salvare 1,2 miliardi di euro riciclando gli avanzi
Da Whirlpool alcune semplici e gustose ricette al microonde per ridurre gli sprechi alimentari tipici dei pasti delle festività.
Poco meno di un terzo dei cibi in tavola nei cenoni finisce nella spazzatura; un quantitativo che, tradotto in costi, vale circa un miliardo e 200 milioni di euro su una spesa che Coldiretti ha stimato in 4,3 miliardi tra Natale, Santo Stefano e  Capodanno; se i numeri dello spreco alimentare costituiscono una costante per tutto l’anno (i dati Fao sul 2011 parlano di poco meno di 1600 euro a famiglia su una spesa annuale di  5700 euro; lo spreco alimentare “vale” il 2,4% del PIL a prezzi di mercato nel 2011 pari a circa 40 miliardi di euro), questi toccano il picco proprio in occasione delle festività, quando le tavole sono più riccamente imbandite di cibi. Quattro sono le cause: gli acquisti sovradimensionati, la cattiva conservazione dei cibi, gli scarti eccessivi nella preparazione dei piatti e la cattiva o inesistente gestione degli avanzi. E proprio a quest’ultimo aspetto è possibile rimediare valorizzando quanto rimasto sulla tavola con ricette semplici e gustose. Oltre alle solite polpette e insalate vi è anche la curiosità dello “spread”. “Esiste uno spread che fa bene all’economia domestica e che nulla ha a che spartire con il significato del termine che si è imposto in questi mesi –spiega Pierre Yves Ley,  Media relations manager Whirlpool EMEA, 46enne specialista di comunicazione aziendale e appassionato di cucina e costume alimentare-. Infatti, la prima accezione del verbo inglese to spread è spalmare; quindi, in cucina lo spread è un pâté, una pasta “spalmabile” che si ottiene lavorando alcuni alimenti, che nel caso dei cenoni potrebbero essere i nobili sopravanzi di salmone o il ripieno del tacchino”. L’utilizzo degli avanzi non è soltanto un rimedio quando la tendenza a esagerare con i cibi si accentua, ma una buona pratica da mettere in atto in chiave di risparmio delle risorse; un tema di sempre maggiore attualità tanto che il 2014 sarà appunto l’anno europeo contro gli sprechi alimentari. «L’argomento mobilita già gli attori del Food stream –spiega Ley–, e fra questi Whirlpool che, come azienda leader di elettrodomestici, è parte di un cluster tecnologico che ha partecipato con uno specifico progetto al bando MIUR e che nel proprio Food Science Institute di Cassinetta di Biandronno (Varese) studia tecnologie per ottimizzare la conservazione e la cottura domestiche dei cibi».
Per tornare al recupero degli avanzi, “nulla di nuovo sotto il sole, se è vero come è vero che un vecchio detto francese definisce la cucina come «l’arte di accomodare gli avanzi” -aggiunge Ley, che, nel 2011, in un convegno sulla sostenibilità organizzato da Whirlpool al museo della scienza e della tecnica di Milano, compose e fece servire agli oltre cento ospiti un menu interamente riciclato. Infatti, tra i  primi ristoranti, aperti nel ‘700, vi erano dette trattorie dal nome del trattore, la figura che “trattava” la vendita degli avanzi dei pasti dei nobili, quindi non si inventa nulla se diamo ai cibi nuova vita trasformandoli nell’aspetto».
