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Eugène Delacroix, il Marocco del grande artista pittore

L’11 gennaio 1832, Eugène Delacroix si imbarcò a bordo della Perla in rada a Toulon. Destinazione: Tangeri. Il pittore dovette sostituire il collega Eugène Isabey, che declinò l’invito dell’Ambasciata straordinaria inviata da re Luigi Filippo alla corte del sultano Moulay Abd Al-Rahaman, comandante dei credenti. Questa delegazione condotta dal Conte di Mornay, anziano gentiluomo della Camera di Carlo X, ebbe inizio in un Paese dove le rivolte erano all’ordine del giorno. Al termine di questo viaggio, nel luglio 1832, dopo due scali in Spagna e ad Algeri, Delacroix accumulò un archivio consistente di note e di schizzi importanti. In effetti, i sei mesi che il pittore trascorse in “Barbaria“ lasciarono un impronta indelebile sul suo spirito e sulle sue future opere. La delegazione francese sbarcò nel porto di Tangeri il 25 gennaio, accolta in pompa magna dal Pacha della città, Sidi Larabi Saidi. Delacroix potè finalmente contemplare l’Oriente tanto sognato e dipinto da altri pittori orientalisti alla moda, “l’oriente profumato di broccati e di sete, di furberie e di armi damascate“. Dieci anni prima del viaggio in Marocco, Delacroix aveva già chiaro lo stordimento dell’Oriente, dipingendo nel 1824 e 1827 “Il massacro di Scio” e “La morte di Sardanapalo“. In Marocco, le immagini sempre sognate si tramutarono in realtà. ”Sono sempre più stordito da quello che vedo (…), sono in questo momento come un uomo che sogna e che vede delle cose che non crede di vedere“, scriverà dopo essersi inoltrato nei souks di Tangeri. “Il pittoresco abbonda qui. Ad ogni passo ci sono delle immagini che potrebbero fare la fortuna e la gloria per  venti anni di generazioni di pittori (…) è un luogo fatto per i pittori, la bellezza abbonda, non la bellezza che si vanta nei quadri alla moda, ma qualcosa di più semplice, di più primitivo, di meno affardellato“. Nel suo diario il pittore rimarca a più riprese” la nobiltà naturale del popolo maghrebino, una bellezza pura, violenta, ma senza affettazioni. “La bellezza qui si unisce a tutto quello che serve. Noi, nei nostri corsetti, siamo ridicoli, facciamo pietà!, la grazia arriva dalla scienza“. Dellacroix troverà in Africa del nord, nella “violenza sorda, la vibrazione oscura” che evocò’ Albert Camus, l’essenza del Bello Antico che non era ancora denaturato dalle eredità di Poussin e altri classicisti.
Nel corso delle sue lunghe passeggiate nei dintorni di Tangeri, in compagnia di Charles de Mornay, Delacroix si meravigliò della bellezza di una natura rude e potente: “Provo delle sensazioni simili a quelle che ho provato nella mia infanzia“. Per non lasciare impallidire la vivacità dei colori che annegavano i suoi occhi e la fierezza e la bellezza di questi “barbari“, passò giornate intere a disegnare. Divenne un etnografo disegnando usi e costumi, ad acquerello e a matita, per imprimere tutta la vita palpitante attorno a lui. Descrisse minuziosamente i colori, le architetture, le figure, le attitudini, gli itinerari e tutte le peripezie del viaggio sin nei minimi dettagli. L’animazione di un accampamento, le lente carovane di dromedari sui cammini antichi, l’allure di un caftano, i particolari di un banco di spezie. Curioso insaziabile, nel corso delle sue deambulazioni nei souks e nei piccoli derbs di Meknès o Tangeri, Delacroix si fermòovunque, disegnando’ il viso di qualche soldato appoggiato ad una porta o, ignorando i costumi del Paese, ritraendole figure delle donne marocchine dietro i drappeggi dei loro haiks. La sua guida, Abraham Benchimol, non cessò mai di metterlo in guardia nel frequentare certi luoghi poco sicuri e malfamati. A Meknès, dove la delegazione venne ricevute dal Re del Marocco nel mese di marzo, Delacroix si confrontò, per la prima volta, con l’aggressività della folla e conobbe qualche “incidente di percorso”. “Gli abiti e le figure dei cristiani sono antipatici a questa gente e bisogna sempre essere scortati