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Intervista di Viviana Musumeci a Elisabetta Franchi, art director del brand omonimo

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Elisabetta Franchi è un brand del pret à porter Made in Italy, ma è anche una donna estremamente forte e volitiva che ha creduto nel proprio talento e nelle proprie capacità imprenditoriali tanto da portare al successo un’azienda che oggi ha un business sempre in crescita e che continua a studiare, progettare e produrre i propri capi a Granarolo alle porte di Bologna, in un quartier generale immerso nella campagna dove la sede si estende su 6000 metri quadrati di bellezza moderna e funzionale. Una realtà, quella di Elisabetta Franchi che oggi conta 130 dipendenti diretti e un migliaio nell’indotto; che ha raggiunto, nel 2011 un fatturato di 103 milioni di euro e un utile di 18 e 500 circa,  e nel 2012 un fatturato di 115 milioni.

Viviana Musumeci ha intervistato Elisabetta Franchi.

V.M.: Come si è avvicinata alla moda?

E.F.: Fin da piccola ho avuto la passione per la moda. Poi crescendo, ho liberato la mia creatività, che insieme all’eleganza e alla femminilità, hanno portato alla nascita del ELISABETTA FRANCHI.

V.M.: Quali erano gli obiettivi quando l’ha fondata e cosa è cambiato?

E.F.: Quando ho fondato la mia azienda, non avevo obiettivi di business, ma semplicemente fare quello che amavo fare: seguire la mia passione. E’ cambiato solo il modo di lavorare. Quando la tua passione, che ho avuto la fortuna di trasformare in lavoro, si trasforma in business, capisci che hai tantissime responsabilità,scadenze da rispettare e ritmi serrati.

V.M.: Quali sono le tendenze del mercato per il 2013? A quanto ammonta la quota del mercato italiano e a quanto quella straniera?

E.F.: Nei prossimi mesi ci saranno nuove aperture, in Europa, con Lisbona e Amsterdam, e in Indonesia, con Jakarta. Attualmente il 65% del fatturato è realizzato in Italia e il restante 35% all’estero. L’obiettivo è quello di invertire il fatturato italiano con quello estero nel giro di due anni.

V.M.: Qual è il legame tra l’azienda e il territorio in cui è nata?

E.F.: Il legame che esiste fra me e la mia azienda può essere paragonato al legame prezioso che ha una madre con il proprio figlio. Se devo pensare al legame con “la mia terra”, dico che sono italiana e tutte le mie creazioni, tutto quello che è nato e ho costruito oggi,  rispecchia perfettamente il gusto del Made in Italy.

V.M.: Mi può anticipare delle novità?

E.F.: Il progetto al quale stiamo lavorando è quello di “aggredire” il Far East con nuove aperture e consolidare i mercati come il Medio Oriente e la Russia.

V.M.: Lei è in attesa di un figlio? E’ un maschio o una femmina? E che nome ha scelto?

E.F.: Il figlio che aspetto sarà un maschio e si chiamerà Leone, forte come la sua mamma.

Fonte: VM-Mag

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Intervista a Gabriella Ballin, direttore commerciale del marchio Ballin

March 7, 2013 Leave a comment

Gabriella BallinCi sono famiglie di imprenditori italiani che affondano le radici nel passato e nella tradizione. Nel caso poi del lusso, in questo periodo, se non suonasse stucchevole, verrebbe persino da ringraziare il cielo che alcune aziende continuino a perseguire il proprio progetto iniziale, quello di realizzare prodotti di alta gamma e di elevata qualità, rinunciando alle crescite facili, al concetto ”dopato” di lusso democratico spesso coltivato in altri Paesi, ma puntando sull’heritage e su consumatori di alto profilo. Aziende del Made in Italy che faticosamente mantengono alto il prestigio del nostro Paese all’estero, offrendo prodotti con caratteristiche che toccano l’eccellenza. Ballin è uno di questi marchi e Viviana Musumeci ha intervistato il direttore commerciale, Gabriella Ballin.

V.M.: Ballin è un’azienda che esiste da 70 anni.  E’ difficile mantenere un’azienda “made in Italy” per così tanto tempo?

G.B.: La nostra azienda è, è stata e sarà sempre improntata al made in Italy. Il primo cambio generazionale ha già avuto luogo con i miei fratelli e con me, ma le nuove generazioni si stanno già facendo le ossa in azienda. E’ anche vero che la fase esclusivamente “familiare” l’abbiamo già superata con l’inserimento di manager esterni. Inoltre abbiamo anche iniziato a lavorare a una ristrutturazione dell’azienda per andare incontro alle sfide della globalizzazione e dei nostri tempi.

V.M.: I vostri artigiani sono solo italiani?

G.B.: Assolutamente sì, anche se ammetto che è diventato molto difficile trovare delle persone che continuino a fare questo mestiere. Comunque nelle nostre zone, in Veneto, si trovano ancora professionisti affidabile e competenti.

V.M.: In che cosa è consistita la ristrutturazione aziendale?

G.B.: La holding del Calzaturificio Ballin è stata divisa in due: Ballin Project, dedicata allo sviluppo del brand di casa  e  Nillab, concentrata sulla produzione per terzi.

V.M.: Come avete chiuso il 2012 e come è stato come anno?

G.B.: Nel 2012 abbiamo superato, a livello worldwide, i 60 milioni di euro. Il fatturato per il 20% deriva dal mercato italiano e per il restante 80% dal resto del mondo.

V.M.: Quali sono i mercati interessanti per voi?

