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Kiko, quando la reputazione é un valore aggiunto

Avete mai sentito parlare di   reputazione? Detto così potrebbe sembrare che si stia parlando di una persona. Se però dicessimo reputation, probabilmente si
circoscriverebbe il contesto all’ambito del marketing e della  comunicazione. C’è un marchio che sta costruendo un po’ alla volta un’ottima reputation che probabilmente in tempi di budget risucchiati dalla crisi e affollamento di prodotti concorrenti, è un’arma molto forte da usare. Parlo di Kiko Cosmetics. Il marchio nel giro di poco tempo è diventato un punto di riferimento per molte consumatrici. Il motivo? Più di uno. I prodotti sono buoni. Mediamente possono
competere con altri brand nazionali e internazionali del mass market – molto più pubblicizzati a livello globale a colpi di testimonial patinate -. Il rapporto qualità prezzo è praticamente ineguagliabile al momento. Faccio un esempio: se uno smalto di un marchio mass market più noto oscilla tra i 9 e i 12 euro, dura a dir tanto 5 giorni ma si sbecca già al secondo, uno smalto Kiko – che offre una palette di colori, peraltro, ricchissima – dura anche dieci giorni – se poi usate lo spray fissante ripassandolo dopo quei dieci giorni, le unghie tornano esattamente come le avevate laccate la prima volta  -,  non si sbecca mai – quasi a prova di rosicchiatura di unghie e scusate il dettaglio pulp – e copre ogni  forma di imperfezione dell’unghia che persino una bimba di due anni potrebbe stenderlo senza problemi. E potrei parlare anche di altri prodotti che ho acquistato e che non mi hanno delusa. Ma l’elemento che trovo veramente differenziante e intelligente è l’approccio delle venditrici all’interno dei punti vendita che, a questo punto, suppongo essere sottoposte a un training visto che sono entrata in diversi negozi e ho riscontrato sempre la stessa caratteristica. Le commesse sono PROFESSIONALI. Cosa intendo con questo? Le venditrici ti salutano dandoti del lei o del tu, ma sempre con estrema gentilezza senza quindi mettere l’interlocutrice in imbarazzo con un lei troppo freddo e distaccato o, al contrario, con un tu troppo  friendly e invadente. Se stai cercando dei prodotti o provandoli da sola, ti guardano, facendoti capire che sono lì per te, ma senza saltarti addosso come accade in altri negozi. Se ti rivolgi a loro, ti seguono immediatamente rispondendo alle tue esigenze e ti descrivono le caratteristiche del prodotto. Quando hai deciso se acquistarlo o meno – e in entrambi i casi ti trattano benissimo – ti chiedono gentilmente se hai bisogno d’altro e ti informano sulle promozioni o sui nuovi arrivi della settimana. Sempre senza invadere il tuo territorio. Una volta giunta alla cassa, la venditrice ti mostra l’ultimo nuovo arrivo della settimana spiegandoti le sue caratteristiche. Alla fine esci sempre con qualche prodotto in più o con la certezza che comunque ritornerai. Formare le proprie venditrici è un investimento che sempre più spesso le grandi catene dovrebbero fare. Con tutte le possibilità di acquisto on/offline che oggi il consumatore ha a disposizione, trattenere nel punto vendita il consumatore o farlo ritornare è indubbiamente un valore aggiunto. A furia di parlare di comunicazione – ma anche l’atteggiamento delle commesse è comunicazione – ci si è dimenticati che l’obiettivo di un marchio è vendere prodotti, non aria fritta. Senza
contare che spesso, soprattutto nelle città di provincia, si ha l’abitudine di assumere le commesse con un titolo di studio basico come se lavorare con il pubblico non richiedesse preparazione, studio, attitudine e talento. Kiko lo ha capito e sta capitalizzando. E gli altri?

GOOD GOOD BRANDING

Fonte: Vivianamusumeciblog’s

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