Ecco alcune ricette per valorizzare gli avanzi dei cenoni, cominciando dallo spread, storicamente parente stretto delle mousse e degli eterei paté tanto cari a Maria Antonietta: mentre i primi trattori riciclavano i banchetti di Versailles, infatti, la regina lanciava la moda delle eleganti e soffici mousse. Gli intenti erano ovviamente ben diversi; mentre i primi intendevano evitare lo spreco di tanta grazia e abbondanza, la sovrana rifiutava le volgari esigenze fisiologiche, come quella di masticare, e inventava i primi cibi intellettuali e concettuali. Un cenno anche alle polpette, legate per definizione al concetto di avanzi: la loro vendita in strada fu vietata, nella Parigi di Maria Antonietta, per motivi igienici e di salute pubblica, in quanto ambulanti senza scrupoli avevano preso a riciclare in quel modo carni improponibili e pericolose, se non addirittura di inconfessabili origini. Nel caso del cenone riciclato, il buon maestro di casa sarà garante della genuinità delle sue polpette e degli altri piatti ricavati dagli avanzi seguendo alcuni semplici accorgimenti per mantenere integri e soprattutto “sicuri” gli ingredienti. Innanzitutto è necessario preservarli in modo corretto fino al momento di dar loro una nuova vita gastronomica, ovvero proteggerli quanto prima dall’ossidazione con l’aiuto di pellicole, e refrigerarli immediatamente.
Spread di salmone affumicato: tritare o sfilacciare finemente il salmone, lavorare aggiungendo formaggio spalmabile (in quantità doppia rispetto al salmone), aggiungere succo di limone, paprika dolce, tabasco e aneto tritato.
Spread di ripieno: lavorare il ripieno avanzato con una spatola e del burro o mascarpone (metà rispetto al ripieno) fino a ottenere la cremosità desiderata, aggiungere un goccio di marsala o cognac, passare in un setaccio metallico.
Entrambi gli intingoli sono da spalmare sul pane, ovviamente  avanzato e un po’ rappreso, opportunamente tostato
Tacchino “parmentier”, ideale per dare nuova gloria al tacchino, e anche alle carni lesse, e recuperare al contempo il purè avanzato. Preparare un soffritto con cipolla, carote e sedano: metterlo nel microonde per tre minuti con funzione crisp. Aggiungere la carne di tacchino, tritata, e far cuocere con la funzione Crisp per ulteriori 3 minuti. Imburrare una pirofila, stendervi carne tritata e soffritto, coprire con uno strato di purè al quale si saranno aggiunti, se
disponibili,  pezzetti di formaggio, noce moscata, spolverare il tutto con
parmigiano e guarnire con un fiocchetto di burro. Fare cuocere nel microonde a 750 W con funzione grill per 10 minuti.
Polpette di lenticchie: Prendere lenticchie ben rapprese, mescolare con formaggio grattugiato, un uovo, mollica ammollata nel latte, e noce moscata, si appallottola nel centro si posiziona un cubetto di cotechino e, volendo, della mostarda. Si dà forma oblunga un po’ appiattita. Si passa nell’uovo sbattuto e pan grattato si rosola nel piatto crisp tre minuti per parte.
Cotechino in crosta: spellare completamente il cotechino (ricostituirlo in caso sia a rondelle), spalmarlo con la senape e avvolgerlo dentro pasta sfoglia; spennellarlo con uovo sbattuto; metterlo in forno con la funzione crisp per 15 minuti.
Salatini con salumi e con formaggio: spalmare della pasta sfoglia con della senape, guarnire con affettati a pezzetti o sfilacciati. Per i salatini al formaggio, meglio evitare la senape e distribuire semplicemente sul disco di sfoglia, a pezzetti, il formaggio avanzato. Arrotolare, spalmare con dell’uovo sbattuto e cuocere nel microonde per 15 minuti con funzione crisp. Servire caldo a tranci o rotelle.
Verdure ripiene: tritare la carne di tacchino (si possono utilizzare anche il ripieno o gli avanzi di bollito), aggiungere mollica di pane ammollata nel latte, (possibile aggiungere anche del risotto avanzato e ben rappreso), formaggio grattugiato e un uovo. Chi lo gradisce apprezzerà anche mezzo spicchio d’aglio tritato aggiunto al composto. Farcire con questo preparato zucchine,  peperoni o altre verdure, fatte bollire in precedenza. Ottime anche le patate lesse avanzate, scavate per accogliere il ripieno. Cuocere a microonde con funzione crisp per 10 – 12 minuti .