G.B.: Stiamo lavorando molto bene con i Paesi dell’Euro/Asia. E’ un mercato che è estremamente attento non solo al lusso, ma alta gamma realizzata nel nostro Paese. Per quanto riguarda il Medio Oriente è un mercato che ci interessa approcciare e per questo siamo alla ricerca di un partner commerciale. Infine per gli Stati Uniti ci sono tutti i presupposti per rientrare.

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Intervista a Davide Ravizza, sales director del marchio Romeo Santamaria

February 25, 2013 Leave a comment

RavizzaE’ stato inaguruato ufficialmente la scorsa settimana in occasione della MFW il punto vendita del marchio di lusso Romeo Santamaria in via della Spiga a Milano. Il brand fondato nella capitale meneghina nel 1947, Romeo Santamaria è  stato acquistato di recente dalla società coreana ShinWon, uno dei principali fashion group del far east, con l’obiettivo di penetrare il mercato italiano e proseguire con l’espansione anche in Europa. Lusso estremo, ma mai ostentato: questo il mantra del marchio che propone come prima creazione e prodotto di punta della collezione la shopping bag Opera il cui interno – solo quello – è rivestito di pelle di coccodrillo. La nuova designer del marchio è Peggy Huyn Kinh. La campagna adv che verrà lanciata in questi giorni a sostegno dell’opening è stata realizzata con gli scatti di Giovanni Gastel.

Viviana Musumeci ha intervistato il sales director Davide Ravizza:

V.M.: E’ una storia un po’ strana quella del brand Santamaria, visto che torna a Milano dopo tanti anni…

D.R.: Il marchio è nato nel 1947 e si è sempre dedicato alle borse in coccodrillo. Il brand ha avuto una sua espansione negli anni negli Usa, negli Emirati ARabi e in Russia. E’ un marchio che è rimasto “ibernato” per un po’, senza però, subire dei cambiamenti in negativo, come è capitato ad altri brand del lusso. ShinWon lo ha cercato per molto tempo, perché voleva investire in un nome italiano e portatore dei valori della milanesità. L’eleganza e il lusso, ma quelli discreti, di prodotti realizzati in Italia, quindi made in Italy.

V.M.: Realizzate borse in coccodrillo, ma come vi distinguete da altri marchi che fanno altrettanto?

D.R.: Noi usiamo le stesse pelli di coccodrillo utilizzate da Hermes – ndr il coccodrillo Niloticus – e acquistiamo le pelli proprio dalla conceria Hermes. Realizziamo solo 250 pezzi l’anno circa worldwide. Pochi pezzi ma estremamente ricercati e di grande lusso. La nostra creativa, Peggy Huyn Kinh, incarna al meglio questa idea di lusso discreto, visto che con il modello Opera, che presentiamo in questi giorni, ha realizzato una borsa che esternamente è in pelle, ma internamente rivela la sorpresa di essere foderata in coccodrillo. Un lusso misteriodo indirizzato a chi è in grado di capirlo. Più che lusso, direi, lussuoso.

V.M.: Le borse saranno sempre realizzate solo in coccodrillo?

D.R.: No, abbiamo in programma anche di inserire la pelle di struzzo, squalo e capra.

V.M.: Come sono le vostre prospettive di sviluppo?

D.R.: Ottime, direi. ShinWon ha dimostrato di avere fiducia in un Paese come il nostro dove gli investitori stranieri latitano da tempo. E’ un’iniezione che dovrebbe metterci di buon umore.

Fonte: VM-Mag

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Intervista a Franco Bergamaschi, fondatore di Erbolario

February 21, 2013 Leave a comment

Franco Bergamaschi-w600-h600

Erbolario è uno di quei marchi della cosmesi Made in Italy che rappresenta bene il concetto di isola felice. La sede di Lodi, dove l’azienda risiede dal 1978 – e infatti quest’anno l’azienda compie 35 anni – sembra una magione inglese, ricoperta di boiserie, con lo showroom che in realtà ricorda un giardino di inverno pieno di piante, con finestre ampissime che fanno entrare la luce naturale nella stanza dove deve essere un vero e proprio sogno soggiornare in primavera. Non solo: all’Erbolario più del 90% degli impiegati è donna, dimostrando come, quando c’è il talento, non ci sia bisogno di quote rose. La percentuale di turn over è bassissima, visto che i dipendenti, normalmente, se ne vanno con il raggiungimento dell’età pensionalibile. Per non dimenticare, poi, il fatto che da sempre Erbolario è un marchio molto sensibile al green, al rispetto per gli animali – tanto che di recente con la Lav ha inaugurato il mercoledì vegan promuovendolo con un evento tenutosi presso la sede, dove dipendenti e ospiti hanno pranzato mangiando il cibo preparato dallo chef vegan Simone Salvini -, alla salvaguardia dell’ambiente, all’ecologically correct.

Viviana Musumeci ha intervistato Franco Bergamaschi, fondatore con la moglie Daniela Villa, del marchio e amministratore delegato dell’azienda.

V.M.: Il 2013 è un anno importante per voi perché compirete il vostro 35°anniversario. Che cosa avete in programma per festeggiare questo prestigioso traguardo?

F.B.: Sono molte le iniziative che metteremo in atto durante l’anno. La prima ha già avuto luogo in azienda con la creazione del mercoledì veg in collaborazione con la Lav per insegnare agli italiani a mangiare vegano almeno una volta la settimana. Un modo non solo per rispettare gli animali, ma anche per risparmiare energia ed essere più gentili con il nostro pianeta. Poi, sì ci saranno altre inziative, ma non posso accennare ancora nulla.