dai soldati (…) salire su di una terrazza equivale ad esporsi a lanci di pietre o a colpi di fucile. La gelosia dei Mori è estrema e sulle terrazze sono presenti le donne che si recano a prendere il fresco“. Nella città di Meknès si recò in visita ad una piccola sinagoga per dipingere degli ebrei che accettarono di posare per lui. Nel corso del suo periplo verso Meknès, Delacroix assistette ad una Laab el Barode, la Fantasia spettacolare data in onore degli ospiti del Reame per divertirli. Cavalcate, “balletti bizzarri di burnos, di caftani e di cappe, scoppiettanti cavalieri brandiscono le loro armi fiammeggianti, in un carosello di stendardi e di drappi volteggianti“. Le salve dei fucili lasciavano lunghe scie di polvere e di fumo, niente più di questa immagine rimase impressa e si concretizzo nelle sue opere che questi giochi di polveri. Dopo il suo viaggio in Marocco, Delacroix fece esplodere sulle tele l’esaltazione e la bellezza che appassionatamente visse in Marocco.
Testimoni sono le opere come “La presa di Costantinopoli“, “Fantasia araba”, “Il combattimento di Giaour e del Pacha” (1856) e ancora i “Zuffa di cavalli arabi nella scuderia” (1860), “‘Attila e i Barbari in massa ai piedi dell’Italia e le arti” della biblioteca del Palazzo Bourbon. Spettacolare “‘Apollo vincitore del serpente Python” su di uno dei plafond del Louvre. Delacroix ammirò a Meknès “le mura ocra sotto di un cielo cangiante leggermente azzurrato, alla Paolo Veronese“. Vero è che in Marocco l’artista si costruì un ricco repertorio di immagini, di paesaggi e di colori che non smise mai di ricordare nelle sue opere, sino alla fine della sua vita. A causa della difficoltà, tangibili, non gli fu mai possibile sistemare un cavalletto per strada e dipingere seduta stante quello che vedeva, anche pêr la difficile preparazione dei colori ad olio e, per questo motivo, Dellacroix durante tutto il suo viaggio in terra nord-africana abbozzò solamente degli schizzi, che divennero poi delle opere in Francia. Che furono realmente molte: “Il mercante di aranci” (1852), “Il ritratto dell’imperatore Abd Al- Rahman”, “Il marocchino che sella il suo cavallo” (1855), “Il cavallo all’abbeveratoio” (1862) e il famoso “Nozze ebree in Marocco” (1837-41. Il Marocco ha donato all’artista la matrice della luce, la fiammeggiante bellezza dei suoi colori e la foga a tratti “barbara” delle sue pennellate. Questa tappa capitale nel percorso di vita di Delacroix ebbe la capacità di far dimenticare le ombre terrose a cui era molto legato nella sua giovinezza artistica “romantica“. Come sottolineò Renè Huyghes, a proposito di Delacroix: “il sole caccia le ombre fumose dei romantici“. Il breve ma intenso passaggio in terra marocchina fu per il pittore una doppia rivelazione: quella della natura e quella della luce. Ma, senza dubbio, se ne puo’ contare una terza, più interiore in questo caso; quando venne a conoscenza del progetto di alcune rivolte e agitazioni politiche, in Francia, scrisse ai diretti interessati una lettera datata 5 luglio 1832: “Bene!, voi vi battete e cospirate, quanto siete ridicoli! Andate in Barbaria ad apprendere la pazienza e la filosofia“. Baudelaire scrisse di lui:” il pittore più originale dei tempi antichi e dei tempi moderni“, senza mai essere il capo fila di una scuola di pittura, anche se le sue opere sono l’annuncio di nuove tendenze artistiche: l’impressionismo e l’arte moderna. Delacroix ha dipinto la sensualità, la voluttà, la passione, la rabbia e la violenza miscelati a quel che di più dolce puo’ esistere nelle pieghe dell’essere umano; un sublime inno alla Bellezza, quella vera.

Credits: Maurice Arama, “Le Maroc de Delacroix” -Jaguar 1987/ Charles Baudelaire, “Salon de 1845″/ “Eugène Delacroix” in “Curiositès esthétiques”, Garnier, 1962,1986/ “Delacroix au Maroc”, colletif, éditions Rabat, 1963/ Maurice Sérullaz,” Delacroix”, Fayard, 1989/ Guy Dumur, “Delacroix e le Maroc”, Herscher, 1989.

Paolo Pautasso

Fonte: My Amazighen

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