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Battistella, ottima annata per la ‘Festa della Vendemmia’

September 22, 2012 Leave a comment

BATTISTELLA: INIZIATA LA ‘FESTA’ DELLA VENDEMMIA. UN’OTTIMA ANNATA!
‘Un’ottima annata!’ e non sto parlando del film con Russel Crowe, ma della vendemmia 2012 Battistella!’ (Un’ottima annata è un film del 2006 diretto da Ridley Scott, con Russell Crowe ndr) tuona Mirco Battistella, dell’omonima cantina veneta, produttrice di 20.000 bottiglie l’anno di Prosecco DOP.
‘Ieri tutta la famiglia Battistella si e’riunita per la ‘festa’ della vendemmia 2012: figli, nipoti, zii, nonni, mariti e mogli, in tutto 18 persone, che alle 7.30 di sabato mattina si sono riunite in vigna. 36 mani nude munite di taglienti forbici e cesti in vimini capienti, pronte a ripetere una tradizione che da centinaia d’anni si celebra a settembre: la vendemmia!’ dice Mirco.
‘Non siamo solo il Prosecco del compleanno di Obama, o il Prosecco usato al Premio Cortina D’Ampezzo e al Padiglione Italia di Biennale di Venezia, siamo pure quello certo, ma siamo, prima di tutto, degli agricoltori: la quarta generazione di una famiglia di contadini che da decenni si tramanda segreti per fare della buona uva e del buon vino’ continua il 27enne Mirco Battistella, fresco di master al Mib School of Management che, con Andrea Battistella, dopo laurea e master alla Scuola Enologica Cerletti di Conegliano, ha lanciato qualche anno fa la prima annata del brand Battistella, cantina specializzata nella produzione di Prosecco DOP e di vini rossi funzionali dalle proprietà antiossidanti.
‘Le alte temperature di questa estate sommate all’escursione termica e alle leggere piogge che hanno caratterizzato le ultime settimane trevigiane, hanno permesso alle uve Glera dei vigneti Battistella di giungere a maturazione in questi giorno, ieri abbiamo vendemmiato 60 quintali. Colore e grandezza degli acini del Glera sono perfetti, mentre dentro, il cuore, è particolarmente zuccherino (si stima un 8% in più rispetto alla scorsa annata, grazie allo stress idrico unito alle alte temperature che hanno caratterizzato i mesi estivi). I risultati ottenuti dalle analisi dei principali indicatori, livello di acidità totale, PH, zuccheri, gradazione semplicementi perfetti, riteniamo che questa sarà davvero un’ottima annata’ conclude Battistella.

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Cosmesi, le regole d’oro della bellezza