V.M.: Com’è andato il 2012?

F.B.: Abbiamo mantenuto gli stessi livelli del 2011 quindi non ci possiamo lamentare. Stiamo lavorando a nuovi progetti che saranno varati entro l’anno. Uno dei nostri obiettivi e di essere ancor più vicini ai clienti raggiungendoli con maggiore tempestività. Credo che già dal 2013 ci sarà una ripresa.

In mezzo, Franco Bergamaschi

V.M.: Quanto avete fatturato lo scorso anno?

F.B.: Come dicevo siamo stati in linea con il 2011. Abbiamo chiuso il 2012 a circa 88 milioni di euro.

V.M.: E all’estero come stanno andando le cose per Erbolario?

F.B.: Molto bene. Sono previste nuove aperture all’estero. In Bulgaria abbiamo inaugurato da poco un punto vendita, ma presto saremo anche in Svezia e Polonia. Taiwan resta il nostro miglior cliente e stiamo sviluppando nuovi mercati.

Fonte: VM-Mag

Intervista di Viviana Musumeci a Vinciane Stouvenaker, designer accessori di Coccinelle

February 4, 2013 Leave a comment

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Proviene dal Belgio, come tradisce del resto il suo cognome: Vinciane Stouvenaker, designer del marchio di borse e accessori Coccinelle ha studiato all’Accademia delle Belle arti del suo paese di origine, ma nel 1989 è approdata per la prima volta in Italia e in particolare in Italia per studiare le radici della nostra cultura nella moda, ponendo particolare attenzione agli accessori. Grazie al suo straordinario talento, Vinciane, dopo essersi diplomata, è divenuta prima docente e poi consulente per alcuni brand, realizzando anche una collezione personale distribuita in negozi come  Luisa Via Roma, Barneys, Isetan, Lane Crawford e aggiudicandosi il premio Who’s on Next  nel 2006 come migliore designer di accessori.
Viviana Musumeci l’ha intervistata.

V.M.: Come nasce una collezione Coccinelle?

V.S.: Attingo alla memoria del brand per non tradire i suoi valori con la consapevolezza che alla fine di una progettazione di un oggetto, sarà una donna a portarla e ad animarla esaltando le sue caratteristiche.

V.M.: Quali sono gli elementi che ti ispirano?

V.S.: Amo trasformare vecchi modelli in qualcosa di unico mescolando elementi che hanno un passato con techniche nuove unendo tradizione e modernità.

V.M.: Dove lavori e com’è la tua postazione di lavoro?

V.S.: Il mio lavoro di creativa nasce in ogni posto dove posso trarre un’emozione o un intuizione, che sia viaggiando, a una mostra o a un mercatino, toccando una materia, mentre la concretezza prende forma in azienda con il confronto con i miei colleghi  e persone che mi supportono. Nel mio ufficio sono circondata tra borse vintage, pellami, libri di moda, oggetti vari…

V.M.: Che cos’è la creatività per te?

V.S.: Capacità della mente d’inventare andando al essenziale. Emozionando.

V.M.: Quali sono i designer di borse e accessori a cui ti richiami e quali sono le caratteristiche di un buon designer?

V.S.: Quelli che riescono a trasmettere modernità e creatività dando un valore comunicativo ma preferisco non fare nomi per non dimenticare nessuno. Sono le stesse caratteristiche che distinguono un buon designer, aggiungerei forse passione…

(Intervista di Viviana Musumeci)

Fonte: VM-Mag

Intervista di Marius Creati a Arrigo De Simone, noto imprenditore della birra Desmond

January 28, 2013 Leave a comment

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Arrigo De Simone, noto imprenditore abruzzese è artefice della produzione della birra artigianale Desmond, una bevanda prodotta seguendo specifiche fasi di produzione riproponenti nella completezza lo stile puro nordamericano, un’eventualità produttiva del settore alimentare davvero eccezionale nel territorio nazionale dal quale evince la ricerca di un prodotto molto esclusivo assolutamente originale. Arrigo spiega il perché di molteplici scelte insolite sottolineando spunti importanti legati alla tradizione romantica tramandata dal passato, una traduzione emblematica della qualità elargita in una modernità in cui il mercato è saturo di prodotti succedanei privi del carattere peculiare dell’originalità e del gusto.

Intervista a cura di Marius Creati

M.C.: In quale maniera ti confronti con il mondo della produzione alimentare?

A.D.S.: Ritengo che troppo spesso si cura poco la qualità di ciò che ci viene proposto, sia nel food che nel beverage. L’idea di una produzione di birra artigianale quindi cerca di sopperire, insieme a molti altri birrifici, a questa carenza, almeno per quanto riguarda la birra, che ha un mercato saturato da prodotti di qualità scadente.

M.C.: Come nasce l’idea di produrre una birra italiana di stile nordamericano?

A.D.S.: In Italia non esiste una tradizione birraria, per cui non sono presenti stili tipici del territorio. Questo dà al birraio italiano la possibilità di poter spaziare tra gli stili degli altri paesi, aggiungendo quella personalizzazione che rende il prodotto finale assolutamente originale. Le birre di stile nordamericano sono molto interessanti sopratutto per i luppoli utilizzati, molto profumati e distintivi. E i risultati sono estremamente piacevoli.

M.C.: La volontà di realizzare un prodotto artigianale in che modo si relaziona con l’originalità che si presenta sul mercato?

A.D.S.: In realtà ci sono moltissimi birrifici artigianali in Italia, per cui ci stiamo costruendo un mercato tutto nostro. La cosa incoraggiante è che questo credo sia l’unico mercato che cresce a doppia cifra in questo momento, sopratutto perchè il pubblico si sta avvicinando con curiosità al movimento e le iniziative culturali sono sempre più presenti sul territorio.

M.C.: Realizzare un prodotto di ottima qualità implica una verve creativa singolare?

A.D.S.: Realizzare un prodotto di ottima qualità richiede competenze scientifiche elevate, capacità tecniche, materie prime di assoluta qualità e conoscenza approfondita della tecnologia di birrificazione. Su questa base, la creatività del birraio porta all’originalità delle ricette e dei prodotti conseguenti. La creatività è fondamentale per il prodotto, ma non è legata alla qualità. la qualità è sopratutto un problema tecnico e di scelte di materie prime. Per spiegarmi meglio, con le stesse materie prime un birraio potrebbe fare decine di birre diverse, tutte di qualità, ma con sapori differenti.

M.C.: Desmond è un marchio registrato… qual è il significato della sua etichetta? Come sei giunto al risultato finale?

A.D.S.: Desmond è un marchio registrato a livello europeo. Nel logo è presente un bollitore di rame, tipo quelli che venivano utilizzati nell’800, prima dell’avvento della birra industriale. Il significato è che da un punto di vista grafico abbiamo voluto segnalare che il Birrificio Artigianale Desmond produce birre esattamente come si faceva prima della rivoluzione industriale. L’aggiunta di bandierine nautiche testimonia che il birrificio è in una località marittima. Il logo è stato elaborato dall’artista Stefano Ianni.

M.C.: Di solito cosa rende speciale una birra? Esiste un segreto che ciascun birraio conserva gelosamente nei suoi diari di ricerca?

A.D.S.: In realtà l’originalità di una birra dipende da tantissimi fattori. Le variabili da considerare durante la produzione sono molteplici, e tutte influiscono sul sapore finale della birra. Per cui è la combinazione di più fattori, quali per esempio l’ammostamento, la filtrazione, la luppolatura, la scelta del lievito, il tipo di condizionamento che caratterizzano una birra. Ogni birraio ha la sua visione di massima delle tecniche che preferisce utilizzare, e spesso questo si ripercuote su tutta la linea di produzione… come dire, spesso assaggiando più birre dello stesso birrificio si riconosce lo ‘stile’ tipico di quel birraio. Spesso i birrai si confrontano tra loro e si influenzano l’un l’altro, ma il carattere distintivo e originale della produzione di ciascun birraio non viene meno.

M.C.: Dedizione, passione o semplice tradizione… cosa contraddistingue il culto nell’imprenditoria alimentare?

A.D.S.: Per quanto riguarda la birra artigianale, assolutamente passione e abnegazione. Non è un  campo dai guadagni facili, e la tassazione estrema non consente di ‘arricchirsi’. La scelta di produrre birra artigianale è una scelta di vita, non economica.

M.C.: Desmond è frutto di una creazione che sposa perfettamente costume storico e romanticismo?

A.D.S.: L’idea di produrre birra secondo i metodi dell’800 è assolutamente romantica. E’ una proposta che vuole tornare alle origini, per rendere partecipe il pubblico a quello che nella realtà dovrebbe essere una birra, cioè un prodotto probiotico, gradevolissimo e appagante. Queste caratteristiche sono state perse con l’avvento dei birrifici industriali. Per quanto riguarda i fenomeni di costume, in realtà non abbiamo come italiani una tradizione su questa bevanda.

M.C.: Al giorno d’oggi è possibile lasciare inalterate determinate proprietà tipiche senza ricorrere all’uso della coeva produzione industriale?

A.D.S.: Assolutamente si. L’utilizzo di materie prime di prima qualità, la non pastorizzazione del prodotto finale, la gasatura naturale ottenuta in seconda fermentazione rendono la birra artigianale completamente coesa con le proprietà originali e storiche di questa bevanda. E’ esattamente il contrario. la produzione industriale appiattisce il prodotto facendogli perdere la quasi totalità delle sue proprietà originali.

M.C.: Quanto la consuetudine tramandata dal passato alimenta in modo particolare la produzione di prodotti alimentari nel presente? E’ possibile tornare indietro nel tempo per ripristinare vecchi sapori quasi estinti?

A.D.S.: E’ quello che stiamo tentando di fare. Si tratta fondamentalmente di una scelta. E’ impossibile coniugare un larghissimo consumo con parametri di qualità assoluta che ci siamo prefissi come obiettivo. Ovviamente anche i prezzi sono differenti, e questo limita di molto la diffusione del prodotto artigianale.

M.C.: Reinheitsgebot… quanto il decreto della “purezza della birra” influenza unicamente l’etica e il gusto? Una legge atavica può ritenersi ancora motivo d’orgoglio per quasi 500 anni?

A.D.S.: In realtà questo decreto è nato per evitare che nella produzione della birra fosse utilizzato il frumento, in quanto era necessario alla produzione del pane.. Possiamo considerare la cosa da un punto di vista romantico o commerciale. Romanticamente, l’idea di utilizzare come materie prime acqua, malto, luppolo e lievito combacia con la nostra idea di proporre birre come venivano prodotte nella quasi totalità del mondo prima dell’avvento dell’industria. Da un punto di vista commerciale, molti birrifici tedeschi cavalcano l’editto della birra, ma è uno stratagemma per rafforzare l’immagine del loro prodotto.

M.C.: L’ideale di ‘birra pura’ esprime di per sé un’immagine stravagante?