September 12, 2012 Leave a comment

La sequenza in cui si applicano creme e cosmetici può essere importante tanto quanto i prodotti stessi, per questo abbiamo chiesto a dermatologi e truccatori alcuni consigli su come e quando applicare cosa e perché.
I Principi Fondamentali per la Cura della Pelle
Dobbiamo applicare sulla pelle prima i prodotti con i principi attivi concepiti a ripararla e poi quelli più pesanti che servono invece a proteggerla. Questi “principi attivi”, che possono essere antiossidanti, alfa-idrossiacidi, peptidi, vitamine e pigmenti sbiancanti, contengono molecole sufficientemente piccole per penetrare la superficie dell’epidermide fino spingersi negli strati più profondi dove si attivano per idratare, illuminare, lisciare e rendere più compatta la pelle.
I prodotti più pesanti, come le creme solari e gli idratanti, devono essere applicati in un secondo momento perché la loro funzione è di essere uno “scudo” dai raggi UV e di trattenere l’idratazione dice la dottoressa Ava Shamban. “Se si commette l’errore di sovrapporre una crema solare a un siero antiossidante, quest’ultimo non verrà essere assorbito perché le cellule saranno già sigillate”, spiega Shamban.
Le Basi del Cosmetici
Applicare i cosmetici nella giusta sequenza regala non solo un bell’aspetto naturale, ma semplifica l’intera routine perché previene gli errori anziché porgli rimedio. “Molto ha a che fare con il saper usare texture differenti, che vuol dire non mettere prodotti cremosi sopra quelli in polvere,” spiega la makeup artist Tonya Crooks, i cui clienti regolari includono i nomi di Megan Fox e Fergie. Se si usa un fondotinta in polvere minerale prima di un fard in crema il risultato finale sarà chiazzato, perché sarà difficile fondere il blush. Il rossetto deve andare sempre sotto il gloss, così da ottenere il livello di luminosità desiderato.
Le Dieci Regole D’oro della Bellezza
Solo in un concorso di bellezza una donna userebbe così tanti prodotti per il viso, ma a fini illustrativi elencheremo tutti quelli possibili, nel loro ordine ideale di applicazione, da applicare dopo la quotidiana pulizia del viso mattutina.
1. Se si usano spray idratanti per tonificare la pelle oppure gel per acne o per la rosacea, questo è il momento giusto per tirarli fuori. Gli spray nebulizzatori ammorbidiscono lo strato superficiale di cellule morte (lo strato corneo) e aiutano i prodotti solubili in acqua a penetrare fin dentro gli strati più profondi della pelle.
2. A seguire, quindi, l’applicazione di principi attivi solubili in acqua come i gel e i sieri, come ad esempio sieri antiossidanti, peptidi, vitamine C e E, e pigmenti sbiancanti.
3. Adesso è il turno dell’idratante, che contiene umettanti per rivitalizzare la pelle e principi nutritivi per renderla soffice. Cosa altrettanto importante, l’idratante trattiene nella pelle i prodotti usati in precedenza.
4. La protezione solare si mette subito dopo. Qualora gli occhi fossero sensibili agli ingredienti delle creme solari regolari, usare una crema per gli occhi con SPF ma con una formula non-irritante. Sul resto del viso e del collo, applicare una protezione solare ad ampio raggio che rifletta sia i raggi UVA che quelli UVB.
5. A questo punto attendete 5-10 minuti per far penetrare la crema solare, e poi applicate il fondotinta. Se preferite la trasparenza di una crema solare idratante colorata, usate quella.
6. Qualsiasi difetto ancora visibile può essere coperto con un correttore. Un pennello a punta fine è lo strumento migliore per distribuirlo su imperfezioni, occhiaia e punti rossi.
7. Cipria trasparente e fard in polvere sono i passi successivi (per un look più fresco, al posto del fard in polvere preferite quello in crema). Dare colore alle guance in questa fase aiuta a placare la voglia di andare giù pesanti sugli occhi più avanti. “Se si truccano gli occhi quando il viso è pallido, sarà facile esagerare,” dice Crooks, “per poi trovarsi al momento del fard con il rischio effetto mascherone.”
8. Ora è il momento dedicato allo sguardo: matita o ombretto per le sopracciglia, ombretto e eye-liner per gli occhi. Per le sopracciglia Crooks preferisce matite e ombretti che siano di una tonalità più chiara rispetto ai capelli. Nel caso si usi una matita questa dovrà essere ben affilata, dura e cerosa per consentire di disegnare linee piccole e sottili quanto più simili a capelli.
9. Il mascara dovrà essere applicato con molta attenzione per non rovinare con delle macchie tutto il lavoro precedente.
10. Trattamenti, matite, rossetti e lip gloss per le labbra sono gli ultimi prodotti della serie, ma non per questo meno importanti. Innanzitutto bisogna preparare le labbra screpolate o secche con un prodotto volumizzante in crema o liquido. Poi si passerà al trucco seguendo questa sequenza: matita, rossetto e lucidalabbra.
Laurie Drake scrive per The Style Glossy, e ha contribuito a Vogue e InStyle.

Fonte: BlogModa

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David Wu, vivere in casa come in un Apple Store

September 12, 2012 Leave a comment

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Chi non ha mai pensato che il proprio luogo ideale per vivere felice sarebbe stato un Apple Store? Beh, mentre c’è chi pensa, possiamo dire con estrema sopresa e stupore che c’è chi già lo fa, ed è per questo che oggi parleremo del signor David Wu.
David Wu, ha infatti deciso di trasformare gran parte della sua abitazione in un vero e proprio Apple Store, con stessi mobili (dello stesso materiale e colore), stesso colore delle pareti e stesso design degli accessori. Per rendere l’atmosfera più ”veritiera”, inoltre, ha anche messo in esposizione numerose scatole di accessori e prodotti Apple, proprio come se fossero in vendita.
Inutile dire, poi, che il signor David Wu possiede circa 20 prodotti differenti tutti marcati Apple, tra cui dei MacBook, iMac, iPad, iPhone, iPod tuch, iPod nano e altro, tutti ovviamente messi in esposizione nel suo Apple Store casalingo, con tanto di schermo piatto attaccato al muro per condividere gli spot pubblicitari, i volantini e le brochure dei prodotti della mela morsicata.
Su quest’ultima scelta, però, possiamo dire che il signor David Wu ha voluto un pò stonare il tutto, anche perchè il televisore è di marca Samsung.
Chiamatelo ”pazzo” o ”fanboy”, ma lui si ritiene un innovatore e tecnologo. Poi che dire… A voi i commenti.

Fonte: GoLook-Technology.it

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