A.D.S.: Non saprei come stabilire i parametri di una birra pura. La birra può essere prodotta con una moltitudine di cereali e spezie, oltre che con i classici ingredienti. In realtà, se parliamo delle materie prime che si usano in produzione, non può esistere il concetto di birra ‘pura’.

M.C.: Quanto il concetto di feudalità della bevanda, in termini di recupero storico della concezione legislativa, si traduce in modo tangibile sul piano commerciale?

A.D.S.: La birra artigianale nei paesi dove esiste una tradizione birraria ha una sua territorialità, spesso è a km zero, in quanto viene somministrata esclusivamente dove viene prodotta. Questa cosa lentamente sta prendendo piede anche in Italia, dove alcuni birrifici, noi compresi, hanno un Brew pub, nei locali attigui alla produzione, dove si somministrano piatti cucinati con la birra e le birre di produzione locale. E’ un sistema per avvicinare il pubblico al prodotto, attualmente credo sia uno dei migliori per promuovere la propria produzione.

M.C.: Preferisci che la Desmond sia considerata più una birra prelibata possibilmente di nicchia oppure una bevanda alcolica di ampio consumo?

A.D.S.: L’ideale sarebbe essere entrambe… ma come dicevo prima nella stragrande maggioranza dei casi l’una esclude l’altra. La crescita della somministrazione alla spina delle birre artigianali mi sembra un ottimo compromesso, in quanto permette a un maggior pubblico di avvicinarsi a queste specialità e si riesce a contenere il prezzo senza inficiare la qualità del prodotto finale.

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Intervista di Viviana Musumeci a Giuseppe Polvani, ad del gruppo Malo

January 28, 2013 Leave a comment

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E’ un vero e proprio ritorno alle origini quello che caratterizza gli ultimi due anni del gruppo Malo. Il motivo è che da quando il 30 settembre 2010 il marchio è passato in comproprietà a Exa Group, impresa specializzata nel lusso diretta da Gianrico Specchio, da Paolo Pratesi e da Giuseppe Polvani – ad di Malo -, la sfida è quella di fare ritornare il noto brand italiano di cashemire al vero e proprio Made in Italy e al lusso 100%. Per la cronaca, tutti e tre gli ingegneri a capo di Exa, provengono da Prada e di luxury, quindi, se ne intendono veramente. Un impegno a lungo termine in cui tutti e tre credono fortemente.

V.M.: Mi racconta un po’ la storia di Malo e la sua evoluzione degli ultimi anni?

G. P.: Malo, noto brand italiano di cashmere che ha celebrato nel 2012 il suo 40esimo anniversario, è passato il 30 Settembre 2010 in comproprietà di Exa Group. Crediamo nel marchio e nel suo notevole potenziale e il nostro impegno è di coltivarne con passione la crescita in modo responsabile e non affrettato.
Insieme al dott. Fabio Ducci, ex Direttore di Genny, Helmut Lang e Costume National, nominato Chief Operating Officer e Direttore Generale, opero quotidianamente nel quartier generale, dove ufficio stile e produzione hanno sempre luogo: a Firenze. Le vendite sono invece gestite dallo showroom di Milano, rinnovato a gennaio 2012 in una splendida villa di inizio Novecento in via Torquato Tasso. Il nostro approccio a lungo termine si basa su una visione concentrata sul know how di Malo: il suo personale altamente specializzato e le sue incomparabili tecniche di lavorazione di alta maglieria.
Il cashmere, per cui il brand si è fatto amare dai clienti in questi quaranta anni, continua ad essere la materia prima cuore della attuale strategia di rilancio. Tutti i prodotti Malo sono Made in Italy al 100%, per rispettare appieno l’identità e assicurare un livello di qualità impeccabile. Le produzioni dei capi avvengono sempre nelle fabbriche di proprietà dell’azienda: a Firenze (per i filati più spessi) e a Piacenza (per la maglia sottile).

V.M.: A quanto ammonta il fatturato 2011 e come avete chiuso l’anno?

G. P.: Il fatturato 2011 é di circa 25 mil €, il 2012 lo abbiamo chiuso in leggera crescita.

V.M.: Quali sono le tendenze in corso nel vostro mercato di riferimento?

G. P.: La tendenza é quella di capi sempre più ricercati ed esclusivi sia in termini di filati che di colori, di lavorazioni e di vestibilità.

V.M.: Quali sono i mercati di riferimento per Malo? Mi può indicare le percentuali di rappresentanza in Italia e all’estero?

G. P.: Posto che riteniamo Malo un brand faro del lusso Made in Italy, i nostri mercati di riferimento sono in Europa Francia, Germania mentre guardando il Far East certamente la Russia, dove stiamo crescendo molto. Senza dimenticare la Corea del Sud ed il Giappone.

V.M.: Come siete strutturati dal punto di vista del retail?

G. P.: Al momento l’azienda gestisce direttamente 14 negozi worldwide, oltre a una catena di negozi in franchising in prestigiose località, come ad esempio Venezia, Megève, Monaco, Ginevra, Mosca e Sylt. Abbiamo anche un partner in Sud-Corea che ci segue per le nuove aperture. Il piano gestionale in atto prevede di incrementare e sostenere la rete di distribuzione commerciale: nostra priorità.

V.M.: Ci sono aperture in corso a breve? E nel 2013?

G. P.: A dicembre abbiamo riaperto i nostri storici punti vendita nelle località sciistiche di Cortina d’Ampezzo e Courmayeur: inizia la stagione invernale e Malo rimane un appuntamento fisso per gli appassionati della montagna. Per quanto riguarda le aperture all’estero, saremo a brevissimo a Beverly Hills, nella prestigiosa Rodeo Drive: una location indispensabile per un brand del lusso come Malo. Riapriremo a New York: in uno spazio che tenga conto dell’ampiezza delle collezioni, e dove il prodotto possa essere sublimato, come successo per Roma, dove abbiamo aperto un flagship store in via Borgognona angolo via Belsiana che si sviluppa su due piani. Sempre a Roma, a fine novembre abbiamo aperto uno store dedicato completamente agli accessori in via Mario dè Fiori 53 A. Per il 2013 stiamo valutando spazi adeguati anche nella capitale francese della moda: Parigi.

V.M.: Altre novità?

G. P.: Tra le ultime news del brand, abbiamo esteso la gamma dei nostri prodotti anche ad una linea di ceramiche per la casa. Ogni ceramica è contraddistinta dal logo “Malo”: prodotta esclusivamente per il brand, riflette quel lifestyle che ispira e continua ad influenzare le nostre scelte. Sempre in merito al prodotto, da questo inverno Malo propone una capsule collection dedicata ai neonati composta da tutine, pantaloncini, copertine, babucce. Rigorosamente in cashmere, rigorosamente Made in Italy: dalla PE13, questa capsule diventerà una linea per bambini. In merito alle strategie di comunicazione, siamo profondamente convinti dell’importanza di essere presenti nei nuovi media: per questo motivo abbiamo inaugurato quest’estate il profilo Pinterest, ultimo arrivato in una serie di investimenti nei social: da Facebook a Twitter passando per Youtube e Tumblr.

(Intervista di Viviana Musumeci)

Fonte: VM-Mag

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Intervista a Giuseppe Tamola, country manager del brand Zalando Italia

January 22, 2013 Leave a comment

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Nelle ultime settimane, molte ricerche di mercato hanno sottolineato come lo shopping online sia in forte crescita e non solo negli altri Paesi europei. Nonostante le abitudini tradizionaliste in fatto di acqusti, anche in Italia, il fenomeno è in forte crescita. Zalando, brand tedesco di ecommerce dedicato alla moda, agli accessori e da qualche tempo anche alla casa, è sicuramente un leader.

V.M.: Rispetto al 2011 com’è andato il 2012? Come lo avete chiuso e che previsioni fate per il 2013?

G.T.: Il 2012 è stato un anno di novità e successi, a partire dalle nuove aperture. A gennaio eravamo attivi in 7 mercati: oggi operiamo in 14 diverse nazioni grazie all’inaugurazione degli shop in Belgio, Polonia, Spagna, Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca. A giugno, durante l’e-Commerce Summit tenutosi a Barcellona, abbiamo ricevuto il riconoscimento di best “Cross-Border Webshop” precedendo le nomination di player importanti quali H&M, Asos e Amazon:l’award viene assegnato in base alla capacità dei player che operano su più mercati nazionali di adattarsi alle specificità degli stessi sotto aspetti quali possono essere la logistica, il marketing, il servizio e così via. Un altro grande successo di quest’anno è stata l’inaugurazione di Erfurt, che ci piace definire il più grande guardaroba d’Europa grazie ai suoi 120.000 metri quadrati per lo stoccaggio di scarpe, accessori e abbigliamento. Il magazzino (il terzo per Zalando) è stato realizzato in partnership con Goodman, con il quale abbiamo lavorato a stretto contatto per la progettazione di un centro ritagliato sulle nostre specifiche esigenze. Si tratta di un grande successo in quanto ci permetterà di ottimizzare ulteriormente la nostra logistica, migliorando di conseguenza il servizio verso il cliente. E nel frattempo abbiamo anche iniziato la costruzione di un quarto centro logistico, sempre in collaborazione con Goodman, di 75.000 metri quadrati. Per quanto riguarda più da vicino Zalando Italia, il 2011 è stato l’anno del lancio, durante il quale abbiamo lavorato molto per adattare il servizio alle necessità dei clienti italiani, e il 2012 è stato l’anno in cui abbiamo raccolto i frutti di questo duro lavoro, come hanno dimostrato i risultati conseguiti. Questo periodo, quello degli acquisti natalizi, è molto importante per chi si occupa di vendita al consumatore finale e le reazioni dei nostri clienti ci stanno dando una chiara indicazione: Zalando è percepita come una realtà solida e affidabile, un luogo virtuale dove lo shopping di moda non è solo conveniente ma anche divertente.

V.M.: In che direzione sta andando il mercato degli accessori online?

G.T.: Sfortunatamente è difficile fare previsioni certe sull’andamento dei trend di mercato. Quel che è certo è che borse e accessori costituiscono una parte essenziale nelle scelte stilistiche degli appassionati di fashion che si avvicinano al nostro shop. Inoltre gli accessori costituiscono una categoria particolarmente appetibile per gli appassionati di acquisti online, non presentando (o presentando solo in casi molto specifici) i potenziali problemi derivanti dalla scelta della taglia corretta. Naturalmente rimane prioritario fornire immagini dettagliate e di eccellente qualità per permettere al cliente di avere un’overview perfetta del prodotto. È una categoria in cui crediamo molto – anche in vista del particolare gusto dimostrato dagli italiani e dalle italiane per gli accessori, come ad esempio le borse – dunque proseguiremo nel lavoro intrapreso per offrire la miglior selezione possibile ai nostri utenti. Siamo partiti come negozio di sole scarpe ma ora abbigliamento e accessori sono categorie essenziali per Zalando e in costante crescita: basti pensare che ad oggi il fatturato globale dell’azienda è costituito al 50% dalle categorie che non rientrano nelle scarpe.

V.M.: Quanti prodotti avete in magazzino e quante persone lavorano in Italia?

G.T.: Ad oggi mettiamo a disposizione oltre 100.000 prodotti di più di 1.000 brand. Le persone impiegate per lo shop italiano sono circa 100 e includono collaboratori impiegati nel Marketing, nell’Assistenza Clienti, nel Buying, nella Logistica e in tutte le altre funzioni essenziali del negozio online. Siamo tutti dislocati a Berlino eccezion fatta per il reparto acquisti, anche questo in costante crescita, che lavora dal nostro ufficio di Milano per garantire vicinanza ai Brand acquistati, oltre che per ricevere feedback diretti da clienti, fornitori e altri importanti stakeholder.

V.M.: Quali sono le abitutini della vostra consumatrice tipo?

G.T.: Una delle ragioni del successo di Zalando è la trasversalità della proposta: di riflesso, siamo in grado di soddisfare le esigenze di un’audience molto trasversale. È dunque difficile identificare quale possa essere il cliente-tipo di Zalando e definirne delle caratteristiche precise: ogni cliente ha un modo diverso di approcciare il nostro shop. Ciononostante è possibile individuare alcuni comportamenti specifici quando si guarda alle abitudini di nazioni differenti, ed è nostro compito riconoscere queste diverse abitudini e adattarci di conseguenza. Questa è la ragione per cui sviluppiamo campagne locali, in modo da riuscire ad aderire ancora di più alle esigenze dei clienti. Un dato interessante è che in Italia siamo riusciti a convertire all’acquisto online un profilo di cliente molto particolare: nello specifico, quei clienti che non avevano mai effettuato acquisti su Internet. Ciò è stato possibile grazie a una presenza marketing online e offline combinata e sinergica, nonché a un approccio customer-centered che ci ha permesso di fornire una user experience d’eccellenza. Naturalmente l’aver messo a disposizione spedizione, reso e assistenza telefonica gratuiti è parte di questo approccio orientato al cliente. La piacevole sorpresa è stata constatare che questi clienti, inizialmente restii ad affidarsi a una piattaforma online per i propri acquisti, dopo la prima esperienza sono solitamente tra i più entusiasti e fedeli.

V.M.: Quali sono le novità che vi riguardano?

G.T.: Abbiamo molte novità per il nostro shop e siamo impazienti di vedere i primi risultati. Innanzitutto abbiamo appena lanciato l’area Premium: in questa sezione i clienti troveranno alcuni Brand accuratamente selezionati e prodotti dei migliori designer emergenti. La gamma di prodotto offerta comprende scarpe, abbigliamento e accessori per uomo e donna. Da qualche settimana è inoltre online Zalando Casa, dove è possibile trovare il meglio dei prodotti per il living e l’home textile. Questa novità è in linea con la nostra idea di diventare un punto di riferimento forte per tutto quel che è lifestyle, e la crescita delle prime settimane testimonia l’interesse degli italiani per la nuova categoria. Abbiamo inoltre introdotto anche in Italia il magazine di Zalando. Ad oggi era disponibile solo in Germania, Austria, Svizzera, Francia e Paesi Bassi con una tiratura di oltre 1,5 milioni di copie. La prima edizione italiana è stata lanciata in 100.000 copie e fornisce guide di stile, editoriali moda, contenuti esclusivi, interviste e spunti per i clienti, che la riceveranno insieme ai propri ordini. Sul sito abbiamo invece introdotto la sezione News&Style, anche questa pensata come ulteriore strumento per fornire ispirazione ai clienti e informarli sugli ultimi trend.

V.M.: A quanto ammonta il fatturato ww 2012?

G.T.: Nel 2011 avevamo quasi triplicato il fatturato rispetto all’anno precedente, passando da 150 milioni di euro a 510. Nel primo semestre del 2012 il fatturato al netto dei resi ammontava a 471 milioni di euro, e la nostra previsione è che per la chiusura dell’anno raddoppieremo la cifra del 2011, il che fa di Zalando il più grande rivenditore online europeo per scarpe e moda.

(Intervista di Viviana Musumeci)

Fonte: VM-Mag

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Intervista a Cinzia Rocca, stilista dell’omonima linea di abbigliamento

Cinzia Rocca

Il 2012 è stato un anno complesso e pesante per molte persone e aziende. Superstizione a parte – l’anno appena trascorso era bisestile -, in molti confidano in una piccola ripresa nel 2013. Rodel, azienda tessile a cui fa capo il marchio Cinzia Rocca, compie quest’anno i suoi primi 60 anni di vita. Un traguardo prestigioso. L’azienda fondata da Giacomo Rocca nel 1953 si è sempre caratterizzata per la grande qualità riposta nei capi prodotti. La lunga esperienza, tramandata alla figlia Cinzia, è confluita negli anni 80 nella linea Cinzia Rocca; grazie alla sua passione che l’ha contraddistinta negli anni per la creazione di capi di alta qualità sartoriale completamente made in Italy, Cinzia Rocca ha affrontato come primo mercato quello americano, molto sensibile al fascino del made in Italy. Nel giro di soli 5 anni il brand ha conquistato il gusto del pubblico americano, diventando un marchio apprezzatissimo da celebrities del calibro di Cindy Crawford, Halle Barry e Uma Thruman. La formula vincente del brand si può riassumere nell’unione tra tradizione e innovazione.

V.M.: In che direzione sta andando, dal suo punto di vista, la moda?

C.R.: Io credo che sia necessario continuare a investire, come del resto facciamo noi, nel Made in Italy, Se oggi in Italia produciamo a basso prezzo, siamo destinati alla debacle. Bisogna investire sul marchio, bisogna osare soprattutto in questi momenti di difficoltà. E’ necessario investire sul prodotto perché dà certezza e solidità. Uno dei motivi per cui io continuo a vendere i nostri capi è perché sono rigorosamente Made in Italy. E infatti, una delle cose che più mi dispiace è che il made in Italy non sia tutelato da leggi forti.

V.M.: A quanto avete chiuso il 2011 e che previsioni si sente di fare per il 2013?

C.R.: Lo scorso anno abbiamo fatturato 30 milioni di euro e le previsioni sono in creswcita. Inoltre abbiamo inaugurato dei nuovi punti vendita all’estero e siamo ancora in fase di forte espansione, del resto solo il 10% del nostro fatturato proviene dal mercato italiano, il resto è frutto di vendite negli States, in Cina, Nord Europa, Canada e Russia. Nel 2013 dovremmo aprire un nuovo punto vendita a Berlino.

V.M.: Quale sarà il trend per l’inverno 2013?

C.R.: Solitamente durante i periodi di crisi, le consumatrici puntano al nero. La tendenza innovativa, invece, è che c’è grande voglia di colore per la prossima stagione a/i i cappotti saranno ipercolorati, arricchiti di dettagli in pelliccia e molto allegri e vivaci. Una vera e propria esplosione di colore. Non solo: avremo una novità molto prestigiosa e importante. Per la prima volta realizzeremo un cappotto interamente in seta. Sembra strano, ma la maggior parte della gente pensa che la seta sia un tessuto che tiene fresco, in realtà il capo a cui abbiamo lavorato sarà estremamente caldo e morbido al tatto. Molto sensuale.

V.M.: I vostri cappotti vengono realizzati con lane e materiali prodotti in Italia. Chi sono i vostri fornitori di fiducia?

C.R.: Il biellese rimane la nostra zona di riferimento: Piacenza, Colombo, Loro Piana. Questi sono i nostri fornitori di riferimento. La nostra caratteristica è anche di non usare lane miste, sole “mescole” pregiate. Tra l’altro, alcuni dei tessuti che utilizziamo li sviluppiamo in esclusiva con i nostri partner.

(Intervista di Viviana Musumeci)

Fonte: VM-Mag

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Intervista di Viviana Musumeci a Marta Ferri

December 27, 2012 Leave a comment

Marta FerriE’ solare, open minded e molto creativa; ha lo sguardo diretto, i lineamenti artistocratici ed eleganti e una stretta di mano schietta e vigorosa: Marta Ferri da qualche anno a questa parte ha lanciato la sua linea di abiti molto apprezzata dai fashionisti esigenti e raffinati – le sue ricerche partono sempre dai tessuti -. Qualche settimana fa, Marta, forte del suo successo, ha anche lanciato una nuova linea di borse dal nome più che significativo: Unica. Una capsule di 24 modelli – la collezione presentata di recente è andata venduta in una sola sera -, composta da borse realizzate a mano, con la stessa struttura – che si ispira ai modelli cari alle francesi chic della costa Azzurra -, ma rielaborate in maniera unica con l’utilizzo di tessuti di arredamento. Viviana Musumeci l’ha incontrata e intervistata:

V.M.: Com’è nata l’idea di creare una capsule di borse?

M.F.: Quando creo, solitamente il mio punto di partenza sono i tessuti. Grazie al mio lavoro di stilista ho molti rapporti con fornitori di tessuti. Di recente ho scoperto che alcuni di questi possedevano degli archivi di materiale risalente agli anni 50.  Quando li ho visti non ho resistito all’idea di farli rivivere in una linea di accessori. In particolare delle borse che sono molto importanti per noi donne. E’ in questo modo che è nata Unica.

V.M.: Il prezzo delle tue borse è, tutto sommato, accessibile per essere, per l’appunto “uniche”, a chi si indirizzano?

M.F.: A tutte le donne. Le borse sono fatte rigorosamente a mano da artigiani esperti e, per l’appunto, sono una diversa dall’altra. Nessuna ne può possedere una uguale. Quando finiscono, non ce ne sono più così. E’ una borsa che può stare bene a chi ha milioni di accessori firmati, oppure a chi desidera avere un dettaglio diverso, riconoscibile e originale.

V.M.: Perché proprio 24 modelli e non di più?

M.F.: Perché ho finito i tessuti – ndr lo dice ridendo -. Come ti dicevo, una volta terminato il materiale e le borse, non è più possibile averle.

V.M.: Tu sei figlia di un noto fotografo – ndr Fabrizio Ferri -. Che cosa ti ha spinto a lavorare nel mondo della moda?

M.F.: Il fatto di non voler più continuare con gli studi. Una volta terminata la scuola, sono andata a vivere a New York e a fare una cosa utilissima nella vita: lavorare. Il muovermi, entrare in contatto con gente diversa da me, e il cavarmela da sola, mi ha spronato a scegliere una strada. Una volta tornata a Milano ho lavorato per qualche tempo come visual merchandiser da Prada. Un lavoro bellissimo e pagato anche bene, ma non mi bastava e così a un certo punto ho capito che la mia strada era questa.

V.M.: Oltre agli abiti e alle borse hai creato altri accessori?

M.F.: Sì, calzature.

V.M.: E per quanto riguarda Unica, sai già cosa farai per la prossima stagione?

M.F.: Dipende dai tessuti e dai materiali che troverò. I giochi sono aperti.

(Intervista di Viviana Musumeci)

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